Sud Sudan: gli attori regionali

La guerra che distrugge e affama milioni di persone in Sud Sudan è pericolosa per la stabilità dell’intera regione. Tre sono gli Stati che maggiormente risentono delle conseguenze di questa guerra civile: l’Uganda, che deve affrontare l’immenso flusso di profughi, il Sudan, che non riesce a far fruttare le risorse che condivide con il vicino meridionale e l’Etiopia, grande colosso economico africano, che vede in pericolo i propri commerci e la propria stabilità.

Uganda

L’Uganda è probabilmente il paese che risente di più delle condizioni del Sud Sudan. Già nella prima parte del conflitto (tra il 2013 e il 2015), il presidente Museveni si era apertamente schierato con il suo corrispettivo sud sudanese, Salva Kiir, mandando truppe in suo sostegno cinque giorni dopo l’inzio delle ostilità. Il conto è stato pagato da Juba (capitale del Sud Sudan), che aveva ancora la disponibilità economica per soddisfare le richieste di Kampala (capitale dell’Uganda).

Museveni-Kiir-Car-Waving

L’intervento era stato ritenuto necessario dai vertici di governo del presidente Museveni anche a causa della paura che i ribelli Sud Sudanesi dell’ SPLA-IO, trovassero in Omar al-Bashir, presidente sudanese, un alleato. Tra Sudan e Uganda esiste una forte rivalità che ha radici lontane. La scelta di Museveni di intervenire militarmente nel conflitto non è stata senza costi, vista l’esclusione dei rappresentati del paese agli accordi di pace del 2015, a seguito dei quali si era visto costretto a ritirare le proprie truppe. 

L’Uganda ha cercato di motivare in vari modi questo intervento, per il quale è stato poi accusato dall’Intergovernmental Authority for Development (IGAD), afferamado che aveva ottenuto l’autorizzazione delle Nazioni Unite e che era stato invitato direttamente dal presidente Kiir. 

In questo secondo round, cominciato nell’estate 2016, gli interessi ugandesi sono aumentati: il flusso di profughi  proveniente dal Sud Sudan che raggiunge il paese ogni giorno continua ad aumentare e di 1,6 milioni di rifugiati, più o meno un milione hanno scelto l’Uganda come luogo di riparo.

Non solo, per Kampala è diventato indispensabile tentare di risolvere il conflitto in Sud Sudan anche per difendere i suoi interessi economici e i proventi del commercio con gli altri paesi della regione.

L’approccio scelto questa volta è molto discostante dal precedente: dopo il riaccendersi del conflitto nell’estate 2016, i vertici di Kampala si sono schierati per la risoluzione politica dello scontro civile sud sudanese, si sono adoperati per creare un corridoio umanitario che permettesse ai civili di Juba di scappare e hanno collaborato con la polizia locale per proteggere i mezzi per il trasporto degli aiuti umanitari.

Sudan

Come descritto precedentemente, il Sud Sudan nasce dalla secessione dell’area meridionale del Sudan, a seguito del referendum del gennaio 2011. Le tensioni non sono ancora state completamente risolte, infatti, come ricordato nell’articolo precedente, alcune zone, in particolare la regione di Abyei ricca di petrolio, risultano contese.

Per le tensioni esistenti tra Uganda e Sudan, e visto che Bamako appoggia le forze governative di Kiir, Khartoum (capitale del Sudan) spalleggia le forze ribelli di Riek Machar già dall’inizio del conflitto. Questa alleanza ha portato uno dei più celebri gruppi insurrezionali della regione del Darfur, il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza a partecipare agli scontri in Sud Sudan in favore di Kiir.

Negli ultimi anni, comunque, le relazioni tra i due Sudan hanno visto dei miglioramenti, grazie ad interessi comuni come l’acquisizione della ricchezza derivante dal petrolio e la sicurezza delle zone di confine. Se tra il 2013 e il 2015 il supporto economico e militare sudanese aveva aumentato in modo sostanziale le capacità di resistenza del SPLA-IO, questa volta Khartoum ha la volontà di impedire l’inasprirsi della situazione già tesa ed ha deciso di non contribuire in sostegno dei ribelli, arrivando a negare ospitalità all’ex vice presidente Machar. La recente posizione del governo di Khartoum è soprattutto dettata dal fatto che il paese sia uno dei firmatari e garanti dell’Agreement on the Resolution of the Conflict in the Republic of South Sudan, la pace che ha messo momentaneamente fine alle ostilità tra il 2015 e il 2016.

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Al governo di al-Bashir non mancano problemi interni: episodi di violenza ricorrente sono perpetrati da gruppi armati nelle cosiddette Two Areas, South Kordofan e Blue Nile, e in Darfur. Se Khartoum procederà per il miglioramento delle relazioni con l’Uganda, Kampala metterà fine al supporto agli insorti delle aree sopracitate e, in più, migliorerà la posizione internazionale del paese agli occhi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, nella speranza che questi tolgano le sanzioni imposte al Sudan, e aprirà la strada per le trattative per la cancellazione del debito sudanese.

 

Etiopia

Insieme al Sudan, anche l’Etiopia è uno dei garanti dell’ARCSS, firmato proprio ad Addis Ababa il 17 agosto 2015. Inoltre il paese è alla guida del processo di pace per il Sud Sudan promosso dall’Intergovernmental Authority on Development (IGAD), da cui è scaturita la pace del 2015.

Ethiopia-SouthSudan

Per prima cosa la grande economia etiope beneficia della stabilità dell’area, ma Addis Ababa ha anche interessi locali per la soddisfazione dei quali un clima di pace in Sud Sudan è particolarmente utile, se non necessario. Anzitutto il dominio nella zona del bacino del Nilo e la possibilità di svolgere liberamente le attività strettamente collegate alla presenza del grande fiume, crea da tempo rivalità tra Etiopia ed Egitto e, secondo la prima, pur essendo Khartoum poco attivo in questo genere di attività, potrebbe supportare la posizione etiope. A Juba sono presenti molti investitori etiopi i quali vengono tutelati da Addis Ababa anche se non rappresentano una fetta consistente dell’economia del paese. Un ulteriore interesse di Addis Ababa è difendere il gruppo etnico nuer etiopi, rappresentati da Riek Machar. Attaccati dalle forze governative di Kiir, un dinka, altro gruppo etnico della zona. La paura del governo di Mulatu Teshome, dovuta anche all’ambigua posizione dei nuer etiopi riguardo i ribelli di Machar, è che l’odio etnico creatosi dentro i confini sud sudanesi possa diffondersi e che gli scontri nel confinante paese possano inasprirsi a ridosso della frontiera, zona da sempre dominata dagli stessi nuer.

Prospettive future

E’ ormai chiaro che nessuno dei paesi della regione può trarre guadagno dalla prosecuzione degli scontri in Sud Sudan. La volontà di trovare accordi politici per far cessare le ostilità è comune, forse l’unico contrario, per ora, è il presidente sud sudanese Salva Kiir, che preferisce una vittoria militare schiacciante e che nega lo stato di caos in cui perversa il suo paese.

Per arrivare ad una pace è indispensabile che i tre grandi Stati che condividono i confini con il Sud Sudan devono riuscire a distendere le loro relazioni e a collaborare. Sia l’Uganda che il Sudan hanno chiuso i rubinetti di aiuti alle forze armate che supportavano prima dell’agosto 2015, e l’Etiopia continua a far leva sul fattore ‘stabilità regionale’, ma questo non significa che sia possibile prevedere grandi miglioramenti nel breve termine.

 

Fonti e Approfondimenti:

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