Sud Sudan: cosa serve per creare pace?

Alla fine di giugno 2018le parti in conflitto in Sud Sudan, rappresentate soprattutto dal presidente sudsudanese Salva Kiir e il suo rivale Riek Machar, hanno firmato a Khartoum una Dichiarazione di Accordo per la cessazione delle ostilità. La firma è stata resa possibile grazie agli sforzi dell’Intergovernmental Authority on Development e alla leadership di Al-Bashir, Presidente sudanese, nel processo di pacificazione in Sud Sudan.

La firma di un accordo di cessate il fuoco non è nulla di nuovo nella storia dei tentativi di portare la pace al relativamente nuovo Stato, ricco di petrolio ed altre risorse, afflitto da una guerra civile che si protrae dal 2013. Il nuovo processo sarà un ulteriore tentativo che risulterà fallimentare oppure verranno poste le basi per una situazione di duratura stabilità?

 

 

Numerosi sono i fattori che vanno tenuti in considerazione. Per cominciare, la popolazione ha perso fiducia nei leaders statali e nella loro reale volontà di pacificazione: molti sono ormai convinti che si stia svolgendo una spietata guerra tra élites per la conquista del potere, politico ed economico. Questa tesi è parzialmente dimostrata dal fatto che sta risultando molto faticoso inserire negli accordi tutte le questioni che per la popolazione sono di primaria importanza e che aiuterebbero a concludere gli scontri una volta per tutte.

In particolare, quando si agisce attraverso high-level talks, è necessario parlare di governance – il tentativo in atto è la creazione di un nuovo stabile sistema istituzionale -, di sicurezza, corruzione, (ri)costruzione di un sistema di servizi efficiente e disparità economiche. La popolazione deve vedere il cambiamento nella propria vita quotidiana.

Il fatto che sia il Sudan – in particolare il suo presidente, Al-Bashir – a guidare il processo, potrebbe risultare un’arma a doppio taglio: se da una parte tale posizione sarebbe utile per portare a termine il percorso verso la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi, dall’altra va ricordato che tale normalizzazione si basa sulla volontà di Al-Bashir di soddisfare gli interessi sudanesi, riguardanti in particolare la gestione del petrolio. Ad alimentare le preoccupazioni c’è la visione del Sudan come “colonizzatore” da cui i popoli del sud si sono dovuti liberare combattendo una lunga e sanguinosa guerra, che rimane forte tra la popolazione, e di conseguenza il doversi affidare proprio ai vecchi usurpatori per sistemare questioni interne viene percepito come profondamente umiliante.   

Il ruolo del petrolio

A conferma del primo fattore problematico, quello riguardate il petrolio, ci sono teorie che sottolineano il ruolo di fondamentale importanza che tale risorsa ha giocato – e ancora gioca – nelle sorti del conflitto. Per quanto riguarda la posizione sudanese, è emblematico che il Paese si sia offerto di aiutare il vicino del sud provvedendo alla sicurezza delle riserve, alla loro ristrutturazione se danneggiate, e mettendo a disposizione assistenza di vario genere. L’offerta ha preoccupato le parti in causa, perchè sembra più una mossa per spianare la strada verso un futuro di collaborazione impari, piuttosto che un sincero aiuto verso la crescita economica attraverso la valorizzazione delle risorse petrolifere.

Il petrolio occupa una posizione rilevante anche all’interno dei confini sudsudanesi. I guadagni che ne derivano sono spesso gestiti dalle autorità centrali, questo grazie alla Nile Petroleum Corporation. Azienda privata, ma in pratica posseduta interamente dal Governo sudsudanese, la NILEPET è stata creata per assicurare la partecipazione di attori sudsudanesi nella gestione, lavorazione e vendita di petrolio e possiede parte delle azioni di ogni azienda straniera operante nel settore all’interno dei confini statali. Di conseguenza, gli introiti che ne derivano sono stati ampiamente utilizzati per finanziare le operazioni militari delle forze governative di Salva Kiir e la guerra intestina, che distrugge il Sud Sudan ormai da svariati anni, è fomentata dagli scontri delle élites che hanno come obiettivo accaparrarsi il potere e i diritti sullo sfruttamento delle riserve petrolifere.

La sensibilizzazione della società civile

Nella convinzione che per un solido e duraturo accordo di pace sia necessario lavorare su vari livelli, il Church Project for Peace ha organizzato delle sessioni di incontri per mettere in contatto le varie comunità sudsudanesi attraverso meetings tra i capi locali. Fruendo dell’occasione, persone che non si sono mai mosse dal luogo in cui sono nate vengono accompagnate nei pressi della capitale Juba e vengono istruite per far sì che siano in grado di agire poi sul territorio come “facilitatori del dialogo nelle comunità”.
Nel contempo, il South Sudan Council for Churches era presente ai talks ad Addis Abeba, appunto, per collaborare al lavoro su vari livelli.

 

Anche il ruolo dei rifugiati potrebbe fare la differenza. Le persone provenienti dal Sud Sudan che si trovano ora in altri Paesi, in particolare limitrofi, come Uganda, Kenia o Etiopia, sono quasi 2.5 milioni, mentre 2 milioni sono le Internal Displaced Persons (IDPs), che sono dovute scappare dal luogo in cui vivevano, ma sono rimaste all’interno dei confini del Paese.
Il fatto che queste siano a contatto con persone di nazionalità diverse e che abbiano accesso all’istruzione nei Paesi in cui hanno trovato asilo, può aumentare la loro capacità di accettazione delle differenze – che aiuterebbe a sgonfiare l’impatto del fattore etnico nel conflitto sudsudanese – e ad acquisire skills che possano contribuire alla costruzione di una nuova, pacifica e funzionante nazione.

Lo sviluppo dei negoziati

L’iter di negoziazione si sta rivelando, come era previsto, lungo e itinerante: le discussioni sono iniziate ad Addis Ababa, per poi spostarsi a Khartoum, a Nairobi e a Kampala. Dopo la firma dell’accordo, il 5 luglio si è discusso della questione sicurezza, del futuro delle forze combattenti e dell’eventuale creazione di un esercito nazionale con particolare attenzione al training militare. Due giorni dopo, a Kampala, con il Presidente ugandese Museveni come mediatore, è stato proposto un nuovo assetto istituzionale, l’ennesimo progetto di power sharing, l’ennesimo fallimento. L’idea era di lasciare a Salva Kiir la carica di Presidente, affiancato da 4 vice, uno dei quali sarebbe stato Riek Machar, un governo di 45 ministri – un numero ritenuto da molti eccessivo – e un’assemblea legislativa bicamerale formata da 495 deputati, mantenendo il sistema federale a 32 stati.

I ribelli di Machar hanno rifiutato di far diventare il loro leader vice Presidente e il numero di ministri ha stupito molti, spingendo esperti e semplici cittadini a sottolineare che per suddividere il potere non è necessario aumentare in modo esagerato i posti disponibili, così da far impennare le spese che graverebbero su un’economia già ridotta allo stremo. 

A creare leggero scompiglio ha contribuito la decisione unilaterale del governo di prolungare il mandato del Presidente Kiir per evitare di organizzare elezioni in un clima ritenuto troppo instabile. Tra i contrari alla decisione, spiccano gli Stati Uniti, che hanno voce in capitolo in quanto parte di Troika, il gruppo che formano con Regno Unito e Norvegia, anche loro contrari all’accordo. I tre Paesi sostengono che l’attuale governo abbia dimostrato nel corso del tempo la sua incapacità – e forse anche la sua mancanza di interesse – nel portare avanti il processo di pace e che dovrebbe quindi lasciare il potere. Tali dichiarazioni hanno provocato l’immediata reazione del Governo di Kiir che ha accusato Troika di interferire a scapito della propria sovranità.

 

Quindi, che cosa serve?

Per la risoluzione del conflitto serve un approccio multilivello.
Per prima cosa, è necessario un accordo ai vertici, tra Kiir e Machar in primis e tra gli altri protagonisti dello scontro, a capo delle numerose fazioni in cui il Paese è ormai diviso.
Poi, sarebbe sbagliato sottovalutare la posizione delle élites, che vanno vezzeggiate, mostrando loro che la pace è economicamente più conveniente della guerra, utilizzando le risorse, per primo il petrolio, come “merce di scambio”.
In più, va tenuta a mente la varietà del panorama etnico e il fatto che le autorità locali hanno la risonanza maggiore nel modellare le posizioni dei sudsudanesi, e proprio per questo l’idea del Church Project for Peace potrebbe essere un trampolino di lancio verso la sensibilizzazione della società civile, anche rurale.
Infine, non va dimenticato il ruolo che possono giocare gli attori internazionali, innanzitutto attraverso la NILEPET: la compagnia non è in grado di sostenersi completamente da sola e per questo necessita di collaborazioni e cooperazioni per la vendita e la lavorazione del petrolio e per tutti gli aspetti riguardanti la propria fiscalità. Le potenze che fanno parte di questo circolo hanno il potere di negoziare anche riguardo questioni socio-politiche.

Fonti e Approfondimenti:

  • https://www.africaportal.org/features/how-viable-latest-south-sudan-peace-deal/
  • https://www.africaportal.org/features/building-peace-through-partnerships-first-hand-experience-south-sudan/
  • http://www.sudantribune.com/spip.php?article64322
  • https://www.africaportal.org/features/nexus-between-oil-and-conflict-south-sudan/
  • https://www.globalwitness.org/en-gb/campaigns/south-sudan/capture-on-the-nile/#chapter-0/section-0
  • https://www.gov.uk/government/news/troika-statement-on-south-sudan-forum
  • https://www.africaportal.org/features/role-refugees-south-sudans-peace-process/
  • http://www.sudantribune.com/spip.php?article65748

Share this post

Rispondi