Perché le Malvinas sono così importanti per l’Argentina

Malvinas per gli argentini, Falkland per gli inglesi. Già la disputa sul nome dell’arcipelago, situato nel sud dell’Oceano Atlantico, dà la misura del conflitto storico sull’attribuzione della sovranità sulle isole. Conflitto sempre presente nei discorsi degli argentini e che, a fasi alterne, si impone nelle prime pagine dei giornali o nelle parole dei politici, come nel discorso inaugurale del nuovo presidente Alberto Fernández. Nonostante ai nostri occhi il conflitto potrebbe apparire come una reminiscenza del passato (in realtà non troppo lontano), il caso delle Malvinas riflette lo scontro di civiltà tra una regione che cerca la sua strada e un modello occidentale colonialista mai del tutto abbandonato. Per capire come mai, nel 2020, il conflitto tra Argentina e Gran Bretagna sia ancora così presente, è necessario fare un passo indietro.

Di chi sono le Malvinas?

Se il nome non mette d’accordo, ancor meno Argentina e Gran Bretagna convergono su chi abbia scoperto l’isola e su come siano andati i fatti da quel momento in poi. Il Ministero degli Esteri argentino sostiene che ad arrivare per primo fu l’esploratore portoghese Magellano, nel 1520, per conto della corona spagnola; la versione inglese, invece, ci racconta che fu il britannico John Davis a scoprire l’isola nel 1592.

A far registrare il maggior grado di frizione tra la due diverse posizioni, però, è la questione dei primi insediamenti. Se pare accertato che John Strong sbarcò per primo nelle isole nel 1690 – e gli diede il nome di Isole Falkland – è anche vero che la sua presenza sull’isola fu breve e senza conseguenze giuridiche. Certo è  che, dopo il Trattato di Tordesillas, quello di Utrecht del 1713 e la Pace di Aquisgrana del 1749, la Gran Bretagna e gli altri firmatari non potevano considerare le Malvinas come res nullius. Questo fatto è importante perché, nel 1764, una spedizione francese si stabilì in una delle isole battezzandola come Port Louis (Puerto Luis), mentre l’anno successivo furono gli inglesi a occupare l’attuale Gran Malvina e a installare lì, nel 1766, un piccolo insediamento di circa 100 persone.

La Spagna, allora, reclamò il suo diritto sulle isole. Con la Francia la disputa si risolse in maniera amichevole, nel 1767, mentre con la Gran Bretagna la Corona usò le maniere forti: attaccati nel 1771, i britannici lasciarono definitivamente le isole nel 1774. Da questo momento le Malvinas passarono definitivamente sotto il controllo spagnolo che le amministrò attraverso le autorità del Vicereame del Rio de la Plata. Nel 1816, quando l’Argentina si proclamò indipendente, le isole passarono sotto il suo controllo, nonostante sia accertato che gli spagnoli lasciarono le isole già nel 1811. Nel 1825 la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza argentina senza reclamare alcun diritto sulle isole e, nel 1829, il governo di Buenos Aires designò Luis Vernet come governatore delle isole. Vernet rimase in carica fino al 1833, quando una nuova spedizione britannica cacciò con la forza il piccolo assembramento argentino sulle isole. Nonostante i reclami di Buenos Aires, le isole rimasero possedimenti britannici fino al 1982, anno in cui l’Argentina se ne riappropriò con la forza, seppur per un breve momento.

La guerra delle Malvinas

Non si può capire la Guerra delle Malvinas senza analizzare il contesto in cui la nazione latinoamericana versava. L’Argentina si trovava sotto il comando del generale Leopoldo Galtieri, ultimo dei quattro presidenti che guidarono il Paese durante la dittatura civico-militare iniziata nel 1976, e si trovava in una condizione economica tragica. I militari al comando, dopo anni di resistenza interna e ormai attaccati dall’opinione pubblica internazionale, avevano perso anche il poco sostegno di cui avevano goduto fino a quel momento: la fine era vicina ed essi ne erano consapevoli. Fu per questa ragione che il regime artefice dei 30 mila desaparecidos tentò un ultimo colpo di mano, certi del supporto incondizionato del popolo argentino a proposito del conflitto storico con la Gran Bretagna. Supporto che, nonostante queste premesse, non mancò nemmeno in questa occasione. Il 2 aprile, davanti a migliaia di persone riunitesi in Plaza de Mayo, Galtieri comunicò l’inizio delle ostilità per riaffermare la sovranità argentina sulle isole in quella che, sperava, sarebbe stata una guerra lampo.

In effetti, la Guerra delle Malvinas fu breve – circa due mesi e mezzo -, ma il risultato fu l’esatto opposto dello sperato. Galtieri era convinto che il governo britannico non avrebbe risposto massivamente all’operazione argentina e che le nazioni latinoamericane, in particolare il Cile del dittatore Augusto Pinochet, avrebbero supportato l’operazione. Tuttavia, la risposta del governo britannico di Margaret Thatcher arrivò e non fu morbida. Il supporto cileno, invece, mancò.  Pinochet non poteva permettersi di inimicarsi gli Stati Uniti, suoi alleati, in un conflitto destinato a essere perso e in un momento storico in cui Londra e Washington  erano più che mai vicine grazie all’amicizia tra la “lady di ferro” e Ronald Reagan.

Dopo un primo momento in cui l’Argentina occupò le isole cogliendo di sorpresa i britannici, l’impreparazione dei soldati argentini e l’evidente disparità tra i due eserciti segnarono la sconfitta di Buenos Aires e la fine della dittatura di Galtieri. Nel conflitto persero la vita 649 argentini e 255 inglesi.

Il nazionalismo degli oppressi

Com’è possibile che, dopo sei anni di tragica dittatura, gli argentini si ritrovassero fianco a fianco per supportare un governo del genere in una scelta tanto scellerata? La risposta va cercata nella storia della regione e nelle creazione degli Stati a seguito della decolonizzazione europea. Per secoli, infatti, l’America latina è stata vittima dello sfruttamento coloniale e dei tentativi di usarla come laboratorio politico, tanto dall’Europa quanto dagli Stati Uniti. L’imposizione di un modello che, per alcuni versi, altrove aveva funzionato, qui non ha sortito lo stesso effetto in quanto sordo alla cultura e alla storia di questa area di mondo. La transizione da una società organica, basata principalmente sulla religiosità, a una più frammentata come quella liberale, non si è dunque concretizzata, lasciando alla regione un sistema ibrido di cui le criticità si osservano tutt’oggi. L’America latina e la sua popolazione hanno dovuto allora ricreare la propria identità. Per farlo, i governi si sono basati su elementi comuni, dove questi esistevano, o nell’identificazione di un nemico esterno, spesso con cognizione di causa. Per questo motivo gli argentini si strinsero attorno al proprio dittatore nel momento in cui questo decise di dichiarare guerra a una nazione, la Gran Bretagna, che insieme ad altre aveva per secoli imposto il proprio dominio sulla regione.

La questione economica

Al di là del simbolismo, le isole Malvinas sono tornate ad essere al centro del dibattito politico anche a causa dell’importanza economica e strategica che negli ultimi anni hanno assunto. Oltre ad essere uno dei luoghi più vicini all’Antartide – terra contesa tra diversi Paesi e tra le riserve di acqua potenzialmente più importanti del mondo – e ad essere una zona importantissima per la pesca, l’arcipelago sarebbe luogo di un grande giacimento petrolifero da poter sfruttare nei prossimi anni. Nel 1993, infatti, vennero effettuati i primi studi geologici dal British Geological Survey e si scoprì che circa 200 mila chilometri quadri attorno alle isole erano ricchi di petrolio. Da questo momento molte imprese del settore hanno investito nel tentativo di mettere le mani sulle riserve. Nel 2008 gli abitanti delle Malvinas resero disponibili 19 aree attribuendo licenze per esplorare la zona a diverse compagnie petrolifere – Shell, Amerada Hess, Rockhopper Exploration, Lasmo, Falklands Oils & Gas, International Petroleum Corporation e Desire Petroleum tra le altre.  Le stime più basse parlano della presenza di 3,5 miliardi di barili di petrolio mentre, secondo il British Geological Survey, potrebbero essere addirittura 60 miliardi. Tuttavia, l’investimento per poter estrarre l’oro nero in questa zona sarebbe immenso. Fattore, questo, che ha rallentato di molto l’inizio dei lavori. Se le stime fossero accertate, comunque, si tratterebbe di una delle riserve più importanti al mondo.

Conclusioni

Se la disputa sulla sovranità delle isole continua ancora oggi a tenere banco, dunque, è per diverse ragioni. A complicare la questione, oltre al referendum del 2013 con il quale gli abitanti delle isole hanno deciso di rimanere sotto l’egida della Gran Bretagna, ci si è messa anche una commissione delle Nazioni Unite del 2016 secondo cui, basandosi sul diritto del mare, le Malvinas si troverebbero in territorio argentino. La decisione, ovviamente, non è vincolante e non mette bocca sulla sovranità britannica, ma è comunque un fattore da tenere in considerazione.

In questo caos, una delle poche certezze è che il conflitto attorno alle Malvinas si protrarrà ancora per molto tempo, rischiando di tornare a esplodere nel caso di una nuova escalation nazionalista.

 

Fonti e approfondimenti

Antilla Fürst,  La costruzione dell’America latina: la colonizzazione, Lo Spiegone, 11/12/2018

Francesco Betrò, L’Altra America: Argentina, Lo Spiegone 27/07/2019

Pompejano Daniele, “Storia dell’America Latina”, Bruno Mondadori, 2012

Redazione, La usurpación de Malvinas y las reclamaciones argentinas, según Paul Groussac, El Historiador

Redazione, Las Islas Malvinas en la historia, por Bonifacio del Carril, El Historiador

Veronika Smink, La confusa historia de las Malvinas/Falklands, BBC, 5/01/2013

Zanatta Loris, “Storia dell’America Latina contemporanea”, Editori Laterza, 2010

 

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