La politica estera secondo Joe Biden

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di Cecilia Marconi

Joe Biden è uno tra i principali concorrenti al posto di candidato Democratico per le elezioni americane che si terranno il prossimo novembre. Ex-vicepresidente degli Stati Uniti e veterano della politica americana, è entrato al Senato nel 1973 e da allora ha ricoperto un ruolo di rilievo nel partito Democratico.

Biden si è presentato, senza successo, alle primarie nel 1988 e nel 2008. Prima delle sconfitte in Iowa e in New Hampshire delle scorse settimane era considerato la “scelta sicura,” per i Democratici, rispetto a figure più a sinistra come Bernie Sanders ed Elisabeth Warren.

La sua campagna elettorale tocca alcuni temi cruciali di politica interna, come il controllo delle armi e la riforma del sistema sanitario nazionale, ponendo tuttavia un’attenzione particolare alla politica estera, a cui ha dedicato parte integrante della sua carriera. Anche se spesso criticato per le sue scelte, egli ha infatti avuto un ruolo di primo piano nella politica dell’amministrazione Obama in Afghanistan, Iraq e Ucraina, e ha fatto parte del Comitato per le relazioni estere del Senato per circa trent’anni.

La politica estera di Biden è generalmente definita come quella di un liberale tradizionalista. Egli vorrebbe riportare indietro l’orologio rispetto all’ “America First” di Trump, ricollocando gli Stati Uniti nella loro posizione di leader globale, politico ed economico, intrecciando una fitta rete di accordi commerciali e incrementando la cooperazione internazionale.

Medio Oriente, conflitti e alleanze

Al centro dell’agenda estera di Biden vi è il Medio Oriente, nello specifico il porre fine alle “guerre infinite” in Iraq e in Afghanistan. Nonostante nel 2003 fosse un sostenitore dell’invasione dell’Iraq ora lo definisce un errore e, come i suoi rivali Democratici, sostiene il rimpatrio delle truppe dalle aree di conflitto. In Afganistan, in realtà, vorrebbe di fatto mantenere una presenza militare che si concentrerebbe sulle operazioni antiterrorismo.

Le sue posizioni sull’interventismo americano sono via via diventate più critiche, come dimostrano la sua opposizione all’intervento militare in Siria, cui ha fatto recentemente seguito il ritiro delle truppe americane, e il conseguente “tradimento” della causa curda, e a quello in Libia.

A seguito del brutale omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, il candidato del Delaware ha anche iniziato a spingere per ripensare le relazioni degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita. Egli si è infatti unito, in forte contrapposizione con l’amministrazione Trump, all’appello degli altri candidati democratici per interrompere il sostegno americano alla campagna Saudita nello Yemen, in cui si sono registrati più di 100.000 morti.

Un Paese invece considerato come importante alleato da Biden, che viene per questo additato come conservatore dalla parte più a sinistra tra l’elettorato Democratico, è Israele. In netto contrasto con l’ala progressista del partito, Biden si definisce un sionista, e vorrebbe che il conflitto israelo-palestinese si risolvesse con la cessazione delle ostilità da parte arabo-palestinese. Egli sostiene anche, però, che Israele debba interrompere le attività di insediamento nei territori palestinesi occupati, e che debba fornire maggiori aiuti economici a Gaza.

Riguardo la questione mediorientale, egli vorrebbe infine riaprire i negoziati con Teheran, faticosamente portati avanti durante i suoi mandati da vicepresidente e totalmente disfatti dall’attuale amministrazione. In diverse occasioni si è espresso duramente nei confronti del presidente Trump, accusandolo di condurre una politica avventata e pericolosa. Per esempio, Biden ha commentato l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani affermando che “Il presidente Trump ha lanciato un candelotto di dinamite in una polveriera.”

Fonte: Wikimedia Commons

Politiche commerciali, rapporti con la Cina e il Sudest Asiatico

Sul tema delle politiche commerciali, le sue politiche ruotano attorno al rinnovare la centralità degli USA come polo primario del libero commercio internazionale, in particolare attraverso la stipula di nuovi accordi commerciali e la revisione di altri.

In particolare, egli ha definito l’ascesa della Cina come una seria sfida per l’economia degli Stati Uniti. Benché d’accordo con Trump sul fatto che le politiche commerciali cinesi siano considerabili come anticoncorrenziali e illegittime, ha ripetutamente affermato che l’approccio protezionistico dell’attuale presidente è assolutamente controproducente. Sulla questione cinese c’è comunque l’ombra di un conflitto di interessi, poiché pare che la famiglia di Biden (suo figlio Hunter in particolare) abbia dei forti rapporti commerciali con la Cina, e che sia questa una delle ragioni della sua apparente apertura verso il commercio con il Paese asiatico.

La sua forte critica per le politiche dell’amministrazione Trump si estende anche al tema del commercio internazionale, su cui l’ex vice di Obama teme che finiscano per alienare molti Stati che potrebbero invece schierarsi con gli USA per fare pressione su Pechino. A questo proposito, Biden vorrebbe rilanciare, anche se con cautela, il Trans-Pacific Partnership (TPP). Biden sostiene che l’accordo andrebbe aggiustato e migliorato ma che, sebbene imperfetto, abbia alla base l’idea di unire i Paesi partner con nuovi, elevati standard per lavoratori, ambiente e proprietà intellettuale, e che questi standard giocherebbero un ruolo chiave nel frenare gli eccessi della Cina.

Egli pensa inoltre che gli accordi firmati da Trump e Xi siano svantaggiosi per gli USA e vorrebbe rinegoziarli, auspicando che Washington assuma un ruolo da guida nella creazione di regole internazionali e nella riduzione delle barriere al commercio.

La sua idea è di utilizzare questo genere di politiche commerciali come leva per far rispettare standard ambientali e diritti umani. Lo farebbe, per esempio, fissando delle tariffe sui prodotti a forte impronta ecologica. Nell’ambito dei diritti umani, invece, è un forte sostenitore dell’idea di imporre sanzioni alla Cina per la sua repressione contro gli Uyghurs, la minoranza musulmana cinese, e contro le proteste a Hong Kong. Questo approccio è coerente con la sua idea che Trump abbia abbandonato il tradizionale sostegno degli Stati Uniti ai diritti fondamentali, che vorrebbe fosse ristabilito e rinforzato.

Infine, per quanto riguarda la sicurezza nel Sudest Asiatico, Biden sostiene l’importanza della diplomazia con Pyongyang, ma afferma che i colloqui di Trump con Kim Jong-Un non abbiano avuto successo, servendo solo a “legittimare un dittatore”. Come nel caso dell’Iran, è un sostenitore della continuazione delle negoziazioni con la Corea del Nord, ma ribadisce che Kim debba compiere dei passi concreti per smantellare il suo programma nucleare, con l’obiettivo finale di un Paese completamente denuclearizzato.

La Russia e le alleanze transatlantiche 

Sulla Russia la sua linea è molto più dura rispetto a quella dell’amministrazione Trump, accusata di avere forti legami con il Cremlino. Scrivendo sulle pagine di un think tank, egli ha affermato che “il governo russo sta sfacciatamente aggredendo le basi della democrazia occidentale nel mondo.”

Per poterne contrastare l’influenza la sua proposta è di aumentare la cooperazione con i Paesi di Ovest ed Est Europa. Egli è infatti un grande sostenitore delle partnerships transatlantiche, in particolare della NATO, che considera un importantissimo baluardo contro il potere russo, da rinvigorire anche tramite l’inclusione di nuovi Stati membri come la Georgia, il Montenegro e l’Ucraina.

Proprio in Ucraina Biden ha sostenuto, da vicepresidente, l’invio di armi contro l’attacco della Russia nei territori orientali. Anche la questione Ucraina è però spinosa: molti gli domandano infatti di chiarire il suo operato e spiegare esattamente quali interessi commerciali avesse suo figlio Hunter nel Paese, dove questi operava come consulente di una compagnia energetica.

Infine, Biden sostiene che gli Stati Uniti e i suoi alleati europei debbano rafforzare le loro infrastrutture informatiche, aumentare la trasparenza delle piattaforme online e coordinare meglio le attività di intelligence. Egli vorrebbe investire ingenti risorse nella cyber security, per proteggere il Paese da interferenze esterne, disinformazione e hackeraggi, soprattutto durante le elezioni. Tra le altre cose, egli è membro fondatore di una “Commissione transatlantica sull’integrità elettorale” per combattere i cyber-attacchi russi.

Politica estera ed elezioni

Tradizionalmente, le elezioni presidenziali americane non si vincono con la politica estera. Pochi elettori americani tengono in considerazione questioni come i trattati internazionali tanto quanto il mercato del lavoro o l’assistenza sanitaria quando si recano alle urne. In questo caso, però, la politica estera potrebbe essere una carta importante nella campagna elettorale di Biden, sia per primeggiare tra i candidati Dem, sia per poter vincere le elezioni.

Secondo i sondaggi, gli elettori democratici condividono sempre di più le sue preoccupazioni e le sue posizioni. La stragrande maggioranza di essi sostiene per esempio l’accordo nucleare iraniano, l’accordo sul clima di Parigi – in cui Biden vorrebbe rientrare – e il commercio internazionale, e ritengono che le relazioni degli Stati Uniti con il resto del mondo stiano peggiorando. Inoltre, identificano Biden come il candidato più adatto a gestire queste questioni: in un sondaggio della CNN di novembre, il 48% degli elettori democratici ha indicato Biden come prima preferenza nell’ambito della politica estera, seguito da Sanders (14%), Warren (11%) e Buttigieg (6%).

Biden potrebbe poi usare questi temi per conquistare anche l’elettorato non-Democratico. Sempre secondo i sondaggi, la maggioranza di tutti gli elettori sostiene ancora l’impegno degli Stati Uniti negli affari internazionali, nonché la partecipazione degli Stati Uniti ad alleanze e accordi.

Mentre il presidente Trump si è mosso in direzione diametralmente opposta negli ultimi due anni, la maggior parte degli americani ha riaffermato le proprie posizioni liberali e prestato sempre più attenzione a questi temi, che a causa del suo operato sono diventati particolarmente caldi. Ciò potrebbe rappresentare un tallone d’Achille per il presidente uscente, e dovremmo perciò aspettarci che gli sfidanti Dem si concentrino sempre di più sulla politica estera, e che Joe Biden, più di tutti, provi a cavalcare quest’onda.

 

Fonti e approfondimenti

American Leadership | Joe Biden, 2020.

CHICAGO COUNCIL SURVEY, America Engaged – American Public Opinion and US Foreign Policy, 2018.

Joe Biden: What Trump gets dangerously wrong about foreign policy, 2020.

Council on Foreign Relations, Joe Biden’s Foreign Policy Positions, 2020.

Pew Research Center, People Press, S. Foreign Policy Views by Political Party, 2018.

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