L’insistente protesta della città di Hong Kong

Si conclude oggi la ventesima settimana consecutiva di proteste nella città di Hong Kong. Negli scorsi cinque mesi la città ha vissuto all’interno di un clima politico in cui l’unica certezza è sempre stata la protesta della domenica. Più che un rito, una doppia necessità. Da una parte quella di utilizzare il fine settimana per raggruppare un maggior numero di manifestanti; dall’altra la volontà di non far confliggere la protesta con le attività di tutti i giorni che ogni cittadino di Hong Kong deve portare a termine.

Se cinque mesi di protesta sembrano tanti, è necessario non confondere le settimane di protesta continuative con la protesta generale. Questa infatti non è iniziata il 2 giugno 2019, giorno della prima manifestazione di massa che radunò più di un milione di manifestanti, bensì il 31 marzo. Quindi la fine di ottobre coincide con la conclusione dell’ottavo mese di proteste che la cittadinanza sta portando avanti in diverse forme e con obiettivi simili, ma che sono mutati nel tempo.  Dopo aver messo in ordine gli eventi che da marzo a inizio luglio hanno rivitalizzato le politiche di conflitto nella città dove nel 2014 il Movimento degli Ombrelli ha preso piede, nelle prossime righe faremo il punto sulle azioni susseguitesi negli ultimi mesi, dividendo l’analisi in tre grandi gruppi: i protestanti, il governo Lam, la polizia.

Dalla città delle proteste alla protesta della città

In uno dei libri più significativi riguardo alla storia delle proteste di Hong Kong, Antony Dapiran ripercorre i momenti salienti dalla prospettiva di chi si è opposto alle decisioni coloniali prima e del Capo Esecutivo dal 1997 in poi. Il Movimento degli Ombrelli ha coinvolto la popolazione sull’isola e sulla penisola, bloccando per 79 giorni la città. Nonostante ciò, queste proteste sono sempre state omogenee nelle loro richieste e per lo più selettive tra chi partecipava e chi no. Dopo oltre duecento giorni di proteste, l’intera città ha cambiato il suo modo di percepire e vivere le proteste. Tutti sono coinvolti – a diverse intensità – in quello che Hong Kong sta vivendo, facendo diventare la città stessa promotrice della protesta.

L’irruzione nel Consiglio Legislativo (LegCo) del 1 luglio (giorno in cui Hong Kong passò dagli inglesi ai cinesi) ha provocato due risultati. A livello governativo, il LegCo è stato chiuso fino a metà ottobre, bloccando di fatto l’organo legislativo della città. A livello di protesta, luglio è stato il mese in cui la frammentazione geografica delle proteste ha portato su di un altro livello il conflitto. Dalle zone più centrali di Admiralty e Causway Bay fino a quelle più remote di Sha Tin e Yueng Long, marce di cittadini e “Lennon Walls” sono emersi molto velocemente. Il “Lennon Wall” è stato il simbolo del dissenso del Movimento degli Ombrelli, un muro davanti al palazzo del governo in cui tutta la popolazione poteva attaccare frasi di dissenso per il governo e di incoraggiamento per i protestanti. I colori di quel muro sono riemersi ancora di più da luglio, riapparsi davanti al LegCo e soprattutto a Tai Po, parte più popolare della città dove la protesta non è mai arrivata nel 2014. 

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Copyright: Lo Spiegone

L’intervento della polizia contro i manifestanti del 27 luglio si è mischiata con l’attacco di quelli che sono stati definiti “Triadi”, ovvero gruppi e organizzazioni criminali che popolano la città. L’aumento della violenza da parte della polizia e altri fattori come il caldo torrido dell’estate e la spinta di avere riconoscimento internazionale hanno spinto i manifestanti a virare verso metodi di conflitto più strategico. Le settimane di agosto passate all’aeroporto hanno sensibilizzato turisti e trovato l’appoggio del personale Cathay, la compagnia di bandiera della città. La prevedibile reazione di Pechino non si è fatta attendere, costringendo Cathay a prendere provvedimenti contro il proprio personale.

Durante l’estate la protesta si è andata a incanalare verso un solo slogan “cinque domande, non una meno!”, ovvero:

  1. Completo ritiro della proposta di legge sull’estradizione;
  2. Ritiro dell’accusa di “rivolta” contro i manifestanti arrestati fino a quel momento;
  3. Rilascio dei protestanti arrestati e annullamento dell’imputazione di “rivolta”;
  4. Stabilimento di una commissione indipendente che possa giudicare le continue e violente azioni della polizia;
  5. Diritto di voto universale per le elezioni del LegCo e del Capo Esecutivo.

Si può notare come queste cinque domande siano sostanzialmente riducibili a due grandi obiettivi di riforma: la riforma del sistema politico e quella che regola le forze dell’ordine. Le domande 1 e 5 sono quelle più politiche, e Carrie Lam ha dovuto accettare il completo ritiro della proposta. Le domande 2-3-4 sembrano essere di portata inferiore, e per certi versi lo sono. Ma lo stabilimento di una Corte indipendente che possa giudicare l’operato delle forze dell’ordine è stato appoggiato anche da Amnesty International, ribadendo quanto la violenza della polizia sia al di là dei limiti stabiliti dalle leggi cittadine dentro alla politica del “un Paese, due sistemi”. Infine, le domande 2 e 3 si riferiscono agli arrestati di inizio giugno: ad oggi sono oltre duemila, la grande maggioranza minorenne.

 

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Post su Twitter circolato il 31 agosto nelle ore dopo gli eventi di Prince Edward Station

 

L’ultimo giorno di agosto ha segnato l’inizio della nuova ondata di proteste di fine estate e inizio autunno. Quando la polizia ha fatto irruzione nella stazione di Prince Edward (太子) utilizzando nuovamente spray al peperoncino in grandi quantità dentro ambienti chiusi (vietato dalla compagnia che le produce), spargendo violenza e rabbia tra la popolazione. Quando la popolazione della zona è andata a chiedere alla compagnia della metropolitana MTR i video a circuito chiuso per capire meglio cosa fosse successo, questo non è stato possibile. Dopo sette giorni (arco temporale entro cui il video non può essere distrutto) la protesta ha infiammato nuovamente le strade tra Prince Edward e Mong Kok – altro quartiere popolare della città, nonché uno dei più densamente abitati. Ad oggi ancora non sappiamo cosa sia successo. Il governo e la polizia hanno affermato che non si sono verificate violenze che hanno messo a repentaglio la vita di qualcuno; buona parte della popolazione invece crede che almeno sette persone siano morte.

Resilienza! – un breve passaggio nel mondo studentesco

La settimana prima dell’inizio delle lezioni nelle più importanti università di Hong Kong, la reazione degli studenti ha preso la forma non-violenta all’interno dei campus. Cortei e boicottaggi delle lezioni sono stati lanciati e i corridoi si sono riempiti sempre di più con slogan e frasi contro il governo. Non vi è dubbio che finora il ruolo delle università è stato cruciale nel relazionarsi con i propri studenti.

Boycott classes not education” è stata la prima campagna di contrapposizione al sistema dentro le università, attraverso la quale sono state organizzate lezioni alternative a quelle classiche. L’utilizzo del termine “contrapposizione al sistema” ritorna spesso nelle parole degli studenti, con commenti a volte altezzosi da parte delle generazioni più avanzate. Non volendo entrare nel merito del conflitto generazionale dentro Hong Kong in questo articolo, è necessario però sottolineare come questa frase rappresenti – nella sua fragilità teorica – esattamente gran parte dei sentimenti degli studenti.

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Copyright: Lo Spiegone

Quando ci aggrappiamo al “sistema” è perché spesso non abbiamo chiaro qual è il processo – in questo caso politico – che ci mette nella condizione di deprivazione. Questo però non toglie il sentimento di deprivazione, facendolo diventare scomposto perché difficilmente canalizzabile. Queste frasi escono fuori dalle bocche di ragazze e ragazzi che appartengono pienamente alla classe media cittadina e che frequentano università importanti, e alcuni vengono da famiglie che rappresentano “il sistema” stesso. Ma ciò non toglie la sensazione di paura per un futuro incerto – politico soprattutto – della città, esplodendo anche attraversoo la naturale contrapposizione inter-generazionale. Questa contrapposizione scomposta sta quindi sfociando in una spirale violenta, accumulata con il passare delle proteste dall’inizio del secolo.

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Da aggiungere come, nonostante la violenza reale di un piccolo gruppo di protestanti, molti degli studenti si chiamano fuori dall’utilizzo della violenza. L’infinito dibattito sulla condanna o meno dell’utilizzo della violenza da parte dei manifestanti si sta sviluppando, polarizzandosi verso una tacita comprensione più che condanna, non solo da parte degli studenti. Inoltre, c’è da sottolineare come questo dibattito si adatti alle condizioni in cui viene effettuato. La violenza della polizia a Prince Edward ne è un esempio e la risposta piena di rabbia dei residenti di Hung Hom il 3 agosto, dopo i nuovi arresti nella zona, ne sono un altro.

“Troppo poco, troppo tardi!”

Il 4 settembre Carrie Lam annunciava attraverso un video-messaggio il ritiro della proposta di legge sull’estradizione, cercando di sedare la protesta. Nel messaggio Lam promette trasparenza nel processo decisionale, con future leggi a favore dei cittadini.

La reazione è stata unanime da parte dei manifestanti, membri dell’opposizione nel LegCo ed ex-leader del Movimento degli Ombrelli. “Troppo tardi, troppo poco”. Dopo mesi di proteste, feriti gravi e centinaia di arresti solo una delle cinque domande è stata ascoltata e accolta. Il messaggio di Lam non riesce a commentare in maniera soddisfacente soprattutto il punto 4 delle cinque domande.

Il 4 ottobre 2019, Carrie Lam annuncia l’utilizzo dell’Ordinanza d’Emergenza con la quale ha imposto la Legge Anti-maschere. L’Ordinanza venne creata dal dominio coloniale britannico nel 1922 (emendata nel 1999) e attribuisce pieni poteri al Capo Esecutivo nell’emanare leggi e agire per “il pubblico interesse” solo quando si verifica “un’occasione di emergenza o di minaccia pubblica” (Cap. 241 Ordinanza d’Emergenza).

Nel giro di un mese – dal 4/9 al 4/10 – Lam è passata da un tentativo di dialogo con i cittadini a una chiusura definitiva. L’Ordinanza non è mai stata utilizzata dal 1997 e venne invocata l’ultima volta nel 1966. Questo cambiamento repentino è dovuto anche alle azioni violente del 1 ottobre (giorno della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, festeggiato anche a Hong Kong dal 1997). I manifestanti hanno attaccato soprattutto banche cinesi e multinazionali ree di aver dato pubblico supporto a Pechino nella gestione della situazione di Hong Kong. Starbucks è stata probabilmente la catena occidentale più colpita da queste azioni.

Questa legge permette alle forze dell’ordine di arrestare chiunque indossi una maschera (anche quelle ospedaliere) durante un’assemblea pubblica. In questo modo quindi il governo cerca di “smascherare” letteralmente i manifestanti per poterli identificare più facilmente. In questo frangente alcune testate hanno indicato come leggi simili siano state varate anche in altri Paesi europei, senza però contestualizzare le circostanze. Ad esempio, l’Italia ha una legge simile varata nel 1971 quando gli Anni di Piombo entravano nelle loro venature più scure.

L’ultimo capitolo , finora, è stato proprio durante la riapertura del LegCo con il tentativo di discorso annuale da parte di Lam che, con l’occasione, aveva anche preparato un nuovo piano per risolvere il problema abitativo. Tentativo, perché l’opposizione ha bloccato il Capo Esecutivo per ben due volte, impedendole il discorso e segnando un’ennesima – pesante – sconfitta politica anche dentro il LegCo.

Fonti e Approfondimenti

‘No difference’: Hong Kong police likened to thugs after Yuen Long violence https://www.theguardian.com/world/2019/jul/28/hong-kong-police-likened-to-thugs-after-yuen-long-violence

Cap. 241, Emergency Regulation Ordinance, 1922, rev. 1999, https://www.elegislation.gov.hk/hk/cap241 

Beyond the protests: The social identity formation of Hong Kong’s citizens https://theasiadialogue.com/2019/09/26/beyond-the-protests-the-social-identity-formation-of-hong-kongs-citizens/ 

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