L’Iran al voto per il parlamento

Nonostante questa tornata elettorale non cambierà di molto il panorama politico dell’Iran, tutti gli attori internazionali guarderanno con attenzione al voto del 21 febbraio, che rinnoverà il Parlamento della Repubblica Islamica dell’Iran e sarà un’occasione per capire dove andrà il supporto dell’elettorato. Si orienterà verso moderati e riformisti vicino a Rouhani o si creerà una nuova ondata di supporto verso gli hard-liners?

Come si vota?

Partiamo dagli elementi più tecnici e istituzionali. La Repubblica Islamica vive in un costante dualismo tra istituzioni religiose non elette e istituzioni laiche che invece vengono votate dall’elettorato.

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Source. National Democratic Institute

Il Parlamento è formato da 290 membri e, come si vede dal grafico sopra, risulta essere l’istituzione che ha il ruolo meno preponderante: la Majlis, infatti, non è una Camera con potere legislativo esclusivo. In Iran le leggi, nonostante siano votate dal Parlamento, non entrano immediatamente in effetto ma vengono esaminate dal Consiglio dei Guardiani, il quale ha il compito specifico di valutare che esse siano aderenti alla Costituzione e alla legge islamica. Questo, di fatto, limita fortemente la capacità di azione soprattutto dei cosiddetti parlamentari “riformisti”, in quanto qualsiasi legge che voglia modificare lo status quo, come ad esempio la legge anticorruzione chiesta dal WTO per accettare l’Iran al suo interno, non verrà accettata. Questo perché il Consiglio dei Guardiani è nelle mani dei conservatori, essendo nominato dal Leader Supremo, e favorirà sempre i militari e i religiosi trovando un aspetto di facciata per bloccare la legge.

Oltre a essere imbrigliato dal punto di vista istituzionale, il Parlamento è sottoposto anche a un controllo e a una selezione attenta dei suoi membri. Prima di arrivare a contendersi il seggio elettorale, infatti, i candidati devono attraversare un processo di valutazione che molti riformisti o anti-regime non riescono a passare. La valutazione avviene ufficialmente sulla base di titoli di studio islamici o di valutazioni di condotta morale, ma in realtà il dato analizzato è il grado di fedeltà al regime. In più, una volta raggiunto il voto, il sistema elettorale permette di filtrare ulteriormente chi ha accesso alla carica parlamentare. Il sistema elettorale si basa tendenzialmente su un maggioritario con distretti elettorali sia uninominali sia plurinominali, e la possibilità di un eventuale secondo turno. Tuttavia, la legge elettorale è normata da una legge ordinaria, la quale può essere modificata con grande facilità, permettendo di favorire una parte anche all’ultimo momento.

Il seggio viene assegnato al raggiungimento di una determinata percentuale di voti. Fino al 2000, bastava circa il 25% per essere eletti, ma con le successive modifiche si è arrivati a una cifra variabile da collegio a collegio vicina, in linea di massima, a 1/3 dei voti. Nel caso in cui all’interno di un distretto plurinominale non venga assegnato un seggio, i seggi o il seggio rimanenti vengono assegnati attraverso un ballottaggio tra i candidati più votati rimasti esclusi.

Il contesto e gli scenari possibili

L’Iran arriva a questo voto in un contesto molto complicato e in una situazione di grande difficoltà dopo le vicende riguardanti Soleimani e i vari eventi tra Iran e Stati Uniti. Se il contesto internazionale che circonda questo voto è teso, anche quello interno non è sicuramente rilassato.

Le proteste di piazza dell’anno scorso, su cui il regime ha fatto calare una cortina di disinformazione e dubbio, sono ancora vivide nella mente dei cittadini iraniani. Le proteste degli studenti stanno riprendendo in questi giorni, anche se la partecipazione resta molto bassa. Il clima che si è sparso per tutto il Paese, infatti, è quello di una profonda sfiducia verso le istituzioni, ma soprattutto verso le forze riformiste interne.

Le due precedenti tornate elettorali per il Parlamento avevano preso il via in un clima totalmente differente. Il presidente Rouhani era stato entrambe le volte in grado di costruire una coalizione tra riformisti e pragmatici in grado di poter portare una sfida agli hard-liners in tutto il Paese. I giovani avevano partecipato al voto con una buona percentuale e le proposte fatte erano state abbastanza innovative. L’idea di base era quella di votare per togliere le mani dei Pasdaran – i guardiani della Rivoluzione – e degli hard-liners dall’economia del Paese e dalle istituzioni più importanti. Tutto questo si è rivelato però una promessa vana.

Gli ultimi due anni hanno dimostrato ai giovani che Rouhani non ha la possibilità, e forse la volontà, di cambiare questa situazione e che se messo alle strette è pronto a scendere a patti, a qualsiasi condizione, con le forze più estremiste dei conservatori. L’esempio più chiaro di questo atteggiamento dialogante si è visto con la questione dell’aumento del costo della benzina, quando Rouhani, rifiutandosi di aumentare le tasse sulle attività più remunerative nelle mani degli hard-liners, preferì colpire un elemento che distribuisce i costi su tutta la popolazione: il carburante. Questo dato, di fatto, sta alimentando il clima di sfiducia.

A questo si deve aggiungere l’ondata di repressione prima della tornata elettorale. I riformisti che erano stati liberati qualche mese fa sono tornati in carcere e le maglie del Consiglio dei Guardiani si sono strette in modo serrato. I candidati riformisti vicino al presidente Rouhani e alla fazione dell’ex presidente Khatami sono riusciti a passare praticamente solo nei distretti elettorali di Teheran, dove comunque troveranno una fortissima opposizione, ma nel resto del Paese sono stati praticamente bloccati ovunque.

Il risultato è facile da prevedere. Se i riformisti e le opposizioni più radicali decideranno di non andare a votare ci sarà una vittoria netta per i conservatori, anche a Teheran. Questo avrà due conseguenze principali. Da una parte darà mano libera ai conservatori sull’economia in grande difficoltà del Paese, mentre dall’altra parte continuerà la distruzione dei poteri del Parlamento, che questi stanno cercando di portare avanti da anni. Come ha più volte affermato il leader della maggioranza conservatore in Parlamento, l’idea degli hard-liners è quella di trasformare l’istituzione in un luogo di mero controllo e approvazione del budget, ampiamente predeterminato da altri uffici.

A questo punto è necessario chiarire qual è l’idea di economia degli hard-liners. In realtà va detto che questi non hanno una chiara lettura economica: l’obbiettivo di questa parte della politica iraniana è mantenere l’attuale status quo, che vede un preponderante controllo da parte di militari e fondazioni religiose sugli assetti economici principali del Paese.

L’unico dato di incertezza in questo voto è nel campo dei conservatori, dove continua lo scontro tra forze nazionaliste e militari contro quelle di stampo più religioso. Sarà infatti una conta tra i parlamentari fedeli alle due parti. Storicamente lo speaker della Camera è un laico, ma per quanto riguarda la prossima tornata rimane da vedere. Ghalibaf, l’ex sindaco di Teheran molto vicino ai Pasdaran, ha puntato la carica e se riuscirà ad avere i numeri sarà lui il prossimo leader del Parlamento. Bisogna capire cosa vorrà dire per l’equilibrio interno alle istituzioni iraniane: vi sarà ancora più potere verso le Guardie Rivoluzionarie o rimarrà tutto più o meno invariato?

 

Fonti e approfondimenti

Iran kicks off parliamentary election campaign, Al Monitor, 13/02/2020

S. Jafari, Iran pares election roster in favor of hard-liners, Al Monitor, 27/01/2020

R. Faghihi, How Iranian hard-liners helped Reformists ahead of elections, Al Monitor, 06/02/2020

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