Not me. Us. Il ritiro di Bernie Sanders e il futuro del movimento

Il ritiro di Bernie Sanders ha messo fine a quella che molti hanno definito una campagna quinquennale verso la presidenza. La lunga corsa, iniziata nel 2015, ha prodotto un impatto senza precedenti sulla politica americana. In questi anni, il senatore del Vermont ha catalizzato l’attenzione generale su temi diventati sempre più centrali al tavolo delle issues del Partito Democratico. La giustizia sociale, la sanità pubblica aperta a tutti, il salario minimo, il college gratuito e aperto a tutti e la lotta al cambiamento climatico, sono solo alcune delle tematiche affrontate.

Il segno più grande è sicuramente quello lasciato sulle persone, creando un movimento considerato il più grande mai visto nella storia delle primarie. Un qualcosa che non si vedeva dai tempi della campagna di Robert Kennedy, prematuramente fermata dall’assassinio dello stesso nel 1968. Un movimento partito dal basso che antepone il “noi” davanti all’”io”, la comunità davanti al singolo. Caratteristica, questa, piuttosto inusuale in un contesto come quello statunitense, dove la politica è molto legata alla figura del leader.

Ispirare e mobilitare

Bernie Sanders soltanto cinque anni fa era un nome sconosciuto ai più. Eppure nell’arco di questo lasso di tempo è divenuto uno dei politici più famosi e influenti del panorama nazionale. Durante quest’ultima corsa elettorale il senatore del Vermont è stato il candidato ad aver raccolto e speso più denaro. La passione e il movimento creati hanno avuto una forte risonanza fra i giovani, i quali si sono spesi per la sua campagna e le sue lotte in prima linea, raccogliendo denaro, spingendo la partecipazione alle urne e riempendo costantemente ogni evento elettorale. Questo resterà il più grande risultato della campagna di Sanders. L’essere riuscito a creare un consenso radicato e diffuso in ideali che, tradizionalmente, sono al di fuori dello spettro politico di un partito democratico spostato verso il centro. Il forte sostegno tra le generazioni giovani, però, potrà assicurare continuità a queste rivendicazioni.

Sostenitori di Sanders in California. Fonte: Wikimedia Commons

È evidente che ormai Sanders non sarà mai il presidente degli Stati Uniti vista la sua età, ma a questo punto ciò che più conta è il suo lascito e la sua impronta nel partito e non solo. In tal senso, fra le ultime dichiarazioni prima del suo ritiro, il senatore ha dichiarato che “il futuro di questo Paese non dipende dalle persone che hanno 75 o 80 anni, dipende dai giovani”. Le giovani generazioni, infatti, si sono aggrappate a Sanders e alle sue idee a fronte di un establishment democratico che, ai loro occhi, non sta facendo abbastanza per loro. Questi vorrebbero delle vere e proprie trasformazioni, non solo riforme in grado di risolvere un problema a metà o in parte. Sanders, insomma, catalizza il consenso di quei giovani più marginalizzati, che non hanno avuto la fortuna di poter godere dei benefici di una famiglia agiata, di un’educazione di prim’ordine e di una stabilità proveniente da lontano.

I movimenti politici più longevi riguardano le idee, non le personalità. I leader sono un mezzo, funzionale all’identificazione in determinate idee in un contesto politico particolare. La sfida sta nel far sì che quelle idee si sedimentino nella società e gli strati che la compongono. Il successo del People’s Movement di Sanders, quindi, si misurerà da quanto nei prossimi anni riuscirà a espandersi ulteriormente e radicarsi nella società americana e i giovani saranno la chiave perché ciò avvenga.

Non è un caso, infatti, che dopo la sconfitta nel 2016 sulla scena siano rimasti i sostenitori di Sanders, non quelli della Clinton; e che siano state elette personalità che si erano spese per Sanders, non per la Clinton. Ispirare significa mobilitare. Affrontare le disuguaglianze che continuano ad affliggere il Paese e inaugurare una politica multirazziale di massa in grado di costringere l’establishment a fare concessioni ai loro concittadini è stata ed è la forza di questo movimento.

L’influenza di Sanders sulle primarie

Quando sono iniziate le primarie le proposte che hanno caratterizzato la campagna di Sanders come Medicare for All, college pubblico gratuito e il Green New Deal, hanno fortemente contribuito all’agenda degli altri candidati. Le figure che nella corsa rappresentavano la prossima generazione dell’establishment democratico come Kamala Harris e Cory Booker, hanno avviato le loro campagne a sostegno di Medicare for All. Pete Buttigieg e Beto O’Rourke hanno trascorso i primi giorni delle loro campagne a discutere di grandi cambiamenti cari a Sanders, come la sanità pubblica e il gun control, che all’ex vicepresidente Joe Biden.

Joe Biden. Fonte: Wikimedia Commons

Tuttavia, alla fine, tutti hanno dato il loro appoggio all’ex vicepresidente. I sostenitori di Sanders (ma anche della Warren, la più vicina ai suoi temi), da questo punto di vista si sono poi scagliati contro gli altri candidati che hanno sposato politiche più moderate. Per loro è stato un segno che in realtà questi candidati non si sono mai impegnati seriamente per realizzare dei cambiamenti realmente tangibili in tematiche come la sanità pubblica.

Dopo i primi appuntamenti elettorali che avevano catapultato Sanders al primo posto nella conta dei delegati, rendendolo il favorito per la vittoria finale, il campo moderato si è quindi compattato. I ritiri di Buttigieg e Klobuchar, uniti all’ottima performance di Biden in South Carolina, hanno creato il terreno perfetto per il recupero dell’ex vicepresidente.

Le cause della sconfitta

Bernie Sanders ha costruito con successo una coalizione di giovani elettori e etnicamente composita, in particolare conquistando il voto dei latinx di tutte le fasce d’età che hanno garantito ottimi risultati in stati come il Nevada e la California. Questi elettori però non sono stati sufficienti per ottenere la vittoria negli altri appuntamenti. Basti vedere i numeri del Super Tuesday per comprendere la sconfitta. In quella tornata elettorale, Sanders ha ottenuto circa il 76% di voti degli elettori di età inferiore ai 30 anni e il 53% dagli ispanici. Tuttavia questi dati demografici non sono bastati per competere con i numeri di Biden, trascinato dal voto afroamericano e dagli elettori con età media più alta.

La stessa situazione si è poi riproposta anche negli appuntamenti successivi. Il mancato appoggio dei neri si è rivelato un difetto fatale. Inoltre, negli Stati del sud, dove l’elettorato tende a essere mediamente più moderato o conservatore, i numeri di Sanders non sono stati all’altezza.

Sanders ha fatto esattamente quello che aveva promesso, costruendo la più grande base di volontari e donatori mai vista in una primaria democratica contribuendo a spostare il partito più a sinistra e formando decine di migliaia di attivisti. L’idea di base era quella di proporre un’offerta politica social-democratica che mettesse al centro il welfare state, la sanità pubblica e aperta a tutti e gli altri punti già citati. Obiettivo finale, la creazione di una coalizione multirazziale e multigenerazionale con un occhio di riguardo alla working class. Eppure, alla fine, in uno Stato come il Michigan, considerato come lo Stato della working class per antonomasia, è stato Joe Biden a riunire una coalizione di questo tipo vincendo in praticamente tutte le contee, indipendentemente dai dati demografici e di reddito.

Nel Minnesota e nell’Oklahoma, due Stati caratterizzati da popolazioni bianche e rurali, Sanders ha riportato due grandi sconfitte. Biden ha ottenuto la vittoria in quasi l’83% delle contee dove Sanders aveva vinto nel 2016. Un’inversione che deriva dal mancato appoggio degli elettori bianchi senza formazione universitaria, a differenza di 4 anni fa, quando questi elettori lo supportarono. La sfida stava nel mantenere quella porzione di elettori e allargarla ulteriormente fra i giovani e alla minoranza afroamericana, cosa che non è accaduta.

Conclusioni

Il ritiro del senatore dal Vermont ha segnato la fine di queste primarie che verranno ricordate come le più varie e allargate della storia. Una corsa sulle montagne russe iniziate più di un anno fa con più di 20 candidati e conclusasi con due uomini bianchi entrambi vicini agli 80 anni, dove alla fine il più moderato è risultato vincitore.

Il destino dell’agenda progressista di Sanders dipenderà da quei giovani che con forza lo hanno sostenuto in questi anni e molto dipenderà da chi raccoglierà a tutti gli effetti il suo testimone. Sta di fatto che nell’immediato, l’appoggio dell’elettorato di Sanders sarà fondamentale per Biden per sperare di poter sedere nello Studio Ovale. Biden si sta muovendo proprio in tal senso, aprendo a un ampliamento dell’offerta sanitaria e alla cancellazione di parte dei debiti studenteschi, forte anche dell’endorsement ricevuto da Sanders stesso.

Tuttavia gli appelli non sembrano essere ancora stati raccolti dalla maggioranza dell’elettorato social-democratico e nessuno dei grassroots movements di Sanders ha dichiarato l’appoggio all’ex vicepresidente. Anche Barack Obama, con cognizione di causa, nel suo annuncio di endorsement per il suo vice ha fatto riferimento a Sanders e al suo movimento.

Poter contare su legioni di giovani in grado di poter dare brio, freschezza e aiuto sui territori alla campagna sarebbe importante. Quindi, se da un lato Trump è già pronto alla sfida, dall’altro la questione è ancora in divenire. Il Partito Democratico sarà in grado di far fronte comune contrariamente a quanto avvenuto nel 2016?

Fonti e approfondimenti

S. Sullivan, M. Viser, D. Weigel, Bernie Sanders ends his presidential campaign, The Washington Post, 08/04/2020

J. Nichols, Bernie Sanders lost. But he won, The Atlantic, 09/04/2020

Z. Beauchamp, Why Bernie Sanders failed, Vox, 10/04/2020

N. Narea, Bernie Sanders’s coalition of Latinos and young voters wasn’t enough to help him win in Tuesday’s primaries, Vox, 11/03/2020

D. Weigel, The trailer: why Bernie Sanders lost, The Washington Post, 09/04/2020

E. Lach, Bernie Sanders and the promised land, The New Yorker, 08/04/2020

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