I Bernie Bros e il dibattito democratico

Murale raffigurante il senatore del Vermont e candidato alle primarie democratiche Bernie Sanders. Foto di Eli Christman via https://www.flickr.com/photos/gammaman/25692609994

“A Bernie Bro is legitimately glad that his uninformed, mainstreamer aunt is part of a generation that is going to be dead soon.“ – Rebecca Caplan, The Bernie Bro Code

Era l’ottobre del 2015 quando il giornalista dell’Atlantic Robinson Meyer decise di utilizzare per la prima volta, quantomeno per i media mainstream, l’espressione “Bernie Bros” per indicare i sostenitori del candidato, oggi come allora, alle primarie democratiche Bernie Sanders. Secondo Meyer, tra i supporter del senatore emergeva un gruppo particolarmente attivo online: attivo e rumoroso, sempre pronto a replicare in modo irruente e offensivo agli avversari politici del loro idolo. Il gruppo sarebbe stato composto in prevalenza da giovani maschi bianchi, con un buon livello di istruzione e appartenenti alla classe medio-alta, un identikit che in effetti corrisponde a una parte del bacino elettorale di Sanders.

Il neologismo divenne in fretta di dominio pubblico, mentre parte sempre più cospicua dell’opinione pubblica democratica cominciò a interrogarsi sulla presenza di una simile fandom di “sanderistas”, alla luce di alcuni episodi di flaming rivolti a Hillary Clinton e i suoi sostenitori, e denunciati dalla stessa candidata alle primarie. Visto il crescente interesse dei giornali per la vicenda, Sanders e i suoi specialisti della comunicazione furono costretti a riconoscere l’esistenza del fenomeno e prenderne pubblicamente le distanze, in più di un’occasione. In seguito, i giornali hanno a lungo evitato l’argomento; tuttavia, a quattro anni di distanza, i Bernie Bros sono tornati allo scoperto.

Quale scontro?

Il 16 gennaio la CNN ha diffuso la notizia di una conversazione tra Sanders e Warren, in cui il primo avrebbe detto alla senatrice del Massachusetts che una donna non avrebbe avuto alcuna possibilità di diventare presidentessa degli Stati Uniti. Sanders ha smentito la notizia, ma Warren ha riaffermato la validità di quanto sostenuto dalla CNN. A questo punto, molti sostenitori del primo hanno cominciato a bersagliare la candidata democratica sui suoi profili social: su Twitter, ad esempio, è stato ampiamente impiegato l’hashtag #WarrenIsASnake, con annesse emoji “serpente”, in un gesto condiviso da talmente tanti utenti da diventare argomento di tendenza. A detta di importanti giornalisti, tra cui prestigiose firme del New York Times, questo sarebbe solamente un caso di una lunga serie di “trattamenti” social-mediatici a opera dei “fratelli” digitali di Bernie; allo stesso tempo, però, non sono tutti convinti che si tratti di un fenomeno diffuso, quanto di un abile espediente escogitato da media ed esponenti politici ostili al senatore del Vermont.

In uno scritto sull’Intercept, risalente alla sfida Clinton-Sanders, Glenn Greenwald sosteneva che fosse in atto, da parte dei giornalisti vicini all’establishment democratico, una vera e propria strategia di delegittimazione del candidato “radicale”. Secondo il giornalista inglese, concentrando l’attenzione sugli elementi critici presenti nella base elettorale di Sanders, descritta in maniera sensazionalistica come una gang di maschi bianchi misogini e violenti, i media non mettevano in discussione una proposta politica, ma negavano di fatto le premesse per la realizzazione di un dibattito tout court

In questo caso, il frame sessista era funzionale a indirizzare l’obiettivo su un tema completamente estraneo all’oggetto della campagna, mascherando contemporaneamente uno scontro economico da questione di genere. Lo scontro, infatti, non era tra la femminista Clinton e il maschilista Sanders, che non ha mai avuto difficoltà a prendere le distanze dai suoi seguaci più machisti, ma tra media ben visibili, in grado pertanto di influenzare l’opinione pubblica, e uno stormo di oscuri e anonimi haters da tastiera, la cui presenza è facilmente riscontrabile in rete, ma risulta comunque incapace di condizionare e orientare il dibattito sui temi.

Visibilità

D’altronde chi è in grado di fornire una rappresentazione del fenomeno, chiaramente dal proprio punto di vista, se non una compagine mediale? Solo grazie a un mezzo di informazione la folla solitaria digitale diventa visibile. Ma, al tempo stesso, non si può non riconoscere quanto quest’ultima possa prestarsi, per sua stessa natura, a una manipolazione, nella misura in cui si sfrutta la sua effervescenza a seconda del contesto e la si considera, nella sua ormai non più informe totalità, quale termine “negativo” in un dualismo ad hoc. In questo modo, un insieme di tweet pubblicati da profili senza rilevanza pubblica può diventare un ottimo pretesto per un dibattito pubblico privo di rilevanza.

Di fronte alle richieste di chiarimenti avanzate negli anni, Sanders e i suoi collaboratori hanno più volte ripetuto di non poter controllare le azioni in rete dei militanti; solo su Twitter, per citare lo strumento su cui viaggiano più frequentemente opinioni politiche, essi ammontano a poco meno di 11 milioni. Considerando poi la quantità di piattaforme utilizzate dal movimento, che vede nell’elemento digitale e nella spinta “dal basso” due grandi punti di forza, anche solo ipotizzare un intervento in questo senso risulterebbe parecchio complicato. Ma soprattutto, anche qualora lo fosse, sarebbe risolutivo di qualcosa? O i Bernie Bros rappresentano solo la punta dell’iceberg di un problema molto più complicato? 

Allargando la prospettiva, e pensando anche al dibattito politico del nostro Paese, è difficile non sposare la tesi della delegittimazione, così come sostenuta da Greenwald: lo scontro tra mainstream e underground, se vogliamo, tra élite e popolo, viene quasi sempre risolto in un processo dialettico volto alla delegittimazione del diverso, che rispecchia e amplifica una dinamica sociale che caratterizza, anche se con rispettive peculiarità, i due lati dell’Atlantico: la polarizzazione. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, nel corso degli ultimi trent’anni la polarizzazione ha riguardato tanto il mondo dei media quanto quello della politica: le opinioni si sono radicalizzate, e il dialogo tra posizioni diverse, sia nel mondo reale sia in quello virtuale, è diventato sempre più difficile. Di riflesso, infatti, considerata l’influenza dei mezzi di comunicazione sulla percezione dei fenomeni in atto nella società, è evidente come in questo sviluppo debbano essere incluse anche le piattaforme, dove la scelta di prendere parte con un contributo personale deve oltretutto fare i conti con un’altissima velocità di trasmissione delle informazioni e con un forte incentivo alla semplificazione, dettati dalle regole della struttura. 

In questo contesto, non ci si può meravigliare che la radicalizzazione non faccia altro che aumentare. Per questo, il fatto che lo scontro tra esponenti politici venga portato a sua volta sullo stesso piano non può che contribuire a un ulteriore appiattimento dei contenuti, in uno stallo in cui le argomentazioni pro e contro si trasformano definitivamente in una questione identitaria, spesso fine a se stessa. Un problema che, per riprendere il quesito iniziale, non può essere risolto con degli interventi digitali, in quanto frammento immediatamente visibile di una realtà ben più complessa. E tutt’altro che limitata a una singola parte politica: come efficacemente sintetizzato da Caplan, i Bernie Bros non sono solo un problema di “Bernie”. 

 

Fonti e approfondimenti

Rebecca Caplan, Bernie Bro code, The New Yorker, 3.29.2016

Glenn Greenwald, The “Bernie Bros” Narrative: a Cheap Campaign Tactic Masquerading as Journalism and Social Activism, The Intercept, 1.31.2016

Amanda Hess, Everyone Is Wrong About the Bernie Bros, Slate, 2.3.2016

Robinson Meyer, Here Comes the Berniebro, The Atlantic, 10.17.2015

Bret Stephens, Bernie’s Angry Bros, The New York Times, 1.31.2020

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