I nodi irrisolti di Facebook in vista delle elezioni americane

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Sono passati undici anni dalla (prima) vittoria di Obama alle elezioni presidenziali; quel momento, senza dubbio uno dei più importanti nella storia degli Stati Uniti, ha rappresentato anche un punto di svolta nel campo della comunicazione politica. È stato nel 2008, infatti, che le piattaforme digitali hanno iniziato a ricoprire un ruolo fondamentale nella politica americana: allora, i social network erano visti, tanto dai cittadini quanto dagli studiosi, come una grande opportunità per le moderne democrazie. Oggi, a seguito degli scandali che hanno coinvolto Mark Zuckerberg e la sua azienda – Cambridge Analytica su tutti – la percezione è un’altra.

In effetti, come hanno scoperto abbastanza velocemente diversi analisti ed esperti di media, in questi servizi online si cela il “nuovo petrolio”; tuttavia, esso non viene a coincidere con le informazioni di cui si trovano a disposizione gli utenti, bensì con i dati forniti da questi ultimi. Dati che vengono prima “estratti”, e poi sfruttati dalle grandi aziende, per i fini più svariati. Ciò significa che, invece di rispondere alle esigenze della democrazia, la logica delle piattaforme è finita per rispondere sempre più agli interessi dei colossi del Web, i quali, di fatto, decidono la direzione che seguirà la macchina, attraverso i dispositivi algoritmici che regolano il flusso comunicativo.

La democrazia di Facebook

Risulta evidente, pertanto, che riporre le speranze della democrazia in chi, da imprenditore a capo di un’azienda privata, intraprende la strada del profitto, sia un’ipotesi quantomeno azzardata. Tra i problemi più rilevanti, vi è sicuramente quello relativo alla diffusione dei messaggi nel corso delle campagne elettorali. In merito, alla fine di ottobre il CEO di Twitter Jack Dorsey ha annunciato che non sarebbe più stato possibile pubblicare annunci politici a pagamento sulla piattaforma dei cinguettii. Per quanto riguarda Facebook, viceversa, la direzione seguita è un’altra. In un’audizione di fronte alla Commissione servizi finanziari della Camera, Zuckerberg ha lasciato intendere di non avere intenzione di rimuovere i contenuti politici “sponsorizzati” dalla piattaforma. In tutte le occasioni in cui gli è stato chiesto di rispondere nel merito, il SEO del social più popolare del mondo occidentale si è sempre appellato al Primo Emendamento della Costituzione, che prevede e garantisce la libertà di espressione.

La posizione di Zuckerberg è stata oggetto di forti critiche, soprattutto in seguito alla dimostrazione, da parte della candidata democratica alle presidenziali Elizabeth Warren, di quanto sia facile promuovere un post sulla piattaforma, a prescindere dal suo messaggio. La questione è parecchio spinosa: da un lato, concedere a Facebook la possibilità di eliminare i contenuti secondo i suoi criteri implica il riconoscimento di un enorme potere a un’azienda privata, poiché è sui social network che, allo stato attuale, si stabilisce quali temi possano fare parte del dibattito e quali debbano invece venire esclusi. Dall’altro, senza un meccanismo che sancisca una distinzione tra notizie e fake news, e allo stesso tempo permetta pari libertà di espressione agli utenti, potrebbe essere il sistema politico tout court a risentirne in termini democratici.

Mercato e opinione pubblica

Se a questo si aggiungono le vendite di dati sensibili ad aziende terze, in grado di orientare non solamente l’attenzione, ma anche il comportamento – ad esempio, quello elettorale – dei cittadini, le prospettive si fanno decisamente fosche. Tra l’altro, Zuckerberg ha annunciato nel maggio di quest’anno la volontà di integrare Facebook, Whatsapp e Instagram, in un’operazione che permetterebbe agli utenti di condividere i contenuti in una logica multi-piattaforma. A fronte di una semplificazione senza dubbio vantaggiosa per gli utenti, tuttavia, è chiaro che nell’unione di questi servizi potrebbero nascondersi diverse problematiche, soprattutto in termini di concorrenza. Non a caso, la Federal Trade Commission si starebbe proprio interrogando in merito alla futura posizione dominante, ricoperta nel settore dei social media dalla piattaforma in questione.

In termini più strettamente politici, uno dei problemi principali riguarda i processi di formazione dell’opinione pubblica. Come dimostrato dagli studi sulle elezioni americane e su Brexit, la raccolta dei dati sui profili e le abitudini comportamentali degli utenti può essere sfruttata dal sistema politico per diffondere messaggi altamente orientati ai singoli elettori. Si tratta del “micro-targeting comportamentale”, grazie al quale, se in possesso di una buona quantità di informazioni, gli specialisti della comunicazione riescono a elaborare dei contenuti dalla più alta probabilità di successo nel condizionare le scelte degli individui. Infine, come se non fosse sufficiente questa insistente forma di pubblicità, sempre più di frequente i candidati politici si affidano a influencer e “micro-influencer”, ovvero cittadini che detengono un potere di influenza all’interno di determinate nicchie delle comunità online. L’azione connessa di questi soggetti è molto preziosa, poiché sui social – Instagram su tutti – i messaggi politici possono arrivare anche ai cittadini meno esposti al sistema informativo tradizionale, e il cui voto può rivelarsi decisivo nel caso di competizioni molto equilibrate.

Disuguaglianza e polarizzazione 

Se nella prima fase del Web 2.0 gli studiosi avevano riposto le speranze di una democratizzazione del dibattito pubblico, nel “micro-targeting” e nei post sponsorizzati i social network hanno, quantomeno in parte, tradito la pretesa di orizzontalità che aveva caratterizzato i loro esordi. È sempre più vero, infatti, quanto afferma David Karpf: “sui social tutti possono parlare, ma pochi vengono ascoltati”. Nell’ambiente digitale, così come altrove, gli utenti più uguali degli altri sono, spesso, quelli che riescono a pagare di più.

Nel caso della politica, oltre alla riproposizione di una disuguaglianza reale nel grado di attenzione ricevuta sui social media, che spesso riflette quella nei media tradizionali, questo sviluppo si lega a un altro fenomeno, analizzato tra gli altri da Sunstein e Pariser: quello della polarizzazione. In breve, secondo questi autori, il flusso comunicativo che prende vita online, anziché aumentare le possibilità di incontrare opinioni diverse, finirebbe per ridurre questo margine, attraverso l’azione dell’algoritmo e la chiusura in cerchie di utenti che la pensano in maniera molto simile sulle questioni più rilevanti. Per cui, quanto più una certa parte politica si dimostra capace di raggiungere in maniera efficace e “disintermediata” un bacino elettorale, tanto più sarà alta la probabilità che si formi una bolla comunicativa, o camera dell’eco, in cui è possibile che, in primo luogo, si rafforzi una visione omogenea; in secondo luogo, che questa diventi sempre più radicale e polarizzata, poiché sempre meno esposta a idee differenti.

Sebbene il lavoro di Sunstein e Pariser abbia ricevuto diverse critiche, la loro suggestione è quanto mai reale: ciò che è certo è che il processo di formazione dell’opinione pubblica stimolato dalle piattaforme non è neutrale, né da un punto di vista economico, né da un punto di vista politico. In più, è stato reso noto che Zuckerberg, oltre ad aver cenato con Trump, abbia incontrato diversi esponenti politici, appartenenti in larga parte allo schieramento conservatore; nel corso di questi incontri, uno dei temi toccati è stato anche il meccanismo di promozione dei contenuti politici sponsorizzati. La sensazione è che, a breve, scopriremo se Zuckerberg deciderà di mantenere la linea o, al contrario, intraprendere la strada della neutralità, in vista delle elezioni del prossimo anno: decisione, questa, che potrebbe avere conseguenze di grandissima portata nell’influenzare i flussi di elettori e la loro scelta di voto, dando al leader di Facebook un potere enorme.

 

Fonti e approfondimenti

Schomer A., The FTC is considering a preliminary injunction against Facebook, Business Insider, 12.16.19

Bertrand N., Lippman D., Inside Mark Zuckerberg’s private meetings with conservative pundits, Politico, 10.14.19

Glazer E., Political Campaigns Turn to Social-Media Influencers to Reach Voters, Wall Street Journal, 23.9.19

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