La polarizzazione negli Stati Uniti

Foto di Praneeth Koduru da Pexels

Secondo un recente sondaggio, i cittadini statunitensi sono quasi equamente divisi tra quanti mostrano fiducia nel fatto che il presidente Biden possa riavvicinare il Paese (48%) e quanti credono che gli sforzi della sua amministrazione non possano sortire alcun effetto da questo punto di vista (52%). La rilevazione effettuata dal Pew Research Center, uno dei più importanti istituti di ricerca demoscopica degli USA, interrogava l’opinione pubblica su un fenomeno specifico, il cui sviluppo negli ultimi trent’anni ha interessato molte nazioni, compresa per l’appunto quella statunitense: la “polarizzazione”.

Polarizzazione: stato dell’arte

Si può individuare una sintesi efficace del significato di polarizzazione in questo brano, tratto dal discorso pronunciato da Joe Biden a Gettysburg, nell’ottobre scorso: “troppi americani pensano che la sfera pubblica non sia un’arena per la mediazione tra le nostre differenze quanto, piuttosto, il terreno di una guerra partigiana totale e inesorabile.” Con questo termine, in breve, si fa riferimento a quel fenomeno per cui gli elettori e rappresentanti di un partito o di uno schieramento politico si fidano sempre meno e covano sentimenti sempre più negativi nei confronti degli elettori e dei rappresentanti del partito o dello schieramento opposto.

Nella società statunitense, questo si traduce in una grande conflittualità tra i sostenitori democratici e quelli repubblicani, una conflittualità che eccede la visione politica e permea ogni dimensione sociale, dalle relazioni interpersonali allo stile di vita. Oltre ad avere una visione differente sulle principali questioni che attraversano il dibattito pubblico, infatti, di fronte a una diversa affiliazione politica i cittadini si dimostrano molto meno disposti a stringere rapporti e relazioni affettive. Di riflesso, a livello istituzionale il dialogo che viene a mancare è proprio quello tra i relativi rappresentanti politici, i quali sono fortemente motivati a evitare compromessi con la parte avversa. Non solo: il mancato incontro tra prospettive differenti si riflette nell’aspetto ancor più preoccupante legato alla polarizzazione, ovvero la completa svalutazione delle opinioni altrui, che può sfociare nella delegittimazione personale e, infine, nella giustificazione della violenza per mettere a tacere il “diverso”.

La crescita progressiva della polarizzazione nel Paese nordamericano è stata documentata ben prima dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Uno dei trend che forse meglio illustra la cristallizzazione delle posizioni della cittadinanza è quello relativo ai comportamenti di voto nei singoli Stati: in ognuna delle ultime sette elezioni, meno del 25% delle amministrazioni ha cambiato colore politico. Questo fenomeno è andato di pari passo con la radicalizzazione di importanti fette dell’elettorato, in particolare negli anni successivi alla crisi economica del 2007 e all’elezione di Obama, quando Occupy Wall Street e il Tea Party hanno saputo interpretare il profondo malessere che covava, da sinistra Occupy, nei confronti di un “sistema” politico ed economico-finanziario percepito come funzionale agli interessi dei più potenti; da destra il Tea Party, verso un governo federale che si riteneva troppo  invasivo e aperto alle esigenze dei gruppi meno “meritevoli” della società, in primis le minoranze. 

Disuguaglianze economiche e questione razziale sono due elementi che contribuiscono a una ridefinizione nel rapporto individuo-comunità – negli USA già fortemente sbilanciato sul primo versante – e aiutano quindi a capire perché la tendenza va verso una polarizzazione sempre più radicale. In una società poco coesa come quella statunitense, i membri dei gruppi tendono a compattarsi verso l’interno in risposta ai cambiamenti sociali, rafforzando le segregazioni sistemiche già presenti a livello locale.

Dall’offline all’online – e ritorno

Nei quattro anni di Trump, la forbice economica è aumentata mentre il conflitto sociale si è intensificato. Alcuni indicatori evidenziano come la divisione partigiana ha raggiunto livelli ancor più elevati, al punto che conservatori e liberal hanno iniziato a considerarsi reciprocamente una minaccia per la sicurezza nazionale. L’apice è stato raggiunto dopo il voto di novembre, quando l’ex presidente ha cercato, attraverso tutti i suoi canali di comunicazione, di trasmettere il messaggio che la vittoria elettorale fosse più importante della tenuta delle istituzioni democratiche, in una campagna di delegittimazione durata più di due mesi. Un ruolo cruciale nel favorire l’idea alla base della campagna, ovvero che i repubblicani avessero in realtà vinto le elezioni e fossero stati “derubati”, è stato ricoperto dalle piattaforme digitali. 

Sui social network il coinvolgimento degli utenti si tinge spesso di caratteri affettivi. Se, come affermano i sociologi Boccia Artieri e Farci, è la pressione sociale a spingere i prosumers – allo stesso tempo consumatori e produttori di informazione – nel flusso, una volta in rete, le azioni individuali prendono forma in vista di un ritorno emotivo da parte delle rispettive cerchie di amici e followers, secondo un meccanismo di prestazione-godimento. In questo processo, le operazioni selettive degli algoritmi, che determinano la visibilità dei contenuti e degli utenti sul nostro spazio personale, producono e riproducono un ambiente plasmato in base al principio dell’omofilia, ossia della affinità sociale e politica di chi si trova a condividere, in ordine, gli stessi interessi, gli stessi consumi: un po’ alla volta, le stesse idee. Riprendendo la fortunata formula suggerita da Sunstein, il digitale si viene pertanto a suddividere in tante piccole “camere dell’eco” apparentemente neutrali ma oggettivamente partigiane, in quanto chiuse in via sistemica al dissenso. Ma le piattaforme segnano davvero un “salto di qualità” rispetto ai media tradizionali da questo punto di vista?

I dati raccolti negli ultimi anni grazie ai sondaggi di opinione mostrano una realtà molto articolata in ambito di consumi mediali. Confermando una ormai storica divisione: gli statunitensi dichiarano di affidarsi ad ambienti mediatici sostanzialmente inversi per quanto riguarda la propria dieta informativa, con più del 60% degli elettori conservatori che predilige Fox News e un’analoga percentuale di elettori democratici che indica la CNN come la propria fonte primaria. Contemporaneamente, le due reti più seguite sono anche tra quelle verso cui gli spettatori nutrono la minor fiducia. Fiducia che non per questo è riposta in misura maggiore nei social network o sul Web in generale, sebbene tale medium si confermi la fonte più consultata per seguire le vicende politiche. Al contrario, stando al Digital News Report, sono i notiziari locali a ottenere il maggiore credito presso l’opinione pubblica: ben il 60% della popolazione riconosce la loro affidabilità.

In un Paese tanto polarizzato e con un così povero tasso di fiducia nei confronti delle istituzioni, il fatto che l’informazione più legata al territorio riesca a mantenere questa influenza non può passare in secondo piano. In effetti, è proprio su questa dimensione che si manifesta la polarizzazione più forte: quella dei luoghi. Come illustrato da The Atlantic, il confine più solido tra liberal e conservatori nelle ultime elezioni si è dimostrato quello tra aree costiere e zone rurali. Data la grande eterogeneità dei diversi mondi che popolano gli USA, i social network non rappresentano una barriera a sé in un ecosistema altrimenti aperto. Piuttosto, essi devono essere considerati come un amplificatore di dinamiche sociali già sviluppate al loro esterno. Le quali, una volta alimentate tramite la leva affettiva, possono subire una più o meno decisa accelerazione

Il “modello Parler”: un salto nel futuro?

Uno di questi spazi accelerativi è Parler, il social network di cui tanto si è discusso a seguito dei fatti di Capitol Hill. A differenza di Facebook e Twitter, social più “generalisti” sui quali è possibile imbattersi in un ampio ventaglio di opinioni politiche, su Parler gli utenti sono per la stragrande maggioranza conservatori e sostenitori del GOP. Di conseguenza, come avviene in altri anfratti del cyberspazio  in cui hanno trovato una casa accogliente soltanto certe nicchie ideologiche, in questo spazio viene in pratica negata alla radice la possibilità dell’“esposizione incidentale”, ovvero di quel meccanismo in virtù del quale utenti a noi vicini riescono a spezzare la legge dell’omofilia, pubblicando un contenuto alternativo al sentiment maggioritario della nostra bolla. Meccanismo che, in un ambiente creato appositamente per liberare la bolla dai vincoli etici e giuridici esistenti altrove, non trova alcuna ragione d’essere.

Dopo che sono stati resi noti i primi risultati delle elezioni, Parler è diventato la meta di un grande pellegrinaggio della fandom di Trump, in fuga dalla non accettata realtà del successo democratico. In mancanza di una qualsiasi forma di contraddittorio, su questa piattaforma hanno quindi cominciato a diffondersi teorie del complotto e verità alternative ai media mainstream, chiaramente in sintonia con la visione politica dell’ex presidente. Si è creato in questo modo una camera dell’eco di grandi dimensioni. Nei giorni immediatamente successivi al voto erano attivi 4 milioni di utenti: un numero molto ridotto se paragonato a Facebook o Twitter, ma molto elevato se si considera la relativa novità del social e la singola affiliazione politica. Che Parler rappresenti un modello di Web 3.0, dove ambienti sempre più esclusivi e respingenti prenderanno il posto dei pilastri più affermati e meno ideologicamente schierati, è senza dubbio uno schizzo più lungo della penna. Per il momento, però, è quantomeno probabile che continui a sussistere il seguente legame diretto tra social meno e più generalisti, come accaduto negli ultimi anni per i nuovi movimenti digitali: palestra di radicalizzazione i primi, ponte per la legittimazione i secondi.

 

Fonti e approfondimenti

Abramowitz, A., & McCoy, J. (2019).” United States: Racial Resentment, Negative Partisanship, and Polarization in Trump’s America”. The ANNALS of the American Academy of Political and Social Science.

Artieri, G. B., & Farci, M. (2020). “Le emozioni dell’alt right”. SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE.

Brookings, “Findings from the 2020 American Values Survey”.

Del Pero, M. & Magri, P.,Four Years of Trump. The US and the World”, ISPI Report, 01/11/2020.

Drutman, L., “How Much Longer Can This Era Of Political Gridlock Last?”, FiveThirthyEight, 04/03/2021.

Il social network che piace alla destra americana, Il Post, 11/11/2020.

Iyengar, S. et al. (2019). “The Origins and Consequences of Affective Polarization in the United States”. Annual Review of Political Science. 

Jurkowitz, M., Mitchell, A., Shearer, E. & Walker, M., “U.S. Media Polarization and the 2020 Election: A Nation Divide”, Pew Research Center, 24/01/2020.

Koerth, M., & Thomson-DeVeaux, A.,“Our Radicalized Republic”, FiveThirthyEight, 25/01/2021. 

Kucik, J.,“How Trump fueled economic inequality in America”, The Hill, 21/01/2021.

Nguyen, T.,“On Parler, MAGA’s postelection world view blossoms with no pushback”, Politico, 22/11/2020.

Reuters Institute. “Digital News Report 2020”. 

Sunstein, C. R. (2018). #Republic. Princeton University Press.

Thompson, D., “The Most Important Divide in American Politics Isn’t Race”, The Atlantic, 07/11/2020.

Weeks, B. et al. (2017). “Incidental Exposure, Selective Exposure, and Political Information Sharing”. Journal of Computer-Mediated Communication.

Wilson, A. et al. (2020). Polarization in the contemporary political and media landscape. Current Opinion in Behavioural Sciences

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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