La violenza razziale negli Stati Uniti

I fatti delle ultime settimane, con le proteste per la morte di George Floyd che vanno avanti da più di 50 giorni, hanno riacceso i riflettori su un problema che da lungo tempo affligge gli Stati Uniti: la pervasività della violenza razziale.

Negli USA il tema della violenza razziale torna ciclicamente al centro della scena pubblica e mediatica. Ciò non è casuale, ma è l’eredità di un processo storico che, sin dall’inizio della costruzione della nazione statunitense, ha messo al centro del proprio sviluppo la violenza razziale come strumento politico. La questione, legata a doppio filo anche al tema della brutalità della polizia – che spesso negli USA è motivata da discriminazioni razziali – va però oltre l’universo della condotta delle forze dell’ordine. Se è vero, infatti, che le azioni di queste ultime sono determinanti nel mantenere lo status quo anche tramite l’uso di pratiche violente, negli Stati Uniti il problema è molto più pervasivo e investe in realtà qualsiasi ambito sociale.

Nell’immaginario collettivo, la violenza razziale negli USA viene quasi sempre associata all’azione virulenta di membri della comunità afroamericana. Questa stessa narrazione si è imposta durante le recenti proteste, così come era accaduto in altri momenti storici, come durante gli anni ’50 e ’60 con il movimento per i diritti civili. In realtà, la storia statunitense mostra come gli atti violenti siano stati un mezzo sfruttato soprattutto dai bianchi per imporre un ordine razziale che, basato sull’ideologia suprematista, aveva come obiettivo l’oppressione delle minoranze, degli afroamericani in primis.

Lo Stato e la società civile statunitensi, in questo senso, portano entrambi enormi responsabilità nell’avere, negli anni, legittimato la violenza come strumento di mantenimento dello status quo razziale. Essendo la violenza, come ogni altra attività umana, intrinsecamente politica, risulta evidente infatti che il suo utilizzo viene influenzato dal contesto culturale, fondamentalmente razzista, e diventa funzionale alla preservazione dell’ordine sociale.

Breve storia della violenza razziale negli USA

Il Paese nordamericano, sin dall’arrivo dei primi settlers sulla costa est, ha fatto della violenza razziale un modus operandi atto a modellare la società del futuro. Sono le fondamenta stesse degli Stati Uniti a poggiare su uno sfruttamento sistemico e pervasivo della brutalizzazione delle minoranze, afroamericani e Nativi in primis.

La nazione statunitense nasce, infatti, dalle azioni violente dei primi colonizzatori, che conquistarono con la forza delle armi le terre già occupate dagli indigeni nordamericani. Allo stesso tempo, la crescita economica e sociale degli USA è stata resa possibile dalla riduzione in schiavitù dei membri della diaspora africana che tra il XVII e il XIX secolo furono deportati negli Stati Uniti. Il Paese affonda quindi le sue radici in un episodio brutale quale è stato il genocidio dei Nativi, e in un’istituzione per natura violenta come la schiavitù.

Quella della violenza razziale è però una questione che non si esaurisce con l’abolizione della schiavitù, ma è un filo rosso che accompagna la nazione nordamericana fino ai giorni nostri. Finita la guerra civile, infatti, il nuovo ordine sociale e razziale che nacque dalle ceneri dello schiavismo – e che prenderà il nome di segregazionismo, o Jim Crowfu creato e mantenuto dai bianchi tramite un uso sistemico della violenza nei confronti dei neri. Pratiche terroristiche come i linciaggi e gli attentati dinamitardi furono centrali nel porre fine al breve periodo chiamato Ricostruzione (1865-1877), decade segnata dai progressi sociali e politici degli afroamericani, e nel creare il regime di segregazione che durò fino agli anni ’60.

Anche la transizione all’era post-segregazionista, dopo il successo del movimento dei diritti civili, fu segnata dal ricorso alla violenza da parte dei bianchi nei confronti dei neri. Il progresso sociale degli afroamericani, simboleggiato dall’ottenimento di pari diritti, si scontrò nuovamente contro il suprematismo bianco che permea la società statunitense. Il risultato fu la nascita dell’attuale ordine sociale che prende il nome di mass incarceration. Sfruttando l’istituzione carceraria e il controllo esercitato dalla polizia, l’imprigionamento in massa degli afroamericani negli ultimi quarant’anni ha permesso la ricostruzione di un sistema che, tramite il continuo uso della violenza – pur se con forme e metodi diversi tra loro – ha preservato quell’ordine gerarchico che vede i bianchi al vertice della piramide sociale e i neri sul fondo di essa.

Oltre la police brutality

La polizia nasce e si sviluppa come un’istituzione violenta, funzionale alla preservazione dello status quo tramite il monopolio dell’uso della forza legittima di cui è insignita dallo Stato. Questo è vero soprattutto negli Stati Uniti, dove le forze dell’ordine affondano le radici storiche nei cosiddetti slave patrols, ovvero corpi di volontari che durante lo schiavismo si occupavano di controllare gli schiavi afroamericani. Durante il segregazionismo furono uno dei corpi principali tramite cui il sistema Jim Crow fu mantenuto, e il loro ruolo è ancora più evidente nell’era della mass incarceration, in quanto la polizia funge da porta di accesso al sistema carcerario.

Oltre la polizia, però, è importante riconoscere il ruolo che la società civile ha giocato – e gioca tutt’ora – nel perpetrare la violenza razziale negli USA. È evidente, infatti, che l’azione delle forze dell’ordine – che sono un’istituzione dello Stato – non esiste scevra dal contesto, bensì è legata a un ambiente che legittima la violenza come funzionale alla preservazione dell’ordine sociale. Oltre alla violenza perpetrata dallo Stato, quindi, esiste l’universo delle violenze commesse da gruppi o singoli che, tramite iniziativa personale, utilizzano questi metodi sempre con lo scopo di cristallizzare le gerarchie razziali opprimendo le minoranze. Le azioni dei singoli o dei gruppi sono innescate, come detto, dalla cultura suprematista bianca che permea la società statunitense. Allo stesso tempo, però, un fattore importante è la questione dell’impunità di chi commette crimini razziali negli USA. Raramente, infatti, gli autori di queste violenze sono stati sanzionati dal sistema legale statunitense.

Violenza razziale e società civile

Spesso minimizzate come appartenenti a un’epoca che non esiste più o come azioni isolate di pochi membri devianti della società, in realtà le attività violente di gruppi suprematisti come il Ku Klux Klan e di privati cittadini sono state molto più capillari e sistemiche di quanto si pensi, e si trascinano fino ai giorni nostri.

La violenza dei klansmen negli anni ’60 del 1800, successivamente all’abolizione della schiavitù, fu uno dei fattori principali nella restaurazione di un sistema di caste razziali negli Stati del sud, dove l’eredità della guerra civile e il passaggio degli emendamenti XIII°, XIV° e XV° avevano distrutto un ordine sociale basato interamente sulla schiavitù. Così, mentre la breve parentesi della Ricostruzione regalava agli afroamericani un periodo di emancipazione che, sotto la protezione delle truppe nordiste, li vide conquistare diverse cariche politiche in tutto il sud, fu la società civile a mettere in moto quella reazione violenta che portò, infine, alla nascita del segregazionismo.

Il Klan – e le decine di milizie parallele che nacquero nello stesso periodo – fecero del terrorismo politico la propria arma principale, atta in particolare a sopprimere il diritto di voto degli afroamericani. Tra il 1865 e il 1876 questi gruppi uccisero migliaia di votanti neri, creando una rete di terrore che si espanse in tutto il territorio della Confederazione. Tramite esecuzioni, incendi dolosi, incursioni nei quartieri afroamericani e attentati dinamitardi, la violenza razziale dei klansmen e dei terroristi fu la propulsione principale per la riorganizzazione del suprematismo bianco nel sud.

Diversi riots organizzati dai bianchi eruppero in quel periodo in diverse città, come ad esempio a Memphis nel 1866 o a New Orleans nel 1868. La violenza fu straripante e creò un leverage tale per i Democratici nel sud che portò, infine, al Compromesso del 1877. In un’elezione presidenziale che risultò contestata grazie alla capillarità della voter suppression nei confronti dei neri, i sudisti concessero la vittoria al Repubblicano Rutherford B. Hayes in cambio del ritiro delle truppe unioniste dai territori confederati.

Da qui, e quindi fondamentalmente dall’uso della violenza razziale, nacque il segregazionismo, un sistema che fu ugualmente mantenuto tramite un regime di terrore istituzionalizzato dove, ancora una volta, la società civile giocò un ruolo chiave. Pratiche come i linciaggi – esecuzioni sommarie quasi sempre a danno degli afroamericani – gli attentati dinamitardi e le aggressioni divennero il perno attorno a cui i suprematisti bianchi legittimarono e cristallizzarono il nuovo ordine sociale. La segregazione residenziale fu spesso imposta tramite atti violenti contro le famiglie nere che andavano ad abitare nei quartieri bianchi. Solo tra il 1917 e il 1921, a Chicago, furono registrati 58 attacchi effettuati a danno dei neri tramite l’utilizzo di ordigni esplosivi, spesso con il tacito consenso delle istituzioni e delle forze di polizia che sceglieva deliberatamente di non investigare su questi crimini.

Uno sguardo sul presente

Schiavitù e segregazionismo vengono tradizionalmente viste come epoche buie e lontane nella società statunitense. La realtà è che il successo del movimento per i diritti civili non ha risolto la questione della violenza razziale, che anzi rimane centrale nel mantenimento dell’ordine sociale nato dalle ceneri di Jim Crow, ovvero l’incarcerazione di massa.

Se il ruolo della polizia è chiaro, nella misura in cui la targetizzazione e il controllo estremo dei quartieri afroamericani portano a un numero sproporzionato di arresti di persone nere, il ruolo della società civile nel perpetrare ancora oggi la violenza razziale che ha caratterizzato gli USA per i primi 350 anni della sua storia viene spesso minimizzato.

La rinnovata attenzione mediatica e sociale sul tema che è scaturita in seguito all’omicidio di George Floyd, però, sta mettendo in discussione questa nozione. Episodi come l’omicidio di Ahmaud Arbery – un ragazzo nero di 25 anni ucciso in un agguato in Georgia da due suprematisti bianchi – o la serie di possibili linciaggi – almeno sei, avvenuti tra fine maggio e fine giugno ai danni di afroamericani e latinx – hanno riacceso i riflettori su atti che si pensa appartengano a un passato lontano, ma che in realtà sono ancora più diffusi di quanto voglia la credenza comune. Allo stesso tempo, non bisogna andare molto in là con gli anni per trovare episodi di violenza razziale di massa contro le minoranze. Il massacro di Charleston del 2015, a danno di afroamericani durante una funzione religiosa o la strage di El Paso del 2019, contro membri della comunità latinx texana, sono storia troppo recente per essere ignorata.

L’espansione del controllo poliziesco, della militarizzazione delle forze dell’ordine e del prison-industrial complex avvenuta dagli anni ’70 in poi ha di sicuro aumentato il potere dello Stato, che ora ha a disposizione molti più mezzi e risorse per esercitare la propria funzione di controllo sociale. Non bisogna, però, sottovalutare quanto ancora la società civile giochi un ruolo importante nel riprodurre queste dinamiche violente, che continuano a essere al centro del racial divide statunitense.

Il tema della violenza razziale, quindi, va inquadrato correttamente in quelle che sono le reali dinamiche storiche della nazione statunitense. Negli ultimi 400 anni risulta evidente come le istituzioni statali e la società abbiano, in nome di un suprematismo bianco più o meno esplicito, e con l’obiettivo di mantenere lo status quo, cooperato sfruttando impunemente metodi violenti per opprimere le minoranze. In questa cornice, le proteste di queste ultime settimane possono acquistare un senso diverso, ovvero quello di una ribellione contro un sistema dove la violenza endemica, tanto della polizia quanto della società civile, è un problema troppo radicato la cui risoluzione passerà probabilmente attraverso momenti di conflitto sociale acceso.

Fonti e approfondimenti

Allen J. R., White-Supremacist Violence Is Terrorism, The Atlantic, 24/02/2020.

Holloway K., Ahmaud Arbery’s Killers Understood White Freedom Perfectly, The Nation, 15/05/2020.

Klarman M. J. (2007). Unfinished business: racial equality in American history.

Taylor J. R. e Vinson K., Ahmaud Arbery and the Local Legacy of Lynching, The Marshall Project, 21/05/2020.

 

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