Memoria storica e white supremacy negli Stati Uniti

di Federico Chiariotti

Dopo settimane di proteste negli Stati Uniti, la questione delle statue è tornata alla ribalta nel dibattito politico intorno a Black Lives Matter. Ciò accade ciclicamente e non sempre in sincronia con le proteste sulla violenza delle forze di polizia, ma a esse rimane legato a filo doppio. Il ruolo dei monumenti nella memoria collettiva statunitense li rende un terreno di battaglia nella questione razziale, peccato originale della nazione ancora centrale nella società americana. I Confederate States of America, la loro bandiera e i loro protagonisti, infatti, continuano ad avere un peso enorme nell’immaginazione della destra statunitense e la simbologia della Guerra civile è stata trasformata negli anni per adattarsi alle diverse manifestazioni del razzismo USA.

Per capire il ruolo della questione razziale e dei monumenti nella psiche collettiva statunitense, o meglio, nella psiche collettiva delle diverse culture che compongono gli Stati Uniti di oggi, è però necessario fare un passo indietro.

Cenni storici: Guerra civile e segregazionismo

Immediatamente dopo la fine della Guerra civile, i ruoli e il radicamento dei due maggiori partiti erano invertiti rispetto ad oggi: il Partito repubblicano, nato in opposizione alla schiavitù, dominava il Nord, mentre il Partito democratico, conservatore e pro-schiavitù, aveva un ampio supporto tra i bianchi del Sud.

Già immediatamente dopo la fine della guerra, l’azione del neonato Ku Klux Klan e di altri gruppi paramilitari, per intimidire e silenziare i neri appena liberati e i loro alleati politici, portò gradualmente alla riconquista del potere da parte del Partito democratico negli ex Stati confederati, fino alla svolta rappresentata dalle elezioni del 1876. Dopo contestazioni nel conteggio dei voti in tre Stati del Sud, il candidato repubblicano Rutherford Hayes fu costretto al cosiddetto compromesso del 1877 per ottenere la ratifica della sua elezione. Il compromesso prevedeva il ritiro delle truppe federali dagli Stati ribelli, seguito dal ripristino dell’autogoverno. Questo episodio è generalmente considerato la fine della fase della Ricostruzione.

L’occupazione era stata l’unica garanzia della partecipazione dei neri liberati alle elezioni e aveva consentito l’elezione di diversi rappresentanti afroamericani: dopo il 1877, alle azioni del Klan e ai linciaggi si affiancò l’iniziativa legale del Partito democratico al potere. Entro il 1900, quasi tutti gli Stati del Sud avevano ratificato nuove costituzioni o emendamenti che impedivano il voto ai neri tramite una combinazione di misure che andavano da tasse sulla partecipazione al voto a test di lettura per una popolazione ancora prevalentemente analfabeta: nel 1910, solo lo 0.5% della popolazione afroamericana in Louisiana era registrata negli elenchi elettorali. La segregazione divenne gradualmente totale, raggiungendo ogni aspetto della società, dai trasporti ai bagni pubblici, e il sistema segregazionista prese il nome di Jim Crow ispirandosi a una caricatura razzista di metà Ottocento.

È proprio a cavallo del secolo che l’espressione race riot, tornata oggi alla ribalta, compare per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, ma come i due partiti, in una versione specchiata e distorta. In questo periodo, infatti, l’espressione indicava i frequenti linciaggi ai danni delle comunità afroamericane, che non coinvolgeva solo gli Stati del Sud e raggiunse il suo apice a Tulsa, Oklahoma, nel 1921, con il bombardamento aereo della comunità della Black Wall Street. Sebbene la partecipazione dei soldati neri alla Seconda guerra mondiale avesse leggermente migliorato la loro condizione, la parità formale di diritti arrivò solo in seguito al movimento per i diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta, tramite una combinazione dell’approccio più istituzionale e non violento di personaggi come Martin Luther King e quello più radicale di Malcolm X e del neonato Black Panther Party.

Gli anni Sessanta e la desegregazione

Dal lato istituzionale, la svolta sui diritti civili seguì il riallineamento del Partito democratico, i cui dirigenti fuori dagli Stati del Deep South erano già antisegregazionisti dagli anni Trenta. Il partito, infatti, era diviso dalla linea Mason-Dixon: a Nord, e soprattutto nel New England, aveva posizioni liberali che videro la loro massima espressione nel New Deal di Roosevelt, mentre a Sud manteneva posizioni estremamente conservatrici. L’Executive Order 8802 di Roosevelt, che vietava la discriminazione razziale per posizioni lavorative a livello federale, fu il primo passo verso l’integrazione, seguito dalla desegregazione dell’esercito da parte di Truman nel 1948. Tuttavia, l’egemonia dei Bourbon Democrats (o Dixiecrats) segregazionisti negli Stati del Sud continuava ad avere un peso elettorale rilevante: alle elezioni del 1948, quell’ala del partito si scisse, presentando come candidato indipendente il governatore democratico del South Carolina, Strom Thurmond. Gli scissionisti, che si nominarono States’ Rights Democratic Party e parteciparono alle elezioni sotto la bandiera della Confederazione, arrivarono vicino all’obiettivo di causare una impasse elettorale togliendo la maggioranza assoluta nell’Electoral College a Truman.

I primi passi del movimento per i diritti civili coincisero con l’amministrazione repubblicana di Eisenhower che, nel 1957, inviò l’esercito per fare rispettare la storica decisione della Corte Suprema nel caso Brown v. Board of Education: tre anni prima, infatti, la Corte aveva unanimemente dichiarato incostituzionale la segregazione del sistema scolastico. Tuttavia, fu la presidenza democratica di Lyndon Johnson a segnare la svolta storica: il primo Civil Rights Act del 1964, proposto originariamente durante la presidenza Kennedy, e il Voting Rights Act del 1965 segnarono formalmente la fine di Jim Crow, invalidando le leggi statali mirate a sopprimere la partecipazione al voto da parte dei neri e vietando la discriminazione razziale. La fine dell’oppressione formalizzata non significò la fine della discriminazione di fatto, dalle pratiche finanziarie discriminatorie come il redlining al bias della polizia al centro delle proteste odierne. L’appoggio istituzionale al movimento per i diritti civili, però, portò al riallineamento dell’elettorato nero, che da allora è convintamente democratico.

D’altra parte, queste misure erano antitetiche alle posizioni dei Dixiecrats, che progressivamente passarono dalla parte repubblicana: Strom Thurmond, nel frattempo diventato senatore, cambiò partito nel 1964 e, alle elezioni presidenziali del 1968, i Democratici sudisti presentarono di nuovo un candidato alternativo, il governatore dell’Alabama George Wallace. Nonostante vari ripensamenti e cambi di opinione sul tema razziale, Wallace si presentò alle elezioni presidenziali del 1968 come esplicitamente segregazionista, seguendo la strategia di Thurmond di puntare a essere l’ago della bilancia in un’elezione senza maggioranze, fallendo per meno di 100 mila voti.

Dal 1972, il Partito repubblicano iniziò a sfruttare le spaccature nel campo avversario per modificare gli equilibri negli Stati confederati: la Southern strategy, iniziata sotto la presidenza di Nixon e perseguita dai candidati repubblicani negli anni successivi, consisteva in un appello implicito ai bianchi scontenti dell’integrazione tramite metafore e allusioni, senza mai menzionare direttamente la questione razziale.

Questione razziale e memoria storica

La lunga storia della questione razziale negli Stati Uniti, e in particolare negli Stati del Sud, è reificata in centinaia di monumenti e dediche di scuole e di edifici pubblici a generali e politici confederati.

Il grafico sui monumenti dedicati agli sconfitti della Guerra civile, elaborato dal Southern Poverty Law Center, un’organizzazione in prima linea nella battaglia per i diritti civili, ripercorre la traiettoria della segregazione razziale negli Stati Uniti. L’accelerazione fino ai primi del Novecento, infatti, seguì la traiettoria di Jim Crow, spegnendosi con la Seconda guerra mondiale e divampando di nuovo tra le tensioni degli anni Cinquanta e Sessanta. Nel periodo tra il 1900 e il 1930, l’erezione di monumenti ai generali confederati era un simbolo del potere suprematista: nonostante la sconfitta nella Guerra civile e la fine della schiavitù, il Sud rimaneva fieramente razzista e detentore dell’eredità politica e morale della ribellione.

Monumenti confederati negli USA. Fonte: Wikimedia Commons

La seconda ondata di monumenti alla Confederazione ebbe invece una postura più difensiva, a fronte di un governo federale che imponeva la fine della segregazione usando la forza della legge e perfino l’esercito se necessario. È difficile, infatti, non tracciare un collegamento tra il fatto che la maggioranza degli edifici pubblici dedicati ai confederati fossero scuole e università, contrariamente alla prima ondata mezzo secolo prima, e il ruolo centrale che l’integrazione del sistema scolastico ebbe per il movimento per i diritti civili, da Brown v. Board of Education al fenomeno del busing.

Il dibattito oggi, tra Charlottesville e Black Lives Matter

L’ultima apparizione nel dibattito pubblico della questione delle statue era stata nel 2017, quando i piani per rimuovere la statua del generale confederato Robert E. Lee da un parco a Charlottesville, Virginia, avevano provocato la manifestazione neonazista Unite the Right dell’11 e 12 agosto 2017, conclusasi con l’investimento e la morte della contromanifestante antifascista Heather Heyer. Anche se nel 2017 la prima ondata di BLM si era già conclusa, le sue cause sono intimamente connesse alla rimozione delle statue in tutti gli Stati Uniti avvenuta a seguito della strage di Charleston, South Carolina, in cui Dylann Roof, un giovane suprematista bianco, era entrato in una chiesa tradizionalmente nera e aveva ucciso nove persone. Nel manifesto di Roof le proteste di Baltimora legate a BLM di pochi mesi prima avevano un ruolo centrale.

In un Paese come gli USA, dove la questione razziale è da sempre centrale ed è fonte di profonde divisioni sociali e culturali, il tema dell’elaborazione della memoria storica rimane quindi centrale. Questa frattura, reificata in simboli come statue e monumenti, periodicamente riaccende un dibattito che nasce da quello che è, come abbiamo detto prima, il peccato originale della nazione statunitense: il suprematismo bianco. Risulta evidente, quindi, che il presente, e le proteste che lo stanno attraversando, altro non sono che figlie di un sistema dove la costante repressione degli afroamericani porta a periodiche esplosioni di dissenso, dove i simboli del suprematismo quali le statue confederate diventano i target naturali di questo conflitto.

Fonti e approfondimenti

The 1619 Project, The New York Times Megazine, agosto 2019 

“Whose Heritage? Public Symbols of the Confederacy”, Souther Poverty Law Center, 07/02/2020

Blakemore E., “Jim Crow laws created slavery by another name”, National Geographic, 05/02/2020

Garcia-Navarro L., “A History of School Busing”, NPR, 30/06/2019

Heer J,, “How the Southern Strategy Made Donald Trump Possible”, The New Republic, 18/02/2016

Aguilera J., “Confederate Statues Are Being Removed Amid Protests Over George Floyd’s Death. Here’s What to Know”, Time, 24/06/2020

Ta-Nehisi Coates, “The Case for Reparations”, The Atlantic, giugno 2014

 

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