Perché dobbiamo ricordare Srebrenica?

Foto scattata da Lidia Bonifati al memoriale di Potočari, nel gennaio del 2016.

L’11 luglio del 1995, a poco meno di 700 km dai nostri confini, iniziava a Srebrenica l’esecuzione di migliaia di musulmani bosniaci. Si stava consumando sotto gli occhi di tutta la comunità internazionale il genocidio più feroce che il continente europeo abbia conosciuto dalla fine del secondo conflitto mondiale, dopo quel “mai più” pronunciato a seguito della Shoah.

A 25 anni dal genocidio, perché dobbiamo ancora ricordare Srebrenica?

Innanzitutto, è importante ricordare bene la vicenda e identificare gli attori, senza nascondersi dall’immensità dell’orrore che degli esseri umani sono riusciti a infliggere ad altri esseri umani.

Durante la guerra in Bosnia, Srebrenica era considerata un obiettivo strategico per le forze armate serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. Il motivo era molto chiaro: Srebrenica era una vivace città multietnica, a maggioranza musulmana, che si trovava in un territorio a maggioranza serba e a pochi chilometri dal confine serbo. Per i fautori della Repubblica serba di Bosnia e del sogno di una grande Serbia, Srebrenica era il simbolo di tutto ciò che si doveva eliminare.

A partire dal 1992, centinaia di profughi musulmani lasciarono le città della Podrinje, la regione della Bosnia orientale presa d’assalto dalle forze militari serbo-bosniache. Chi lasciava le proprie case cercava riparo proprio a Srebrenica, una piccola roccaforte, un rifugio per la comunità musulmana. Nonostante tutto, la città non fu risparmiata da bombardamenti giornalieri e dagli attacchi dei cecchini serbi, costringendo i cittadini alla fame e a vivere in uno stato d’assedio, senza attrezzature mediche di base ed elettricità.

Ciò che stava succedendo a Srebrenica era innegabile e spinse il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad adottare le risoluzioni 819 e 824. Era il 16 aprile 1993 e con quelle risoluzioni si dichiarava Srebrenica una “safe zone”, una zona sicura e demilitarizzata. I “guardiani” delle due risoluzioni furono inizialmente un battaglione canadese (Canbat) e in seguito tre battaglioni olandesi (Dutchbat). Le due risoluzioni ONU vanno ricordate bene, perché furono proprio queste a rendere ancora più evidente il vergognoso operato della comunità internazionale nell’evitare che si consumasse un massacro di civili.

La presenza delle forze di peacekeeping internazionali non fermò gli attacchi da parte delle forze serbe, che continuarono costanti fino a quando, il 6 luglio 1995, l’esercito serbo-bosniaco di Mladić sferrò un violento attacco contro la città, cercando di forzare l’assedio e prendere il controllo della roccaforte. Nei cinque giorni successivi, circa 25.000 donne, bambini e anziani furono deportati e costretti a lasciare le proprie case. Contemporaneamente, circa 16.000 uomini e ragazzi musulmani scapparono nei boschi che circondano Srebrenica. Una colonna di esseri umani cercava di raggiungere Tuzla, il “territorio libero” più vicino controllato dalle forze militari musulmane.

Di questi 16.000 civili, circa la metà fu catturata, insieme a coloro che avevano trovato rifugio proprio nella base militare olandese a Potočari. Dall’11 al 22 luglio, più di 8.000 musulmani furono trucidati e i cadaveri sparsi in fosse comuni in tutta la regione, rendendo pressoché impossibile non solo recuperare tutti i corpi, ma anche identificare le vittime. Tutto ciò accadeva sotto gli occhi dei caschi blu olandesi, simbolo di una comunità internazionale che è stata a guardare mentre si compiva il massacro.

Sarajevo Srebrenica

Murales in ricordo di Srebrenica, Sarajevo (foto di Lidia Bonifati).

Pensare a ciò che è accaduto a Srebrenica, leggere, documentarsi, provare a scriverne, fa male. Fa male soprattutto perché si prova un misto di emozioni contrastanti. Ci si sente piccoli davanti a tanta sofferenza, impotenti davanti a qualcosa di così enorme, ferocemente arrabbiati perché noi, i governi che ci rappresentavano, noi che avevamo promesso di proteggere una “zona sicura”, non abbiamo fatto nulla per evitarlo.

E quindi, perché dobbiamo ricordare Srebrenica?

Perché di Srebrenica non si parla. Non si insegna nelle scuole, non si racconta cos’è successo prima, durante, e soprattutto dopo. In questi 25 anni, ci sono ancora madri, mogli, sorelle, figlie, che cercano i propri figli, mariti, fratelli, padri. In questi 25 anni, i sopravvissuti hanno visto camminare impuniti per le strade della città i carnefici, responsabili del massacro, che spesso occupavano anche posizioni pubbliche importanti e diventava quindi impossibile pretendere giustizia. Chi ha perso un proprio caro non ha dovuto solo affrontare quanto lasciato indietro dalla guerra, il dolore della perdita, ma anche l’umiliazione di vedersi negati verità, riconoscimento, giustizia, dal proprio Paese e dal mondo e da noi. Solo alcuni dei maggiori responsabili sono stati processati e condannati dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Troppo poco, troppo tardi.

Dobbiamo ricordare Srebrenica perché c’è chi nega che il genocidio sia mai avvenuto, sostenendo che i numeri siano stati gonfiati e che sia tutto un prodotto della propaganda anti-serba portata avanti dalle corti internazionali, celebrando come “eroi” i criminali di guerra e soprattutto gettando benzina sui nazionalismi.

Dobbiamo ricordare Srebrenica perché è facile distogliere lo sguardo, riducendo ciò che è successo a un atto barbarico. Il conflitto nei Balcani, e la guerra in Bosnia in particolare, è uno dei primi in cui lo stupro è stato utilizzato come strumento di tortura e in cui furono utilizzate tecniche militari tese a diffondere terrore. Quando si pensa alla guerra in Bosnia e alle modalità con cui si è compiuto il genocidio di Srebrenica, si pensa a uno scontro tra barbari sanguinari, accecati dall’ideologia, a una becera guerra di religione. Eppure è stato anche il primo conflitto “moderno” e spettacolarizzato: basti pensare alle telecamere che seguivano le milizie serbe nelle proprie razzie, alle interviste ai generali serbo-bosniaci per rinsaldare la propaganda politica di Milošević.

Che il conflitto nei Balcani sia stato di una violenza feroce è innegabile, ma è anche innegabile che ciò sia stato usato come attenuante nell’individuare le responsabilità che la comunità internazionale e l’allora Comunità europea hanno avuto nel non volersi impegnare abbastanza per difendere i civili, per promuovere una risoluzione del conflitto che fosse pacifica e duratura. Troppi interessi in gioco, troppo complicato avere a che fare con un’area del continente tanto complessa.

Srebrenica parla di noi, della nostra storia, di un passato non così lontano, del nostro presente, del nostro futuro. Srebrenica ci ha mostrato a cosa può portare l’ultranazionalismo, fatto di odio e di violenza, che sia verbale o fisica.

Bologna e Srebrenica sono separate da circa 960 km, gli stessi che separano l’Emilia-Romagna dalla Calabria. Quanto è accaduto a Srebrenica si è consumato molto più vicino a casa nostra di quanto la narrazione politica italiana ed europea ci abbia abituato a pensare. Se non vogliamo ragionare in termini di confini nazionali, basta guardare una cartina geografica per capire che Srebrenica è nel cuore dell’Europa, in quel tanto richiamato ponte tra Est e Ovest, in quel quadrante strategico che in tanti si vogliono accaparrare e che l’Unione europea tenta a più riprese di portare dalla propria parte. Eppure, qualsiasi ragionamento politico che prescinda da una reale assunzione delle responsabilità di quanto accaduto e da un corrispondente impegno nel riconoscere Srebrenica come parte della propria storia e dei propri errori è un ragionamento ipocrita.

Perché ricordare Srebrenica? Perché ogni cittadino, italiano ed europeo, deve sapere quali sono le conseguenze di politiche miopi e opportuniste. Ognuno di noi si deve ricordare le madri di Srebrenica che ancora cercano verità e giustizia. Ognuno di noi ha il dovere di ricordare che l’odio e il nazionalismo possono essere sfruttati abilmente da chi ha solo sete di potere e che a rimetterci sono i civili: uomini, donne, bambini, anziani. Tutto questo, a meno di mille chilometri da noi.

Fonti e approfondimenti

Galerija 11/07/95.

Srebrenica Genocide Memorial.

Avdić, Nedžad. “Aleppo’s people are being slaughtered. Did we learn nothing from Srebrenica?” The Guardian, 13/12/2016.

Glenny, Misha. The Balkans, 1804-2012: Nationalism, war and the great powers. London: Granta Books, 2012.

Hanson Green, Monica. Srebrenica Genocide Denial Report 2020. Srebrenica: Srebrenica Memorial, 2020.

Leone, Luca, e Riccardo Noury. Srebrenica. La giustizia negata. Formigine (MO): Infinito Edizioni, 2015.

Nation, Graig. War in the Balkans, 1991-2002. Carlisle: Strategic Studies Institute, U.S. Army War College, 2003.

Rastello, Luca. La guerra in casa. Torino: Einaudi, 1998.

Suljagic, Emir. Cartolina dalla fossa. Diario di Srebrenica. Trieste: Beit, 2010.

Tanner, Marcus. “Aleppo is a tragedy but it’s not “like” Srebrenica”, Balkan Insight, 14/12/2016.

 

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