Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia: verso la riconciliazione?

Dopo aver inquadrato storicamente la penisola balcanica, ripercorrendo la nascita e la dissoluzione della Jugoslavia e analizzando il ruolo della Comunità internazionale durante il conflitto degli anni ’90, andiamo ora a restringere ulteriormente la lente d’ingrandimento sul presente, ovvero sui processi del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Istituito nel 1993, chiuderà definitivamente i battenti il prossimo 31 dicembre. In quasi 25 anni, il Tribunale ha svolto un lavoro consistente, ma da molti è considerato insufficiente e incompleto al fine di favorire la riconciliazione nei Balcani.

La storia

Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (International criminal tribunal for the former Yugoslavia – ICTY), con sede all’Aja, è stato istituito il 25 maggio 1993 con la Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le immagini delle atrocità commesse durante la pulizia etnica nel conflitto dei Balcani avevano fatto il giro del mondo e la Comunità internazionale non poteva più evitare di rispondere alla crescente pressione dell’opinione pubblica.

Il Tribunale dell’Aja è stato il primo tribunale per crimini di guerra istituito dopo  Norimberga e Tokyo nel 1945. La base legale per la creazione di un tribunale così particolare è il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (“Azioni rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”), per giudicare casi di crimini contro l’umanità, genocidio, violazione delle leggi e convenzioni di guerra e per gravi violazioni della Convenzione di Ginevra.

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Per avere idea della portata del lavoro svolto dal tribunale, è utile affidarsi a qualche dato
. Dalla sua creazione, sono stati arrestati 161 individui, di cui 83 stanno scontando la pena in 14 diversi stati europei (tra cui 5 in Italia), 19 sono stati assolti, 13 sono stati trasferiti a giurisdizioni nazionali di paesi dell’ex-Jugoslavia, 7 sono ancora in fase di processo. Per 37 imputati la procedura è stata interrotta prima della sentenza, sono stati ascoltati 4.650 testimoni, sono state svolte 10.800 giornate di udienza e sono state trascritte oltre 2,5 milioni di pagine.

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Una volta chiusi i battenti, il testimone sarà passato ad un meccanismo residuale (Mechanism for international criminal tribunals – MICT), che sta già affiancando il Tribunale per occuparsi degli appelli e dei casi in giudicato.

I successi

L’ICTY ha sicuramente dei meriti. Prima di tutto il semplice fatto di essere esistito non è un elemento trascurabile. Nello scorso articolo è stata già evidenziata la difficoltà della Comunità internazionale nel trovare unanimità all’interno del Consiglio di Sicurezza, al punto di non riuscire a formulare una risposta politica efficace alle atrocità in atto. Eppure al momento dell’istituzione del Tribunale, nessun membro permanete ha voluto (o potuto) esercitare il proprio potere di veto.

Inoltre, le attività del Tribunale non si sono unicamente concentrate sui crimini commessi dai Serbi o dai Serbo-Bosniaci, ma anche dai Croati, dai Musulmani di Bosnia e dagli Albanesi-Kosovari. In tal senso, la Corte ha incriminato persone appartenenti a tutti i gruppi etnici, evitando quindi di alimentare una narrazione anti-serba che avrebbe facilmente acceso i nazionalismi.

Tra i nomi illustri che sono passati dal Tribunale ci sono Slobodan Milošević, arrestato nel 2001 ma morto in carcere prima della sentenza nel 2006 e quindi presunto innocente, e Radovan Karadzić, arrestato nel 2008 e condannato in primo grado a 40 anni di carcere nel 2016.

L’ultimo grande processo si è concluso lo scorso mercoledì 22 novembre con l’ergastolo a Ratko Mladić, l’ex comandante militare dei Serbi-Bosniaci, arrestato nel 2011 dopo quindici anni di latitanza ed accusato di genocidio e crimini contro l’umanità.

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Va anche sottolineato che la Corte dell’Aja ha riconosciuto come genocidio l’eccidio di Srebrenica e ha stabilito che lo stupro è stato usato dai militari Serbi e Serbo-Bosniaci come strumento di terrore sistematico nei centri di detenzione. Più di un terzo delle persone arrestate è stato accusato di reati di violenza sessuale, diventando il primo tribunale internazionale a condannare lo stupro come forma di tortura e la schiavitù sessuale come crimine contro l’umanità. È indiscusso che queste prese di posizione hanno per sempre cambiato il panorama del diritto internazionale umanitario.

Le critiche

Ma si può affermare che è stata realmente fatta giustizia?

Innanzitutto alcune personalità sono state assolte, creando un vasto dibattito dentro e fuori l’ex-Jugoslavia. Tra loro troviamo ad esempio il leader dei radicali serbi Vojislav Šešelj, che dopo undici anni all’Aja è stato scarcerato perché malato di cancro in fase terminale. Ritornato in patria, è stato accolto come un trionfatore e ora attende la sentenza da uomo libero. Anche l’ex generale croato Ante Gotovina è stato assolto, dopo una latitanza di una decina d’anni. Gotovina ed altri devono la libertà ad un’interpretazione restrittiva della responsabilità dei comandanti per gli atti dei sottoposti.

In molti pensano che il lavoro svolto dall’Aja sia destinato a rimanere incompleto, in quanto non tutti i macellai arriveranno davanti alla Corte, dal momento che solo i maggiori responsabili sono stati perseguibili. Lo stesso presidente del Tribunale ammette che molti manovali della pulizia etnica girino impuniti nei Balcani e che a pochi mesi dalla chiusura del Tribunale si stanno ancora raccogliendo prove, soprattutto in Bosnia-Erzegovina.

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Tra le critiche principali mosse contro il Tribunale dell’Aja c’è la lentezza,
dovuta alla dipendenza, per le indagini, dalla volontà degli stati in cui i presunti criminali sono rimasti saldi al potere per lungo tempo dopo la fine del conflitto. Un’altra debolezza è stata la distanza dai luoghi in cui si sono consumati i crimini che la Corte doveva giudicare. Una distanza fisica, ma anche culturale. La stessa che ha impedito alla Comunità internazionale di comprendere a fondo il confitto.

Negli ultimi anni si è animato il dibattito sulla responsabilità o meno del Tribunale nel promuovere la riconciliazione nei paesi dell’ex-Jugoslavia. Certamente le aspettative erano molto (e forse troppo) alte riguardo agli esiti dei processi e agli effetti sui paesi e popoli dell’ex-Jugoslavia.

Era di competenza di un tribunale o della società civile e delle corti nazionali? In una dichiarazione a “Osservatorio Balcani e Caucaso”, il presidente della Corte osserva: “Abbiamo fatto del nostro meglio, ma questa non era una cosa che controllavamo. Ora il compito deve essere assolto dalle repubbliche. Se vogliono pace, che procurino alle vittime una misura di giustizia”.

Ma sono le corti nazionali davvero in grado di assicurare giustizia? In paesi come la Bosnia-Erzegovina, il potere giudiziario non era ancora interamente indipendente dall’esecutivo fino a pochi anni fa e quindi non era (e forse non è) in grado di sopperire a ciò che non era competenza dell’ICTY.

Sicuramente il Tribunale ha il merito di aver portato alla luce e di aver giudicato i responsabili di alcuni dei crimini più feroci commessi sul suolo europeo, ma è rimasto lontano dal creare terreno fertile per una reale riconciliazione tra popoli e per affrontare un passato comune, ancora soggetto a narrazioni contrastanti.

 

 

Fonti e approfondimenti:

Leone, Luca e Riccardo Noury. Srebrenica, la giustizia negata. Formigine (MO): Infinito Edizioni, 2015.

http://www.icty.org/en/about

http://www.icty.org/en/in-focus/timeline

http://www.icty.org/en/in-focus/crimes-sexual-violence

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Balcani/Tribunale-dell-Aja-per-la-ex-Jugoslavia-atto-finale-183373f

https://www.balcanicaucaso.org/Racconta-l-Europa-all-Europa/Dibattito-online

http://www.balkaninsight.com/en/article/bosnian-serb-commander-ratko-mladic-genocide-crimes-against-humanity-verdict-11-21-2017

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