Crimini internazionali: il genocidio

Con il termine “genocidio” si fa riferimento al più grave crimine contro l’umanità che è possibile commettere. Esso consiste in uno sterminio di massa, ossia di un intero gruppo di persone; un tentativo di eliminazione totale di un gruppo. Ma alla base di questa “semplice” idea giace una discussione molto vivace e controversa sulla sua definizione giuridica. Le ragioni di questo difficile inquadramento sono dovute in parte allo sviluppo e alla ripresa del tema negli ultimi 20-30 anni, in ambiti anche molto diversi dal diritto, che hanno dunque deviato e reso più difficile una precisa e lineare definizione. Ovviamente il proliferare di analisi e studi, in tutti i campi, sul concetto di “genocidio” è da considerare positivamente in quanto, in ogni caso, questi danno spessore e rilievo ad un crimine di tale portata. Bisogna, quindi, dare per assodato il fatto che al concetto di genocidio si accosta un uso politico, così come per il concetto di diritti umani. Motivo per cui la sua definizione è molto controversa e frutto di richieste differenti.

LA STORIA E L’ORIGINE DEL TERMINE:

Soffermandosi brevemente sull’origine del termine bisogna ricordare il giurista polacco di origine ebraica e professore dell’università di Yale, Raphael Lemkin,  che ha coniato il termine da due parole: una greca “γένος” (razza o stirpe) e l’altra latina “caedere” (uccidere). Dopo gli orrori dell’Olocausto, durante il quale ogni membro della sua famiglia, eccetto il fratello, era stato ucciso, Lemkin portò avanti una campagna per il riconoscimento del genocidio come crimine nel diritto internazionale. I suoi sforzi diedero vita all’adozione della Convezione dell’Onu sul Genocidio nel dicembre 1948, che entrò in vigore il 12 gennaio 1951. Nacque così un nuovo termine volto ad istituire una nuova categoria di crimini contro l’umanità. Nel preambolo si riconosce la portata storica del fenomeno e si iscrive per la prima volta questo crimine come materia di diritto internazionale.

La Corte internazionale di giustizia ha sottolineato il carattere generale della proibizione del genocidio; in quanto questi non è solo un reato per gli Stati che fanno parte della Convenzione sul Genocidio ma per la totalità dei membri della comunità internazionale. Sempre la Corte, in diverse occasioni, ha confermato l’appartenenza della norma al gruppo di regole che gli Stati devono rispettare e far rispettare e a cui va riconosciuto il carattere di norma imperativa (ius cogens).

L’ARTICOLO II DELLA CONVENZIONE:

L’articolo II della Convenzione stabilisce che per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

L’articolo appena citato mostra due caratteristiche peculiari del genocidio, quali l’elemento mentale e l’elemento fisico o materiale, dove per mentale si intende l’intenzionalità della sua realizzazione e per fisico la realizzazione stessa, che include i cinque atti descritti nell’ articolo.

L’articolo II è stato incluso senza alcun cambiamento anche nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale come art.VI e negli statuti dei Tribunali Penali Internazionali del Ruanda e dell’Ex Jugoslavia.

Focalizzandosi sull’elemento mentale, sembra che sia proprio la specificità dell’intenzione dell’autore del reato a caratterizzarlo in quanto tale. Il valore giuridico che va tutelato è l’esistenza di gruppo, la cui distruzione comporterebbe una perdita per il genere umano. Secondo questa analisi, colpire una massa di individui per altri motivi rispetto a quello di appartenenza al gruppo specifico, non costituirebbe genocidio. I problemi relativi all’elemento mentale sono, dunque, svariati. Bisogna sottolineare che la definizione di genocidio dovette essere frutto di un’unione di realtà e volontà differenti, un compromesso, in quanto senza l’appoggio di una parte consistente della Comunità Internazionale, la Convenzione avrebbe perso credibilità e sarebbe risultata debole.

Altri problemi per inquadrare il crimine di genocidio sono da individuare, sempre, nell’art.II della Convenzione, dove si fa riferimento alla nozione di “distruzione totale” e di “distruzione parziale”. Per quanto riguarda il concetto di “distruzione totale” vi sono due interpretazioni; secondo la prima, conforme al diritto consuetudinario, con la suddetta espressione si intende l’intento di eliminare fisicamente o biologicamente tale gruppo, attraverso l’omicidio dei suoi membri o altri mezzi che mirano a causarne la morte o ad impedirne la riproduzione. Questa interpretazione è, però, limitata agli aspetti biologici e fisici, e non fa alcun accenno alla possibilità di una distruzione di un gruppo come entità sociale, il che non vuol dire per forza eliminazione fisica, ma anche deportazioni e tutti gli altri metodi volti alla demolizione dei simboli e dei luoghi che rappresentano quel gruppo. Quanto appena descritto rappresenta la tesi portata avanti dalla seconda corrente di pensiero.

L’altra questione controversa, già accennata prima, riguarda l’elemento “parziale” della distruzione di un gruppo. La questione è nata a seguito dei fatti di Sebrenica, dove lo sterminio di circa un quinto della popolazione che si trovava nella safe area cittadina, rappresentativa di circa 1/35 dell’intera popolazione bosniaco-musulmana, è stato qualificato come genocidio. I giudici del Tribunale Internazionale dell’Aja per la ex Jugoslavia, nella sentenza di appello nei confronti di Krstic, comandante delle truppe serbo bosniache a Sebrenica, hanno affermato che l’intento di genocidio non deve per forza riguardare tutti gli appartenenti ad un determinato gruppo, ma può “limitarsi” alla distruzione di una parte di esso, identificata in quanto residente in una certa area geografica e, per di più, la sentenza sancisce che l’intento non deve necessariamente investire tutti i membri del gruppo nell’area considerata, ma anche solo una parte “sostanziale” di esso. Nel definire cosa significhi “sostanziale”, si possono tenere in considerazione diverse variabili, quali la consistenza numerica del gruppo, ma anche la composizione sociale di esso, alla luce di rapporti politici e sociali.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si è assistito a numerosi atti di genocidio. Per i massacri in Ruanda e in Jugoslavia sono stati istituiti appositi tribunali che hanno cercato di attribuire responsabilità e di punire i colpevoli delle atrocità avvenute in quegli Stati, ma la mancanza di un tribunale internazionale che avesse come scopo quello di occuparsi dei più grandi crimini contro l’umanità ha mosso la comunità internazionale verso la creazione di un organismo che potesse intervenire in materia di chiare violazioni dei diritti umani, una Corte che avesse lo scopo di andare oltre il principio di non ingerenza che in molte occasioni ha reso fallimentare ogni tentativo di prevenzione di una violazione dei diritti umani. Da questa volontà, nasce perciò, dopo due anni di lavoro, lo statuto della Corte Penale Internazionale di Giustizia, un tribunale istituito ed adottato a Roma dalle Nazioni Unite, il 17 luglio 1998 e attivo dal 1 luglio 2002.

L’analisi e lo studio del crimine di genocidio richiederebbero un’attenzione maggiore e più approfondita che non è possibile in questa sede, dove invece si è cercato di mostrare, quanto possibile, il carattere complesso e sfaccettato di un crimine di tale portata.

Fonti e Approfondimenti:

 

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