Leggere tra le righe: “La maschera della verità”, il genocidio armeno

Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Testimoniare, dire: «Ho visto, ho sentito, ho vissuto», è una responsabilità. Ed è con questa responsabilità che scrivo oggi. Per dire che ho toccato con mano le disastrose conseguenze presenti su una terra mutilata dal genocidio.

 

Pinar Selek, autrice de La maschera della verità, racconta l’incontro avuto nella farmacia gestita da sua madre con una donna di origini armene. Quando Pinar conobbe Madame Talin erano gli anni Ottanta e la sociologa femminista antimilitarista viveva ancora a Istanbul. Pinar Selek apprende dalla donna la sua storia, quella de “i resti della spada” (espressione usata per definire i discendenti degli uomini e delle donne vittime del massacro avvenuto nel 1915 a opera dell’Impero ottomano), del genocidio armeno che ha spazzato via l’Anatolia orientale. 

Nel corso della sua vita, nonostante l’invasiva propaganda esercitata dal potere centrale, l’autrice prende coscienza delle discriminazioni e delle sofferenze che il popolo armeno subisce. Attraverso La maschera della verità riferisce ciò che ha visto e sentito nella Istanbul divenuta tana di quei discendenti armeni. Pinar comprende presto che «essere armeni in Turchia significava essere ridotti al silenzio, diventare invisibili per essere tollerati, quando nemmeno questa tolleranza era garantita, […]  nascondersi per esistere». 

La famiglia di Pinar Selek non aveva partecipato ai crimini di inizio secolo. I suoi genitori le avevano spiegato che la menzogna indossava la maschera di una verità che corrodeva tutto il Paese. L’autrice, così come suo padre, imprigionato dopo il colpo di stato del 1980, prende parte alla resistenza come attivista a favore delle minoranze oppresse dalla Repubblica turca. Alla fine degli anni Novanta però, viene accusata di complicità con il PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, organizzazione politica e paramilitare) e di terrorismo, incarcerata e torturata. Dal 2009 vive in esilio da rifugiata politica in Francia.

Il genocidio armeno

Il termine “genocidio” fa riferimento al più grave tra i crimini contro l’umanità. Si tratta di un insieme di atti commessi con l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio delle Nazioni Unite del 1948 lo definisce infatti come atto vietato dal diritto internazionale. Ad oggi, sono trenta gli Stati che hanno riconosciuto come genocidio il massacro compiuto contro gli armeni dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916

Degli armeni e del loro “Grande Male” però se ne parla e si conosce ancora poco. Sotto l’Impero ottomano, gli armeni ebbero una complicata ma effettiva convivenza, cercando di preservare la loro identità. All’inizio del Ventesimo secolo, grandi comunità armene erano stanziate nella regione dell’Anatolia orientale e nella zona confinante appartenente all’Impero russo. Con la crisi e il crollo degli ottomani, però, la minoranza di religione cristiana divenne vittima di violenze a opera della popolazione a maggioranza musulmana. Il movimento rivoluzionario laico dei Giovani turchi, preso il potere con il colpo di stato del 1908, con il tempo assunse un carattere sempre più autoritario: gli armeni iniziarono così a essere visti come una possibile minaccia interna

Tra il 1912 e il 1913, l’Impero ottomano perse i suoi territori nei Balcani e i soprusi subiti dalla popolazione musulmana generarono un forte sdegno nei confronti di quella cristiana. Mentre russi e ottomani si videro contrapposti nella Prima guerra mondiale, le comunità armene si schierarono da una parte piuttosto che dall’altra a seconda dell’area di appartenenza. False accuse di complicità con il nemico da parte dei Giovani turchi ricaddero su queste comunità. L’esercito ottomano, deciso a eliminare la minoranza cristiana dal suo territorio, compì atroci attacchi e persecuzioni ai danni degli armeni e mise in atto un programma di deportazioni di massa. Circa un milione e mezzo di armeni morì per mano degli ottomani. I tentativi di processare i responsabili del genocidio andarono in gran parte falliti. 

L’attuale Armenia è erede di uno Stato creato dalla comunità che prima abitava la regione appartenente all’Impero russo e che nel 1921 entrò a far parte dell’Unione Sovietica. La Repubblica di Turchia invece, nata nel 1923, adottò subito una politica negazionista, cui ad oggi non ha ancora rinunciato, rifiutandosi di riconoscere il massacro compiuto. Il vero grande male risulta essere la mancata presa di responsabilità ideologica e organizzativa che impedisce di dare atto della storia.

Solo lo scorso anno, per la prima volta negli Stati Uniti, un presidente statunitense ha riconosciuto il genocidio armeno. La scelta di Joe Biden ha inviato così un segnale politico forte, rischiando di pregiudicare le relazioni tra Washington e Ankara.

La questione delle minoranze in Turchia

Il genocidio degli armeni rappresenta una pagina nera e da sempre controversa della storia turca, che Pinar Selek condanna attraverso il suo racconto personale, cercando di sbarazzarsi della sua «identità arrogante». Gli armeni però non sono stati l’unico gruppo minoritario costretto a subire marginalizzazione e violenza soprattutto durante la transizione dall’Impero ottomano alla Turchia moderna (basti pensare ai Rum cristiani ortodossi o agli ebrei). 

In origine, l’Impero ottomano era conosciuto per il suo sistema di integrazione, tolleranza e convivenza tra i gruppi linguistici, etnici e religiosi: rappresentava un esempio di società multietnica e multiconfessionale. Tra i princìpi riformatori del governo rappresentativo costituzionale voluto dai Giovani Turchi c’era l’uguaglianza di diritti e doveri per tutti i cittadini a prescindere dalla nazionalità o dalla religione. Ciononostante, il progetto di contrapporre l’ottomanesimo al nazionalismo fallì con le Guerre balcaniche. Il timore che le comunità armene potessero cercare l’indipendenza con il sostegno russo ed essere causa di una disintegrazione interna portò l’esercito ottomano a “prevenire la minaccia” con le deportazioni e i massacri. 

Il Trattato di Losanna del 1923, con cui fu proclamata la Repubblica di Turchia guidata dall’ideologia kemalista di Atatürk, stabiliva che i cittadini turchi appartenenti a minoranze non musulmane avrebbero goduto degli stessi diritti dei musulmani. Le minoranze non menzionate (come i Curdi o gli Aleviti) però furono condannate all’assimilazione e le grandi comunità cristiane erano ormai state quasi completamente distrutte.  

Ufficialmente, oggi la Turchia è membro delle organizzazioni che tutelano i diritti delle minoranze: le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e l’OSCE, che proibiscono le discriminazioni e hanno tra i loro obiettivi la protezione delle minoranze nazionali. Ciononostante, soprattutto le minoranze non riconosciute dal Trattato di Losanna continuano ad essere soggette a discriminazioni da parte di uno Stato che adotta politiche nazionalistiche. Inoltre, la Turchia non risulta ancora firmataria della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d’Europa. 

Pinar Selek conduce i lettori alla comprensione del genocidio armeno, un tragico episodio della storia turca, attraverso ricordi e testimonianze. L’autrice si chiede «qual è il prezzo dell’oblio? Che ne è di noi quando si dimentica?» e apre così una porta che si apre quando si inizia ad ascoltare, a vedere e a raccontare.  

 

Fonti e approfondimenti

Antonini, Chiara, “Crimini internazionali: il genocidio”, Lo Spiegone, 06/12/2017.

Focus ISPI, “Genocidio armeno: qualcosa è cambiato”, ISPI, 26/04/2021.

Selek, Pinar. La maschera della verità. Fandango Libri. 2015.

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina a cura di Simone D’Ercole

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