Lo spettro del genocidio ritorna: il caso dei Rohingya

Di Eleonora Rella

È passato più di anno ormai dal 25 agosto 2017, quando il Myanmar ha dato inizio alla persecuzione sistematica dei Rohingya. Tali violenze hanno provocato la morte di migliaia individui, causando la fuga di più di 700,000 Rohingya in Bangladesh, provocando una crisi resa ancora più acuta dalla chiusura delle frontiere in India. Durante gli scorsi mesi, numerose organizzazioni umanitarie hanno invocato l’intervento della comunità internazionale nei territori del Myanmar per contrastare quello che da molti è stato qualificato come il genocidio del popolo Rohingya. In seguito all’annuncio del loro imminente rimpatrio, risultato di un accordo tra Bangladesh e Myanmar, può essere utile analizzare se le azioni di quest’ultimo siano compatibili con le caratteristiche fondamentali del genocidio, poiché il rischio di nuove violenze rimane alto.

Segnali di un genocidio in atto in Myanmar

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Per comprendere se i crimini in Myanmar siano classificabili come genocidio, è essenziale verificare se tutti i suoi elementi costitutivi, così come identificati dall’articolo II della Convenzione sul Genocidio del 1948, siano presenti.

La maggior parte dei Rohingya professa la religione musulmana, parla il rohingya, una lingua indo-europea, e presenta tratti culturali comuni tra cui quella di far risalire le loro origini agli arabi, ai bengalesi, ai mori, ai persiani e ai turchi. Considerando che il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda ha definito il concetto di gruppo etnico come “un gruppo i cui membri condividono una lingua e una cultura comune” e che sia tale da distinguersi rispetto ad altri gruppi, inclusi i persecutori dei presunti crimini, sembra chiaro che i Rohingya rientrino primariamente nella categoria di gruppo etnico.

Per quanto riguarda l’actus reus, secondo quanto riferito all’interno del Mission Report dell’OHCHR (Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani), l’esercito del Myanmar ha cominciato all’inizio di agosto 2017 un processo sistematico di persecuzione di centinaia di migliaia di Rohingya nel territorio. In particolare, il Report afferma che la strategia usata ha coinvolto atti che si qualificano come genocidio ai sensi dell’articolo 2 della convenzione, ovvero: arresto e detenzione arbitraria della popolazione Rohingya tra i 15 e i 40 anni; uccisione di civili, ripetuti atti di violenza e umiliazione, stupri, incitamento all’odio e alla violenza, distruzione di interi villaggi e deportazione forzata dei membri della popolazione Rohingya.

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L’ultimo e più importante elemento per definire i crimini perpetrati dal Myanmar come genocidio è la presenza della mens rea. Bisogna, dunque, identificare l’intento di distruggere il gruppo protetto e la presenza di schemi-base di condotte similari ripetuti in modo sistematico.

Per ciò che riguarda l’esistenza di dichiarazioni circa l’intento dell’esercito del Myanmar, le autorità birmane si sono assunte pubblicamente la responsabilità per l’esecuzione di “operazioni di sgombero” dirette specificamente contro la popolazione Rohingya. Il pretesto per queste operazioni sarebbe una missione anti-sommossa nello stato di Rakhine, per preservare la sicurezza nazionale in seguito a numerosi attacchi condotti dall’esercito per la salvezza dei Rohingya dell’Arakan contro militari birmani. Le Nazioni Unite hanno rifiutato questa spiegazione, dal momento che la necessità militare non giustifica i massacri indiscriminati, gli stupri di gruppo e la distruzione di interi villaggi che sono seguiti a quest’episodio.

In merito all’esistenza di schemi-base di condotte e il loro contesto, numerose testimonianze hanno messo in luce come la spirale di violenza cominciata lo scorso agosto rappresenti solo l’apice di decenni di violazioni, abusi, discriminazioni sistematiche, politiche di segregazione e marginalizzazione. È, di fatto, il risultato di anni di campagne di demonizzazione dei Rohningya.

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Pertanto, la persecuzione dei Rohningya in atto in Myanmar soddisfa i criteri per essere descritta come un genocidio ai sensi del diritto internazionale. Tale conclusione è stata sostenuta anche dal report rilasciato dallo Human Rights Council delle Nazioni Unite il 27 agosto (A/HRC/39/64), che definisce gli atti di violenza avvenuti a partire dal 25 agosto 2017 ai danni dei Rohingya un genocidio, muovendo accuse penali nei confronti dei ranghi più alti dell’esercito. Il report sostiene che ci siano informazioni sufficienti ad avviare indagini attraverso le azioni di una corte internazionale competente o, in alternativa, di un tribunale ad hoc supportato dall’ONU, evenienza già verificatasi nel caso del Ruanda e della Jugoslavia.

Le forze politiche del Myanmar hanno opposto resistenza alla possibilità di un intervento internazionale nel Paese e la leader birmana, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, insiste nel respingere le accuse, definendole una “narrativa d’odio proveniente dall’estero”. Di fatto, senza la collaborazione del Myanmar, il sistema internazionale prevede un numero limitato di strumenti e attori con il potere di sanzionare i colpevoli di gravi crimini contro l’umanità.

Il ruolo e le contraddizioni delle Nazioni Unite

È importante notare che, dal riconoscimento, per mezzo del diritto internazionale (e, nello specifico, dalla Convenzione sul Genocidio), del dovere della comunità internazionale di intervenire in casi di atrocità di massa, tanto gli Stati membri quanto l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno spesso resistito alla categorizzazione di crisi umanitarie come “genocidi” per evitare le implicazioni derivanti dall’uso del termine e tensioni di carattere politico. Nello specifico, la definizione di un crimine come “genocidio” risulterebbe nell’obbligo di agire per punirlo, come richiesto dalla Convenzione. La struttura legale che circonda il crimine di genocidio, di fatto, rende questo termine molto potente, e ciò spiega perché in casi di sospetto genocidio ci sia molto dibattito riguardo la natura del crimine, e molta resistenza nel definirlo come tale.

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Il caso dei Rohingya è sintomatico di questa tendenza: il report delle Nazioni Unite è senza dubbio incriminante dal punto di vista legale, ma le accuse mosse non sono ancora state supportate da misure concrete. Infatti, qualsiasi intervento a sostegno dei Rohingya necessiterebbe dell’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui il peso dei membri permanenti col diritto di veto gioca un ruolo di primaria importanza. Nello specifico, lo status di membri permanenti di Paesi come la Cina e la Russia, con stretti legami con il Myanmar, difficilmente permetterebbe l’approvazione di misure potenzialmente deleterie per il Paese. Già nel dicembre 2017, Russia e Cina si sono schierate contro una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU finalizzata a esortare il Myanmar a porre fine alla campagna militare contro i Rohingya e a chiedere la nomina di un inviato speciale delle Nazioni Unite nel Paese (A/RES/72/248).

La reazione della Corte Penale Internazionale: verso una svolta

Nell’aprile 2018, il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, aveva richiesto di deliberare riguardo la possibilità di indagare i presunti crimini contro i Rohningya. Infatti, è importante notare che la CPI non ha giurisdizione sul territorio del Myanmar, in quanto questo non è tra i Paesi firmatari dello Statuto di Roma, che aveva istituito la Corte. Tuttavia, la deportazione di centinaia di migliaia di Rohingya in Bangladesh, Stato membro dal 2010, ha permesso l’apertura di uno spiraglio in favore delle indagini del Tribunale. Il 6 settembre 2018 la CPI ha dichiarato la sua competenza a esercitare la giurisdizione sulle accuse dei crimini commessi dallo stato burmese, sostenendo che, nonostante gli atti alla base delle accuse si siano verificati in Myanmar, un elemento del reato ha avuto luogo, di fatto, in Bangladesh. La decisione della Corte permette a Fatou Bensouda di esaminare ulteriormente le testimonianze e le prove raccolte sui crimini commessi in Myanmar ed esporre la leadership del Paese alla possibilità di sanzioni. In risposta, il governo di Naypyidaw ha respinto la sentenza della Corte, additandola come «una decisione dubbia dal punto di vista legale».

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Quali prospettive per il futuro?

Nel lungo termine, l’uso di sanzioni e di pressione diplomatica, nonché la possibilità che le alte cariche militari del Myanmar siano sottoposte a processo da parte della CPI, potrebbero funzionare per contrastare i segnali di genocidio ancora in corso. Tuttavia, per prevenire che quanto successo accada nuovamente, è necessario, come reiterato da Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, risolvere alla radice la questione Rohnigya: “Si deve cambiare linea politica e riconoscere nazionalità e status sociale ai Rohingya musulmani, in modo che possano ottenere una vita normale, trovare lavoro e accedere all’istruzione”.

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Le sfide nel garantire che il crimine di genocidio sia punito e che i diritti umani dei Rohingya siano rispettati sono palesi, così come i limiti della comunità internazionale nell’agire per assicurarsi che la Convenzione sul Genocidio sia rispettata. È evidente come il fallimento della comunità internazionale nel fermare queste violenze non solo lascerebbe impuniti i colpevoli di gesta atroci, ma metterebbe in discussione ancora una volta l’efficacia della giustizia transnazionale ed extra-territoriale, che rappresenta un pilastro nella tutela dei diritti umani all’interno del sistema internazionale sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Fonti e Approfondimenti

https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/bg.html

https://www.unocha.org/rohingya-refugee-crisis

https://undocs.org/A/HRC/39/64

https://www.icc-cpi.int/CourtRecords/CR2018_04203.PDF

https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2017-09-28/sgs-myanmar-remarks-security-council

https://www.msf.org/rohingya-refugee-crisis-depth

P. BEHRENS, R. HENHAM (a cura di), Elements of Genocide, Routledge, 2012.

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