I crimini internazionali: il Ruanda e i crimini contro l’umanità

Gli anni novanta del secolo scorso hanno conosciuto una molteplicità di episodi drammatici in ogni parte del globo, in cui si sono perpetrati delitti nei confronti, spesso, di popolazioni civili, come è accaduto nella guerra civile con conseguente genocidio in Ruanda, nel 1994.

Lo Stato del Ruanda, che conobbe la colonizzazione europea per mano di Francia e Belgio, presenta principalmente due etnie: i Tutsi e gli Hutu. La prima distinzione si deve ad un’artificiosa creazione belga, che ritenne superiori i Tutsi.

Nelle storia del Pase sono si sono succedute numerose insurrezioni e colpi di Stato: tutto ciò ha comportato l’acuirsi delle tensioni sociali e dell’odio razziale, costringendo migliaia di persone a fuggire negli stati limitrofi, in cui permanevano gli stessi problemi di violenza. In questo contesto si creò il Fronte Patriottico Ruandese nel 1988, composto maggiormente da Tutsi espatriati in Uganda.

Il casus belli che portò alla guerra civile fu l’uccisione del presidente Habyarimana in un incidente aereo nell’aprile del 1994, che diede il via a 100 giorni di ininterrotti massacri e violenze a danno dei Tutsi, ma anche nei confronti di Hutu moderati o che non presero parte all’eccidio, mentre i mezzi di informazione, la radio in particolare, fomentavano l’odio razziale così largamente diffuso nel territorio.

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Messaggi di odio razziale diffusi dalla radio

 

I dati derivanti da questo periodo sono agghiaccianti: si parla, e sono ancora numeri incerti, di un numero di morti che oscilla tra i 800.000 e 1 milione, che accompagna un dato ancora più terrificante: lo stupro e le violenze sessuali sono stati utilizzati come strumenti di guerra, in modo da devastare fisicamente ed emotivamente la vittima, donna o uomo che fosse. Si è verificata una conseguente impennata della diffusione di gravidanze e di contagio di AIDS.

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https://history.libraries.wsu.edu/spring2016/wp-content/uploads/sites/8/2016

 

I Crimini contro l’umanità

La comunità internazionale, criticata per aver reagito troppo tardi a quest’ondata di inaudita violenza, dispose quindi la formazione di un Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Il suo compito era quello di accertare i delitti commessi e di giudicare e condannare i responsabili, impresa tutt’altro che agevole per i numeri altissimi di soggetti incriminati e la continua mancanza di prove reali.

I due aspetti principali dell’indagine del Tribunale, istituito con Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 955 dell’8 novembre 1994, riguardano l’accertamento dei crimini di genocidio e contro l’umanità. Ci soffermeremo proprio su questi ultimi, per capire più chiaramente quali atti ricadono in questa categoria e quali sono i soggetti che possono esserne responsabili.

La nascita di questa tipologia di crimini risale al 1915, quando Francia, Inghilterra e Russia condannarono gli omicidi di massa perpetrati a danno degli Armeni dall’impero ottomano, tuttavia il primo artefice di un’elencazione ed utilizzo come capo d’accusa è il Tribunale di Norimberga nella trattazione, nell’omonimo processo, degli orrori delle Seconda Guerra Mondiale.

Bisogna partire dalla premessa che la nozione di crimini contro l’umanità è in perenne evoluzione, in quanto risente degli influssi del diritto internazionale ma anche di quello interno dei singoli Stati, che possono inserire direttamente nei propri ordinamenti domestici la relativa previsione legislativa.

Un grande passo in avanti nella sua “codificazione” si deve sicuramente ai Tribunali Penali Internazionali per la Jugoslavia e per il Ruanda, i quali sono stati artefici di chiarimenti e di implementazioni nella definizione.

Nonostante ciò, ad oggi manca ancora un trattato appositamente dedicato ai crimini contro l’umanità, a differenza di quanto è avvenuto per il genocidio o i crimini di guerra, ma sono continui gli sforzi che il diritto internazionale compie per raggiungere questo obiettivo. Va anche considerato che, benchè ci sia questa mancanza, il divieto di crimini contro l’umanità è considerato da tutta la comunità internazionale come perentorio e assolutamente insuscettibile di deroghe.

Per adesso è necessario guardare allo Statuto di Roma del 1998, artefice della creazione dell’ICC, per capire meglio di cosa si sta parlando. Si tratta di uno Statuto che ha forza cogente tra i 123 Stati aderenti e che dispone un’esauriente esemplificazione degli atti da considerarsi crimini contro l’umanità, con la precisazione che non si tratta di un elenco tassativo o definitivo, sempre per il carattere di perenne evoluzione di questa categoria. La sua flessibilità ha anche una rilevanza pratica perchè si vuole evitare di lasciare impunite delle fattispecie criminali che, nonostante la loro gravità ed atrocità, non rientrano tra quelle indicate.


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Lo Statuto chiarisce quali sono gli atti empirici che costituiscono il crimine e, al contempo, stabilisce gli elementi necessari che lo configurano. In primis, questi crimini possono essere commessi sia in tempo di pace sia in tempo di guerra e devono presentare un elemento fisico, mentale e di contestualità.

  •  L’elemento fisico fa riferimento agli atti di omicidio, sterminio, riduzione in schiavitù, imprigionamento, tortura, gravi forme di violenza sessuale, persecuzione, sparizione forzata di persone, crimine di apartheid, altri atti inumani.
  • L’elemento di contestualità si ha quando l’atto viene compiuto come parte di un attacco diffuso o sistematico diretto contro la popolazione civile. Da qui si ricava che il crimine in esame può comprendere sia gli atti di violenza perpetrati su larga scala per l’elevato numero di vittime o per l’estensione dell’area geografica su cui si verificano (carattere di diffusione) oppure per un metodico tipo di violenza (carattere di sistematicità). In assenza di questi elementi non si può parlare di crimini contro l’umanità. Inoltre il par.2 dello stesso articolo specifica che il crimine deve essere compiuto nel perseguimento di una politica statale o di partito, non necessariamente esplicita e quindi anche solo desumibile dalle circostanze.
  • L’elemento mentale riguarda la piena consapevolezza dell’attacco.

A differenza del genocidio (cfr Crimini internazionali: il genocidio ), i crimini contro l’umanità non devono per forza rivolgersi contro uno specifico gruppo di soggetti definito da un elemento etnico o di appartenenza ad un gruppo, bensì contro la popolazione civile generalizzata. Inoltre non devono rispondere ad un intento specifico, ma basta che si realizzi uno degli atti elencati, accompagnati dalla consapevolezza di compiere un atto contro la popolazione civile; unica eccezione riguarda la fattispecie di persecuzione, per la quale, invece, è necessario l’intento discriminatorio.

Il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda  

L’importanza storica del Tribunale Penale internazionale per il Ruanda è innegabile, considerando che ha accertato responsabilità individuali, cioè direttamente a carico dei soggetti criminali, a prescindere dal fatto che rivestissero una carica politica. Il compito fondamentale, come già detto, è stato quello di accertare la commissione dei crimini di genocidio e contro l’umanità. Lo Statuto del Tribunale vi fa riferimento nell’art. 3: 

Il Tribunale internazionale per il Ruanda è competente a giudicare le persone responsabili dei crimini seguenti quando commessi nel quadro di un attacco su larga scala e sistematico diretto contro qualsiasi popolazione civile in ragione della sua appartenenza nazionale, politica, etnica, razziale o religiosa: assassinio; sterminio; riduzione in schiavitù; deportazione; prigionia; tortura; stupro; persecuzione per motivi politici, razziali e religiosi; altri atti disumani.

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È evidente la somiglianza con l’art. 7 dello Statuto dell’ICC, ma si nota anche come in questo ultimo caso, facendo tesoro delle esperienze precedenti, la gamma di crimini sia più ampia e dettagliata, per dare loro un contorno di maggiore chiarezza. Inoltre nello statuto del Tribunale ci si riferisce ad atti contro la popolazione civile in ragione della sua appartenenza ad uno specifico gruppo/etnia/nazione; questa specificazione, assente nello Statuto dell’ICC, era funzionale alla situazione concreta su cui si doveva pronunciare il Tribunale, poichè gli atti erano stati realizzati proprio a causa dell’appartenenza ad un determinato gruppo etnico.

Tra le condanne più significative vanno inoltre ricordate quelle a carico di Jean Kambanda, primo ministro ad interim dopo la morte del presidente Habyarimana, giunta il 4 settembre 1998 con l’accusa di genocidio e di crimini contro l’umanità. Ad oggi Kambanda rappresenta la prima persona ad essere condannata per genocidio dal 1948. Stessa sorte per Jean- Paul Akayesu, sindaco della città di Taba, dove si perpetrò un massacro mostruoso di Tutsi ed un episodio di violenza sessuale di massa, utilizzata come strumento di genocidio.

Fondamentale importanza ha assunto anche il “Media case” cioè il processo a carico di responsabili di strumenti di comunicazione di massa, accusati di aver diffuso e fomentato l’odio razziale. Il processo, iniziato nel 2000, era rivolto a Hassan Ngeze, condannato a 35 anni di reclusione; Ferdinand Nahimana, condannato a 30 anni di reclusione; Jean-Bosco Barayagwiza, condannato a 27 anni di reclusione, dopo l’accoglimento del suo appello. Le condanne si inseriscono nel contesto dei crimini contro l’umanità, per la loro funzione di promozione di stragi e violenza.

Ruanda
United Nations | Mechanism for International Criminal Tribunals

 

Nonostante le numerose condanne, che possono essere interpretate come successi del Tribunale, ci si interroga ancora oggi sulla effettività delle sue decisioni, che arrivano dopo più di 20 anni dalla commissione di queste atrocità (come abbiamo già avuto modo di analizzare in: Genocidio del Ruanda: se la giustizia arriva dopo 24 anni), dato che la chiusura formale dei lavori risale al 31 dicembre 2015. Da non tralasciare sono anche le critiche che sono state rivolte nei confronti dell’operato del tribunale per la lentezza del lavoro e, secondo alcuni, i troppi casi di impunità. Stando a quanto riporta Human Rights Watch, i membri del Fronte Patriottico Ruandese non hanno subito alcun tipo di persecuzione giudiziaria, nonostante si siano comunque macchiati di gravissimi crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

 

Fonti e Approfondimenti:

http://unictr.unmict.org/en/genocide

http://www.internationalcrimesdatabase.org/Crimes/CrimesAgainstHumanity

http://www.un.org/en/genocideprevention/crimes-against-humanity.html

https://www.hrw.org/news/2015/12/23/rwanda-international-tribunal-closing-its-doors

http://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Tribunale-internazionale-per-il-Ruanda-ergastolo-a-Bagosora-Ntabakuze-and-Nsengiyumva-per-genocidio-crimini-contro-lumanita-e-crimini-di-guerra/1153

http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/statuto-del-tribunale-penale-internazionale-per-il-ruanda-1994/177

http://www.womenaid.org/press/info/humanrights/rwanda%20hr.html

Crimini internazionali: i crimini di guerra e la Siria

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