Africa e USA: dalla Guerra Fredda a Biden passando per Trump

Remix da foto di Bamse e Joshthecartoonguy - Wikimedia Commons e Pixabay - CC BY-SA 3.0

L’Africa conta, l’Africa non ci interessa, l’Africa torna di nuovo a contare. Potremmo sintetizzare così la visione statunitense nei confronti del continente africano dalla Guerra Fredda a oggi. Durante la competizione bipolare, l’Africa era una delle aree del mondo dove Stati Uniti e URSS si sfidavano per affermare valori e primato. Nel mondo unipolare a guida statunitense degli anni Novanta, invece, l’Africa, priva di armi nucleari e poco inserita nel commercio internazionale, perse importanza per Washington. La ritrovò dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, quando la presenza terroristica si manifestò anche nel continente africano facendo emergere il complicato intreccio tra sicurezza nazionale e interessi commerciali.

Gli anni ’90: tentativi di disimpegno

Il continente africano fu uno dei maggiori teatri di conflitto durante la Guerra Fredda. L’obiettivo delle due superpotenze era quello di attirare il maggior numero possibile di Paesi nella propria sfera di influenza, diffondendo l’una i valori del liberalismo e del capitalismo e l’altra quelli del comunismo e della pianificazione economica. Si spiegano in questo modo molti interventi statunitensi nel continente, in particolare nell’Africa australe dove la complessità del processo di indipendenza rese ancora più evidente questa competizione. In particolare, l’aiuto fu destinato a Sudafrica e Rhodesia del Sud, affinché rafforzassero il “bastione bianco” nei confronti dei movimenti di liberazione nazionale di ispirazione marxista-leninista attivi in Angola e Mozambico.

Le dinamiche cambiarono con la fine della Guerra Fredda e l’emergere degli Stati Uniti come unica grande potenza sullo scacchiere internazionale. Non essendoci più una competizione da vincere, l’interventismo statunitense si ridusse. Nel nuovo sistema internazionale il continente africano non aveva un ruolo strategico: né militarmente, dato che non disponeva di armi nucleari, né a economicamente, visto lo scarso contributo al commercio internazionale. Tuttavia, i Paesi africani sono saliti spesso alla ribalta a causa delle frequenti catastrofi umanitarie che rendevano spesso necessari interventi multilaterali.

Fu proprio una di queste crisi a determinare il ritorno degli Stati Uniti nel continente e a mostrare i limiti della loro egemonia. Nel 1991, in Somalia, a seguito della caduta della dittatura di Siad Barre, scoppiò una violenta guerra civile che provocò una carestia tanto grave da spingere l’ONU all’intervento. Nacque così la missione UNISOM, il cui compito era facilitare la distribuzione degli aiuti alimentari e monitorare il cessate il fuoco tra le fazioni rivali. Di fronte alle difficoltà incontrate dagli operatori umanitari nel distribuire gli aiuti, l’amministrazione Bush propose l’invio di una forza guidata dagli Stati Uniti stessi al fine di proteggere l’attività di aiuto umanitario: prese avvio in questo modo l’Operation Restore Hope. Ben presto però fu evidente che gli Stati Uniti avevano concepito la missione come un intervento a breve termine, finalizzato a una semplice assistenza umanitaria, senza considerare il permanere delle violenze e la necessità di avviare un profondo processo di pacificazione e democratizzazione. Infatti, poco dopo il ritiro del contingente statunitense nel 1993, anche la missione dell’ONU abbandonò la Somalia aprendo la strada ad anni di instabilità e violenza. 

Il disimpegno degli Stati Uniti divenne ancora più evidente nel 1994 quando di fronte al genocidio in Ruanda l’amministrazione Clinton, visto il fallimento in Somalia, non intervenne. Alla fine degli anni ’90 inoltre gli aiuti allo sviluppo destinati ai Paesi africani raggiunsero il livello più basso dai primi anni ‘60. Allo stesso tempo, però la fine del XX secolo segnò l’avvio della crescita economica per molti Stati e così l’Africa iniziò a essere considerata un possibile partner commerciale. Nel 2000 venne firmato l’African Growth and Opportunity Act (AGOA), un accordo di libero scambio finalizzato alla liberalizzazione del mercato tessile e alla creazione di maggiori opportunità lavorative. L’accordo, rinnovato di anno in anno e vigente ancora oggi, è però caratterizzato dal maggior potere contrattuale degli Stati Uniti. Infatti, è il presidente statunitense a decidere anno per anno quali Paesi sono legittimati a partecipare all’accordo sulla base di criteri economici – il grado di transizione a un’economia di libero mercato – e giuridici – i diritti concessi ai lavoratori. La stabilità politica, pur non essendo prevista come principio discriminante nel testo dell’accordo, si è convertita de facto in un altro criterio. Stabilità politica e solidità delle istituzioni, infatti, giocano un ruolo essenziale nelle scelte politiche statunitensi. Il criterio dell’eleggibilità annuale per i singoli Paesi africani significa inevitabilmente discontinuità. Nonostante ciò, nel complesso, l’AGOA ha incrementato i flussi commerciali e gli investimenti tra Stati Uniti e Africa.

L’11 settembre 2001: l’Africa torna a essere una priorità

La presidenza Bush, iniziata nel gennaio del 2001, sancì l’avvio di un maggiore attivismo in Africa. Gli attentati del 1998 nei confronti delle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania si limitarono ad anticipare gli eventi dell’11 settembre 2001 e a riportare l’attenzione sul continente, ora divenuto strategico per la sicurezza nazionale statunitense. Il cardine della politica estera di Bush divenne la “war on terrorism” (guerra al terrorismo) e, se dopo gli attacchi del 1998 era chiara la presenza di militanti di Al-Qaeda nell’Africa Orientale, nel 2001 erano sempre più visibili i segni di una radicalizzazione anche nel Sahel e nell’ovest del continente. Erano in particolare gli Stati racchiusi intorno al Golfo di Guinea a essere considerati politicamente più instabili e ciò metteva a repentaglio gli approvvigionamenti petroliferi statunitensi e facilitava l’emergere di cellule terroristiche. Risultava quindi prioritario garantire sviluppo economico e stabilità politica nell’area, al fine di evitare la diffusione del terrorismo e garantire la continuità dei rifornimenti petroliferi che nel 2007 erano arrivati a coprire un quinto delle importazioni statunitensi.

Fu su queste basi che gli Stati Uniti delinearono le direttrici della politica estera nell’ambito militare, economico e politico. Dopo aver inizialmente istituito due forze militari, una nell’est e l’altra nell’ovest del continente, nel 2008 si giunse alla creazione di un comando militare unico: l’Africa Command (AFRICOM) con funzioni di lotta contro il terrorismo, assistenza tecnica e formazione dei corpi militari africani. Inoltre, per promuovere lo sviluppo economico e la democrazia nei Paesi a basso reddito venne istituita una nuova agenzia: la Millennium Challenge Corporation.

Come i suoi predecessori, anche Bush venne criticato per aver posto al centro gli interessi nazionali statunitensi. La maggior parte dei fondi destinati all’Africa riguardarono l’ambito militare e, ancora una volta, non venne sviluppata una visione di lungo periodo volta al sostegno della crescita economica e al rafforzamento della democrazia. 

Obama: partnership economica ed empowerment

Il discorso di Obama di fronte al Parlamento ghanese nel 2009 cercò di innescare un nuovo corso che può essere sintetizzato in una frase: “L’Africa non ha bisogno di uomini forti. Ha bisogno di istituzioni forti”. Fu evidente il tentativo di superare l’approccio dei presidenti precedenti per appoggiare la democrazia, combattere la corruzione e la violenza e superare la dipendenza africana nei confronti degli aiuti provenienti dal mondo occidentale. Con Obama si sviluppò sempre di più l’idea di un rapporto di parità tra Stati Uniti e Africa: per la prima volta si parlò di una partnership equa e vantaggiosa per entrambi.

L’amministrazione Obama riconobbe il potenziale economico del continente, ma anche i suoi limiti nello sviluppo. Uno di questi era la difficoltà di accesso all’energia elettrica e fu proprio per porvi rimedio che nel 2014 venne lanciata Power Africa. L’iniziativa, attiva ancora oggi, grazie allo stanziamento di 7 miliardi di dollari in cinque anni ha permesso di aumentare la produzione energetica africana di 30.000 megawatts e di raggiungere oltre 60 milioni di households. Inoltre, al fine di ridurre le barriere infrastrutturali e facilitare l’integrazione economica sia regionale che internazionale, all’interno dell’AGOA nacque Trade Africa, una partnership più stretta tra gli Stati Uniti e i Paesi componenti la East African Community (EAC). Infine, di fronte all’elevata crescita demografica africana e del potenziale ancora inespresso che avevano le future generazioni, venne creata la Young African Leader Initiative con l’obiettivo di supportare l’imprenditorialità giovanile.

Tuttavia, anche le considerazioni geopolitiche ebbero un ruolo rilevante. I L’amministrazione Obama era consapevole che solo sviluppando una partnership equa e più stretta sarebbe stato possibile controbilanciare la sempre maggiore influenza cinese. Proprio per questo non mancò l’avvio di un rapporto più diretto con i leader africani: l’US-Africa Leaders Summit del 2014 vide per la prima volta incontrarsi capi di Stato e di governo africani con il presidente degli Stati Uniti su un piano di parità, per discutere di temi economici e politici.

Nonostante nessuno dei presidenti precedenti abbia posto attenzione a temi quali la democrazia e lo sviluppo economico quanto Obama, la politica militarista degli Stati Uniti rimase comunque una priorità. Vennero istituite infatti basi droni a Gibuti e in Etiopia e venne creata una nuova base in Niger per affrontare le minacce terroristiche in Nigeria e Mali. 

Trump: disinteresse per il continente nero

La vittoria di Trump nel 2016 ha sancito un’inversione di tendenza e il prevalere degli interessi nazionali su quelli internazionali. L’Africa ha cessato di essere una priorità e il disinteresse dell’amministrazione è stato evidente. Per esempio, nel corso degli ultimi quattro anni il presidente statunitense non si è mai recato in Africa in visita di Stato e sono state poche anche le delegazioni africane ricevute alla Casa Bianca. Inoltre, a fronte di un uso spropositato di Twitter da parte di Trump, fino al 2019 solo quattro tweet erano stati dedicati al continente africano. La sensazione dei Paesi africani di contare poco nei piani del presidente è stata poi rafforzata dalla sua decisione di nominare l’assistente segretario per gli Affari Africani, Tibor Nagy, solamente nel giugno del 2018, ben diciotto mesi dopo l’inizio della sua presidenza.

Però le parole più controverse sono quelle pronunciate dietro le quinte di un incontro con alcuni senatori. Il presidente avrebbe definito Haiti, El Salvador e alcuni Paesi africani “shitole countries” e sostenuto che gli Stati Uniti invece debbano promuovere l’immigrazione da Paesi “virtuosi” come la Norvegia. Sebbene poi Trump abbia negato di aver utilizzato queste parole, le reazioni non si sono fatte attendere e un’ondata di indignazione si è alzata nei suoi confronti, da parte dei Paesi coinvolti, degli organismi internazionali come le Nazioni Unite e dell’opinione pubblica statunitense, soprattutto afroamericana.  

Propositi unilaterali e competizione geopolitica

Lo slogan “America First” nel continente africano si è tradotto in iniziative finalizzate alla difesa degli interessi economici e geopolitici degli Stati Uniti piuttosto che in reali partnership o politiche di empowerment sociale. È stato quindi mantenuto l’AGOA, ma di contro sono state ridotte le risorse destinate ad altri programmi come Power Africa, che non comportavano benefici diretti per gli Stati Uniti.

La dichiarata ostilità di Trump per gli accordi commerciali si è scontrata però con la competizione geopolitica. Infatti, nei primi due anni del suo mandato era iniziato un declino dell’influenza economica e politica statunitense ed era invece cresciuta la presenza russa e cinese in molte aree dell’Africa. Nel dicembre del 2018 l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Bolton, ha annunciato l’avvio della New Strategy for Africa, il cui pilastro principale era un accordo di libero scambio, Prosper Africa. Secondo Bolton, invece di una Cina che corrompeva, proponeva accordi non trasparenti e sfruttava il debito dei Paesi africani per i propri interessi, Prosper Africa proponeva il rafforzamento degli scambi e degli investimenti tra Stati Uniti e Africa, trasparenza dei mercati, nascita di imprese private e nuovi posti di lavoro.

Sicurezza militare: una preoccupazione costante

Sebbene Trump avesse annunciato di voler ridurre considerevolmente la presenza militare nel Sahel e in Somalia, il Pentagono e il Congresso si sono opposti costantemente e il ridimensionamento dell’AFRICOM è avvenuto solo in minima parte. Secondo essi infatti l’Africa continua a essere centrale per la sicurezza nazionale statunitense sia per garantire la continuità degli approvvigionamenti petroliferi, sia in funzione antiterroristica. Del resto, i movimenti terroristici sono sempre più diffusi in Burkina Faso, Mali e nell’ovest del Niger dove gli Stati Uniti hanno avviato una collaborazione con la missione militare francese rafforzandone le capacità logistiche e i servizi di intelligence. Anche in Somalia la minaccia terroristica non cessa e le truppe statunitensi hanno il compito di addestrare le neonate forze somale contro Al-Shabaab.

Ancora una volta però non è stata solo la tutela della sicurezza nazionale a giustificare l’opposizione del Pentagono e del Congresso e la geopolitica ha giocato un ruolo fondamentale. Nel Corno infatti la Cina ha appena completato la costruzione di una base militare a pochi chilometri da quella statunitense. Gibuti, data la sua posizione, permette a Pechino di controllare la rotta verso il Canale di Suez, snodo strategico della Via della Seta. Si tratta di una minaccia troppo forte per l’influenza statunitense nell’area da poter essere ignorata avviando il ritiro delle truppe.

Infine, rientra tra le misure volte a tutelare la sicurezza nazionale l’inclusione di alcuni Paesi africani, Somalia, Ciad e Sudan, nei “Travel Bans”, ordini esecutivi emessi da Trump nel 2017 per vietare l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di alcuni Paesi a maggioranza musulmana accusati di legami con il terrorismo. Il Ciad e il Sudan sono stati rimossi dall’ultima versione del Travel Ban su cui si è pronunciata la Corte Suprema che ha affermato, tuttavia, il diritto del presidente statunitense di regolare l’immigrazione nel Paese.

Relazioni bilaterali: tante tensioni e qualche successo

Dal punto di vista delle relazioni bilaterali con i Paesi africani l’amministrazione ha riscosso pochi successi. Due dei quattro tweet dedicati da Trump al continente africano erano destinati a criticare la nuova riforma agraria sudafricana. In Sudafrica infatti nonostante i tentativi di redistribuzione, ancora oggi il 72% dei terreni sono in mano alla minoranza bianca che rappresenta poco più dell’8% della popolazione. Per far fronte a ciò, nel 2019 il Parlamento sudafricano ha varato l’Expropriation Bill, una riforma agraria che prevede l’espropriazione e la redistribuzione della terra, includendo in casi specifici l’assenza di compensazioni. È stato proprio quest’ultimo punto a scatenare la reazione di Trump che ha accusato il governo sudafricano di rubare la terra ai contadini bianchi. Come ovvio la risposta del Sudafrica non si è fatta attendere accusando a sua volta il presidente statunitense di cercare di dividere la popolazione e richiamare il passato coloniale.

Il Sudan invece durante la dittatura di Al-Bashir era stato inserito nella lista statunitense degli Stati amici del terrorismo e avendo ospitato sul proprio territorio Al-Qaeda e Bin Laden, gli fu addossata la responsabilità politica degli attentati alle ambasciate del 1998. La caduta di Al-Bashir e la nascita di un governo di transizione nel 2019 in uno Stato economicamente devastato ha spinto la comunità internazionale all’intervento. Essa, al fine di riconoscere definitivamente il cambiamento in atto nel Paese, auspicava la rimozione del Sudan dalla lista statunitense. In cambio di ciò Trump ha ottenuto l’adesione sudanese agli Accordi di Abramo, stipulati tra Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Israele e che prevedono il riconoscimento di quest’ultimo. Tre Paesi arabi che accettano ufficialmente l’esistenza di Israele è un successo politico e un tassello verso la normalizzazione delle relazioni nell’area.

È recentissimo invece l’appoggio garantito da Trump all’Egitto nella disputa con l’Etiopia sulla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga sul Nilo che raggiungerà la sua capacità massima di generazione elettrica solo nel 2023, ma che è già causa di tensioni. L’Egitto, infatti, grazie a due trattati del 1929 e 1959 aveva finora avuto il controllo quasi esclusivo del corso del fiume. La decisione etiope di avviare il progetto della diga, simbolo dell’emancipazione e della modernità del Paese, senza consultare l’Egitto, non è stata apprezzata a Il Cairo. Recentemente le tensioni si sono inasprite dopo la decisione egiziana di inviare un contingente di bombardieri in Sudan, a poca distanza dai cantieri etiopi, per svolgere una simulazione di attacco nei confronti di un’infrastruttura. Non è fantapolitica quindi ipotizzare che l’Egitto stia pensando di bombardare la costruzione etiope nel caso in cui i negoziati in atto non gli siano abbastanza favorevoli e il fatto che Trump abbia annunciato di ritenere giusto l’eventuale attacco si realizzi, infuoca una regione già di per sé molto instabile.

Biden: cosa aspettarsi?

Le elezioni presidenziali dello scorso 3 novembre hanno sancito la vittoria del candidato democratico, Biden. Cosa significherà questo per l’Africa? La sua elezione è stata apprezzata dalla maggior parte dei leader del continente che si attendono un indirizzo politico molto più vicino agli otto anni di Obama piuttosto che ai quattro di Trump.

Creare alleanze solide, sviluppare relazioni bilaterali con i singoli Paesi su un piano di parità e rilanciare il multilateralismo attraverso nuove partnership economiche e politiche sono i mezzi che Biden potrebbe utilizzare per controbilanciare l’influenza cinese. L’intenzione del nuovo presidente è quella di riportare attenzione all’empowerment giovanile che già Obama aveva contribuito a sostenere con la YALI ed è possibile che durante il mandato di Biden il campo di azione si allarghi con l’implementazione iniziative a favore delle donne e dei più poveri. Biden ha già annunciato di voler porre fine, fin dal primo giorno di presidenza, ai “Travel Bans”. Infine, è nota da tempo anche la volontà di ritornare negli Accordi di Parigi sul clima e rilanciare il Green Climate Fund, istituito da Obama e destinato a sostenere i Paesi in via di sviluppo a rispondere agli effetti del cambiamento climatico.

 

Fonti e approfondimenti:

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Moore, C. Porter, “Don’t feed the troll”: much of the world reacts in anger at Trump’s insult, The New York Times, 12/01/2018

Signé, E. Olander,Can Trump’s Prosper Africa make America greater than China and other partners in Africa?,Brookings, 26/06/2019

Landler, E. Wong, Bolton outlines a strategy for Africa that’s really about countering China,The New YorkTimes, 13/12/2018

van de Walle, Obama and Africa,Foreign Affairs, 94, 2015

van de Walle,US policy towards Africa: the Bush legacy and the Obama administration,African Affairs, volume 109, issue 434, pagine 1-21, 01/2010

Westcott, The Trump Administration’s Africa policy, African Affairs, volume 118, issue 473, pagine 737-749, 11/2019

Baker, Obama delivers call for change to a rapt Africa,The New York Times, 11/07/2009

Browne, Top US general in Africa warns of growing threaths as Trump administration weighs cutting troop numbers,CNN, 02/02/2020

W. Schneidman, L. Signé, Land redistribution in South Africa, Trump’s tweet, and US-Africa policy, Brookings, 27/08/2018

 

Editing a cura di Elena Noventa

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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