La guerra fredda del Medio Oriente diventa calda

Gli eventi avvenuti in Medio Oriente nelle ultime settimane, riguardanti le dimissioni del Primo Ministro Hariri e le successive ripercussioni, sono solo i più recenti sentori della guerra fredda del Medio Oriente tra Iran e Arabia Saudita che ormai da quasi trent’anni infuria nella regione. Partiamo da questi eventi per cercare di ricostruire quali sono i due blocchi e quali le rispettive strategie, tenendo un occhio sui punti di forza e di debolezza di ognuno.

Questa contrapposizione esiste da sempre, per toccare con mano le sue prime forme  bisogna andare a riprendere gli scontri tra il persiano impero seleucida che si opponeva alle tribù nomadi dell’Arabia per il controllo dei commerci verso oriente. Con l’arrivo dell’islam la questione ha raggiunto anche la materia religiosa, con la divisione tra sciiti e sunniti e le successive rivolte interne all’impero ottomano, tra le varie casate.

La contrapposizione attuale però è frutto in particolare di eventi legati alla rivoluzione iraniana e al pensiero di Khomeini, primo supremo leader della Repubblica Islamica. L’ayatollah ha inasprito questo contrasto lanciando il suo messaggio islamico marxista su tutto il Medioriente, creando per la prima volta un avversario islamico al regno saudita che fino a quel momento aveva vissuto come unico centro di irradiazione religioso-politica di stampo wahhabita.

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Dopo i primi anni di grande espansione sciita, la “Crisi degli Ostaggi” dell’ambasciata americana del 1980 ha alienato all’Iran il supporto occidentale, allontanamento che si è manifestato concretamente nelle profonde sanzioni e nell’embargo. Dall’altra parte l’Arabia Saudita è diventata l’unico interlocutore (marcatamente islamico) dell’Occidente in Medio Oriente, caratteristica che ha voluto dire per Ryad investimenti stranieri infiniti, supporto diplomatico e incalcolabili forniture militari. Questa situazione è durata fino al 2014 quando l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) ha diminuito alcune sanzioni sull’Iran e lo ha rilanciato nel mondo internazionale.

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In questo lungo periodo il Paese degli Ayatollah è stato un gigante isolato con enormi potenzialità nascoste, ma allo stesso tempo questa situazione lo ha rafforzato. Per prima cosa lo ha obbligato a crearsi un’economia sganciata dal petrolio, che non poteva vendere sui mercati internazionali. I vantaggi però non sono stati solo di natura strutturale e anche il lato psicologico della situazione va analizzato. La classe politica iraniana ha imparato a lavorare sottobanco, strisciando sul ventre in tutto il Medio Oriente per guadagnarsi pochi centimetri di influenza in ogni Paese, rimanendo sempre sotto la minaccia di un attacco statunitense. Questo ha contribuito, insieme alla retorica della resistenza khomeinista, a costruire una mentalità ben precisa all’interno della politica iraniana.

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Contemporaneamente l’Arabia Saudita ha vissuto un periodo diametralmente opposto, dove tutto le era permesso grazie al supporto incontrastato degli USA, al fatto di poter controllare i rubinetti del petrolio mondiale e alla propria influenza nel mondo islamico. I governanti sauditi si sono sempre e solo occupati delle proprie faccende, senza mai prestare una reale attenzione ai fatti Medio Orientali, a meno che non li colpissero direttamente. Spesso hanno scelto accordi al ribasso, come l’ultimo accordo dell’OPEC, convinti che il loro potere fosse così grande rispetto agli altri da poter anche accettare degli accordi negativi senza cambiare gli equilibri di potere.

Il blocco sunnita in movimento

I protagonisti delle ultime settimane sono stati senza dubbio i Sauditi e in particolar modo il principe ereditario Bin Salman, attuale padrone del Paese. Il giovane erede di casa Saud, da quando ha ottenuto il potere e messo un’ipoteca sulla futura corona, ha deciso di rivoltare totalmente la strategia.

Come abbiamo già detto, l’abitudine saudita, decisa dal precedente re Abd Allah, era quella di non dare importanza alle decisioni e agli eventi dell’altro schieramento. In questa ottica dobbiamo vedere la mancata risposta del regno al lento allargarsi della zona d’influenza iraniana. Negli ultimi dieci anni infatti il potere iraniano è arrivato ad abbracciare tutta la striscia sciita (Iraq, Siria e Libano), ma l’unica risposta dell’Arabia Saudita è stata simboleggiata da una maggiore cooperazione (anche se comunque non significativa) con Giordania e Israele e da saltuarie proteste all’ONU sul ruolo iraniano nella politica di questi Paesi.

Bin Salman il nuovo principe ereditario, che è salito alla ribalta nel 2015 con la nuova missione miliare saudita in Yemen, ha fatto capire già con quella prima iniziativa che l’atteggiamento del Paese sarebbe cambiato. L’idea alla base del nuovo paradigma saudita è quello di non aspettare i rivali, di anticiparli e di giocare su tutti i tavoli possibili.

In questa ottica vanno visti tre importanti eventi avvenuti negli ultimi mesi: le dimissioni del primo ministro libanese Hariri, la frattura con il Qatar e la nuova propensione saudita in Iraq. Le dimissioni sono un chiaro tentativo di mettere i bastoni tra le ruote alla politica iraniana in Libano, dato che adesso la politica del Paese, grazie al suo sistema confessionale, sarà paralizzata per anni. La frattura del Qatar e la volontà di entrare nella politica irachena, manifestata dagli incontri tra Bin Salman e il chierico sciita iracheno Al Sadr, sono invece segno della volontà di non accettare più che i propri alleati si leghino anche all’Iran e che ci siano territori considerati off-limits dall’influenza saudita.

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Tanta influenza, tanto da perdere

L’Iran versa in una situazione molto diversa. Negli ultimi vent’anni il paese degli Ayatollah è stato molto dinamico, allungando enormemente la propria zona di influenza: Teheran attualmente è l’ultimo revisore delle politiche di Siria, Iraq e Libano. Questo sicuramente lo mette in una situazione di superiorità rispetto a Ryad, che comunque gode di grande influenza sulle monarchie del Golfo, ma allo stesso tempo le espone a grandi rischi, perché ha tanto da perdere.

Attualmente l’Iran sta vincendo su tutti gli scenari, ma questo trend potrebbe cambiare molto nei prossimi anni. In Libano Hezbollah è sicuramente la forza egemone, grazie alla nuova alleanza con i cristiani maroniti e grazie alla sua incredibile forza militare, ma allo stesso tempo le dimissioni del premier Hariri bloccheranno lo sviluppo del Paese, che stava uscendo da un lungo impasse politico legato all’elezione del Presidente. In Iraq l’egemonia iraniana potrebbe esser emessa in discussione dalle volontà indipendentiste curde e dalle tendenze filosaudite di Muqatada Al Sadr. In Siria invece il vantaggio è veramente grande e adesso, sconfitto il califfato jihadista, tutte le forze, anche iraniane, saranno concentrate nel totale annichilamento dell’opposizione filo-americana e filo-saudita. Quello che resta da capire è però se gli Assad riusciranno a tornare ad essere quel partner forte di cui avrebbe bisogno l’Iran.

Resistenza è la parola chiave della dottrina Khomeinista e sarà una parola centrale anche nella politica iraniana dei prossimi anni. Le conquiste degli ultimi trent’anni saranno messe a dura prova nei prossimo futuro e l’Iran si dovrà dimostrare capace di modificare i propri obiettivi rendendoli più flessibili. In questo quadro i rapporti di forza interni al paese saranno centrali e le forze politiche iraniane, attualmentemolto in conflitto, dovranno capire che solo uniti potranno affrontare la tempesta.

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Fonti e Approfondimenti:

 

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