Le locuste del deserto: una nuova (vecchia) catastrofe per Africa e Asia

Invasione locuste

Da gennaio 2020, alcuni Paesi del Corno d’Africa, della penisola arabica e del sud-ovest asiatico stanno affrontando una duplice sfida: la pandemia di Covid-19 e la più grande invasione di locuste degli ultimi venticinque anni. Sebbene le notizie a riguardo siano passate in sordina a causa della mole di informazioni legate al virus, l’inusuale intensità di questa ondata di locuste sta causando enormi danni all’economia di Paesi già fragili, ai loro mezzi di sussistenza (livelihood) e alla loro sicurezza alimentare. 

Le peculiarità della locusta del deserto

Tra le numerose specie di locuste, la cosiddetta locusta del deserto o Schistocerca gregaria è quella che rappresenta la minaccia più grande per l’uomo. Come suggerisce la nomenclatura scientifica, questo tipo di locusta si contraddistingue dalle altre cavallette per la sua peculiare tendenza ad aggregarsi in sciami molto consistenti, che possono migrare percorrendo lunghe distanze, fino a 150 km al giorno. In condizioni climatiche favorevoli, gli sciami possono riprodursi e aumentare di circa venti volte nel giro di tre mesi

Inoltre, una locusta adulta riesce a mangiare ogni giorno il suo stesso peso in vegetazione. Per questo, uno sciame di circa 1 km² può consumare in un solo giorno una quantità di cibo pari a quella che potrebbe sfamare circa 35 000 persone. Gli esemplari adulti sono insetti voraci che si nutrono di fiori, foglie, germogli e frutti di varie specie vegetali. 

La Schistocerca gregaria è una specie presente da sempre in molte zone desertiche. La sua area di distribuzione, o areale, copre milioni di km² e si estende dalla Mauritania all’India, passando per le zone del Sahel e della penisola arabica. Durante la stagione secca, il numero di esemplari è esiguo e questi insetti si comportano come soggetti singoli (“forma solitaria”). In presenza di piogge, o di un tasso di umidità elevato, la locusta del deserto si riproduce più facilmente e il numero di esemplari cresce in maniera esponenziale. Lo stretto contatto fisico innesca delle alterazioni metaboliche che portano le locuste a unirsi in sciami molto consistenti (“forma gregaria”).

È proprio in questa fase che la locusta del deserto tende a percorrere grandi distanze migrando da un Paese all’altro. Durante questi periodi di migrazione, la locusta riesce a estendere la propria distribuzione fino a raggiungere circa il 20% delle terre emerse del globo.

Infografiche dimensione copertina (2)

Limiti delle aree di recessione e di invasione raggiunti dalla locusta del deserto, fonte: FAO, EMPRES

La vita media della locusta del deserto è di circa tre-cinque mesi, dato che risulta estremamente sensibile a cambiamenti ambientali e di temperatura. Il ciclo vitale comprende tre fasi: la deposizione delle uova da parte delle femmine, che impiegano circa 10-65 giorni a schiudersi, lo stadio di ninfa (24-95 giorni) durante il quale l’insetto muta diverse volte aumentando di dimensioni e peso, e infine la fase adulta, nella quale gli esemplari possono riprodursi e aggregarsi in sciami.

2

Il ciclo di vita della Schistocerca gregaria, fonte: T. Maggiacomo, National Geographic Magazine

Una delle dieci piaghe d’Egitto

Proprio a causa di queste sue caratteristiche e della voracità degli esemplari adulti, questi insetti sono noti da millenni. Basti pensare che le locuste del deserto sono citate nella settima sura del Corano e all’interno della Bibbia tra le dieci piaghe d’Egitto. Le locuste, infatti, pongono un serio problema per le coltivazioni, dal momento che attaccano le piantagioni di manioca, mais, sorgo e altri cereali. La loro presenza, inoltre, limita la possibilità di accedere ai pascoli e minaccia i vegetali utilizzati per il foraggio.

Dal 1860 a oggi, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha indicato più di otto invasioni di locuste come plague (“infestazione grave”) – il più alto livello di pericolosità attribuibile a tale fenomeno. Molto più numerose e costanti nel tempo sono state invece le invasioni meno gravi, classificate come upsurge (“ondata”). Questo indice di gravità viene calcolato stimando l’intensità dell’infestazione e la sua diffusione geografica, ed è suddiviso su quattro livelli in ordine crescente: recessione (o calma), outbreak, upsurge e plague. L’attuale invasione di locuste è stata per ora classificata come upsurge, ma si teme che crescita e diffusione incontrollate possano condurre al livello di plague.

L’infestazione più grave del secolo scorso fu quella scoppiata nel 1986 e protrattasi fino al 1989, che colpì le stesse zone dell’attuale invasione ma vide diversi sciami raggiungere addirittura le coste dei Caraibi. Furono trattati più di 25,9 milioni di ettari, per un costo totale di oltre 310 milioni di dollari spesi dalla comunità internazionale. 

Un’altra invasione consistente fu quella scoppiata in Arabia Saudita nella primavera del 1996. Si diffuse dapprima in Oman e Yemen. Poi nel 1997 raggiunse Egitto, Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan grazie alle ingenti piogge e al ciclone verificatisi proprio in quei mesi. Gli aiuti internazionali impiegarono più di 350 000 litri di pesticidi e oltre 70 squadre di soccorso suddivise fra i vari Paesi colpiti. 

Infine, occorre ricordare anche l’invasione del 2003-2005 che colpì il Sahel e l’Africa occidentale. Furono spesi oltre 400 milioni di dollari e si stima abbia causato perdite alla popolazione per circa 2,5 miliardi, rappresentando una delle peggiori invasioni di locuste degli ultimi quindici anni.

Il ruolo della FAO 

Fu proprio l’invasione del 1986 a dimostrare l’inefficacia delle esistenti strategie di prevenzione e risposta adottate dai singoli Paesi. Molti Stati non avevano le capacità economiche o la stabilità politica per rispondere a una tale infestazione. Le successive ondate degli anni ’90 e la più consistente invasione del 2003-2005 riuscirono però a canalizzare l’attenzione mondiale sul problema dell’insicurezza alimentare causato dalla locusta del deserto. Si capì, infatti, che solo una risposta e un approccio integrati a livello mondiale potessero garantire un maggiore controllo e una minore perdita da parte delle popolazioni colpite. Prevenzione capillare e diffusa, migliore gestione dei fondi e collaborazione fra Stati risultarono essere le chiavi di volta per far fronte alla minaccia posta dalle locuste.

Da oltre cinquant’anni, la FAO rappresenta l’autorità più importante nella lotta alla Schistocerca gregaria, garantendo la leadership, il supporto tecnico e la continuità di informazioni necessari per un controllo efficace ed esteso. È nel 1994 che istituisce l’EMPRES, il sistema preventivo di emergenza contro le malattie transfrontaliere degli animali e delle piante. Il progetto, con le sue tre commissioni regionali coordinate dal segretariato FAO di Roma, monitora più di trenta Paesi dal Senegal all’India e pianifica l’assistenza in caso di necessità.

Vecchi avversari e nuove sfide

L’invasione scoppiata agli inizi del 2020 ha le sue cause nei due anni precedenti. Temperature elevate, due cicloni nella penisola arabica a poca distanza l’uno dall’altro e piogge eccezionali hanno lasciato nelle sabbie desertiche un tasso di umidità ideale per lo sviluppo di nuove generazioni di locuste. Gli sciami hanno iniziato a espandersi esponenzialmente nella penisola arabica e in Africa orientale, regione nella quale hanno trovato nuovamente terreno fertile per via di ulteriori e inusuali periodi di piogge. 

Tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, il Kenya già fronteggiava l’invasione di locuste più importante dei suoi ultimi 70 anni. A febbraio, anche Eritrea, Etiopia, Somalia, Sud Sudan, Uganda e Tanzania si trovavano a dover combattere voraci sciami di insetti, portando il numero di persone a rischio di insicurezza alimentare in Africa orientale a circa 25 milioni. Sempre a inizio anno, lo Yemen – già scenario della più grave crisi umanitaria in corso – e l’Iran – tra i Paesi mediorientali più duramente colpiti dal Covid-19 – hanno iniziato ad affrontare lo stesso avversario. Allo stesso modo anche Pakistan e India sono stati vittime delle locuste, dovendo così mettere da parte per qualche giorno vecchi orgogli e odi reciproci e predisporre un’azione comune.

In questi casi, la risposta solitamente supportata dalla FAO prevede interventi a tappeto con bio-pesticidi a bassa tossicità. Tuttavia, l’estensione raggiunta comporta la necessità di ricorrere ad azioni più efficaci e su larga scala. Aggravando la situazione in Paesi già fragili, la pandemia ha portato molte organizzazioni e agenzie nazionali e internazionali a ritirare personale dal campo e seguire le regole previste dai vari Paesi per fronteggiare il virus. Problematiche che hanno ulteriormente ostacolato una risposta incisiva a questa nuova ondata di locuste, e che potrebbero gravare anche sugli aiuti alle popolazioni più in difficoltà. 

La FAO – supportata dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) – ha richiesto alla comunità internazionale circa 311,6 milioni di dollari per far fronte all’emergenza nel Corno d’Africa, Yemen e sud-ovest dell’Asia. Verranno trattati circa 3,2 milioni di ettari di terreno e saranno supportati più di 300 000 nuclei famigliari. La richiesta di fondi prevede anche azioni per anticipare le invasioni attese in altri Paesi dell’Africa occidentale e del Sahel. La risposta pianificata dalla FAO, e inclusa nel Desert Locust Global Response Plan, si articola su tre punti chiave: frenare l’espansione delle locuste tramite monitoraggio e uso di pesticidi, salvaguardare i mezzi di sostentamento e di supporto alla ripresa e infine coordinare a livello nazionale, regionale e globale.

Nuove schiuse e ulteriori ondate sono sotto monitoraggio costante. È già previsto che la situazione peggiori in molti dei suddetti Paesi e che questa nuova ondata possa espandersi ancora attaccando diverse aree. Solo i prossimi mesi potranno rivelare se la strategia messa a punto dalla FAO sarà stata efficace, risolutiva e abbastanza tempestiva da limitare i danni.

 

 

Fonti e approfondimenti 

E. Charlton, “Locust are putting 5 million people at risk of starvation – and that’s without COVID-19, World Economic Forum, 26 giugno 2020 

H. Cohen Gilliland,Gigantic new locust swarms hit East Africa, National Geographic, 12 maggio 2020

K. Cressman, “A detailed analysis of a Desert Locust Upsurge in Saudi Arabia (Nov 1996 – May 1997), FAO. 

FAO, Desert Locust crisis appeal May-December 2020, 2020 

FAO,Hunger in the game: inside the battle against the Desert Locust, 2004 

K. Lee Berne, T. Maggiacomo, “How to set off a plague of locusts, National Geographic Magazine, 2020

FAO, Locust Hub 

FAO, “Preparedness to prevent Desert Locust plagues in the Central Region an historical review, 2007 

The double burden of COVID-19 and locusts in East Africa, International Rescue Committee, 3 giugno 2020 

International Rescue Committee, “The other plague: Locusts are devastating East Africa, 23 giugno 2020 

FAO & World Meteorological Organisation, “Weather and Desert Locust, 2016 

Be the first to comment on "Le locuste del deserto: una nuova (vecchia) catastrofe per Africa e Asia"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: