La Grieta: breve storia del dualismo politico argentino – Dall’indipendenza al XX secolo

Parte 1 – Di Lorenzo Di Reda

L’America latina si presenta come una delle regioni più colpite dall’instabilità politica e da cicliche crisi economiche, che sembrano mantenere costante il livello di tensione sociale nella maggior parte dei Paesi dell’area.
Il suo percorso storico-politico-istituzionale è costellato di colpi di stato militari, transizioni democratiche non sempre a lieto fine, guerre intestine durate decenni, crisi economiche devastanti. Un elemento che però appare costante è la profonda spaccatura politica che, fin dalle sue fondamenta storiche, ha lacerato il Paese. Questo costante bipolarismo politico è noto in Argentina come la Grieta (in italiano faglia, frattura). Nel corso dei decenni, la Grieta ha assunto sfumature e gradi di intensità diversi, pur continuando a caratterizzare l’intera storia nazionale.

Questo articolo, diviso in due parti, percorrerà sinteticamente la storia politica argentina con l’obiettivo di analizzare le radici di questa spaccatura e al contempo descriverne le ripercussioni più recenti. Nella prima parte si parlerà della Grieta partendo dalle sue cause fondamentali e scatenanti, dalle prime fasi del processo indipendentista all’inizio del XX secolo. Nella seconda parte ci spingeremo fino al periodo contemporaneo, ripercorrendo il Novecento argentino attraverso le sue profonde fratture. Il filo conduttore di questa faglia porterà a evidenziare i forti legami tra le attuali dinamiche politiche argentine ed il passato di questa nazione. 

L’indipendenza e i primi anni di conflitto: unitari e federali

Le tracce della Grieta si rinvengono fin dal periodo antecedente all’indipendenza. Nel maggio 1810 Baltasar Hidalgo de Cisneros, nominato dalla Corona Spagnola Vicerè del Vicereame del Rio de la Plata, venne deposto e sostituito dalla Prima Giunta. Si trattava di un governo provvisorio e di transizione, con molti dilemmi davanti a sé. Non era infatti assolutamente chiaro se l’intenzione della Giunta fosse quella di richiedere una maggiore autonomia dalla Spagna o di indirizzare la futura Nazione verso l’indipendenza. L’idea di quale forma di Stato o di governo si volesse assumere era tutt’altro che definita. La Giunta fu aperta ai rappresentanti locali delle principali città interne delle Province Unite del Rio de la Plata (comprensive di Uruguay e di una piccola parte dell’attuale Bolivia), assumendo così la denominazione di Giunta Grande (Junta Grande). Da tale arena emersero pochi punti condivisi: la richiesta di una “retroversione” della sovranità – ossia il suo ritorno nelle mani del popolo, dal momento che il sovrano iberico Fernando VII era impossibilitato a governare in quanto prigioniero politico di Napoleone – da parte della Spagna e la volontà di una rappresentanza politica reale. Un primo scontro vide la sconfitta dei realisti e la vittoria dei patrioti, sostenitori di una reale indipendenza. Durante l’Assemblea costituente dell’anno XIII (1813), per la prima volta, si affrontarono le due fazioni protagoniste dei decenni a seguire: unitari e federali. I primi, guidati dal deputato Carlos de Alvear di Corrientes, promuovevano un modello simile a quello del Vicereame, con uno Stato unitario e il potere centralizzato nella città principale e più ricca: Buenos Aires. I federali, con José Artigas a capo, volevano al contrario una maggiore frammentazione e diffusione della sovranità e decentralizzazione dei poteri, con maggiore uguaglianza tra le province, evitando il dominio incontrastato della élite bonaerense. Il modello proposto era, in sostanza, quello degli Stati Uniti d’America. 

I due partiti rappresentavano i due mondi diversi e contrapposti dell’Argentina del XIX secolo e le caratteristiche economiche e sociali di questa divergenza posero le basi per i due secoli successivi di bipolarismo e instabilità politica.  Gli unitari rappresentavano l’élite emergente di avvocati, commercianti e borghesia urbana, e aspiravano a una totale apertura commerciale tra le province e all’ingresso di capitali esteri per supportare l’economia. Nelle province interne, invece, i grandi proprietari terrieri e i settori rurali reclamavano una più equa distribuzione delle ricchezze provenienti dalla dogana di Buenos Aires e un maggiore protezionismo economico. I produttori locali temevano la concorrenza delle importazioni a minor costo, e per questo si opposero con veemenza al liberalismo degli unitari. 

I deputati provinciali si rifiutarono di giurare a nome della nazione – considerate le derive unitarie del Congresso – e lo scontro tra le due fazioni rese impossibile la realizzazione dei due obiettivi principali dell’assemblea: la promulgazione di una Costituzione definitiva (per cui bisognerà aspettare il 1853) e la proclamazione di indipendenza (che arriverà il 9 luglio 1816 con il Congresso di Tucuman).

Iniziarono anni di vera e propria guerra civile: le province federaliste armarono piccoli eserciti locali e iniziarono violenti scontri con le truppe bonaerensi. Nacquero leghe e alleanze, guidate dai Caudillos, ossia governatori delle principali città o province. Tali personaggi si imposero sulla scena politica con metodi accentratori e personalistici, grazie al proprio carisma e ai propri mezzi economici. In questi contesti sorsero particolari forme di potere ibrido, capaci di coniugare l’autoritarismo con la ricerca di consenso tipica della “democrazia” tramite la promulgazione di statuti (tutte le province ne adottarono uno dopo il 1814) e l’estensione di alcuni diritti. Il distacco tra Buenos Aires e le province dell’interno divenne assoluto, tanto da determinare il cosiddetto periodo di “anarchia dell’anno XX”: ogni provincia godeva di totale autonomia. 

Approfittando, nel 1824, di un periodo di relativa pace interna, il governatore di Buenos Aires, Martin Rodriguez, tentò di organizzare un nuovo Congresso Generale. Tale pace era però minacciata dalle conquiste sul fronte orientale del Brasile. I federali, in minoranza, furono sconfitti dagli unitari, che presero provvedimenti di rafforzamento dell’esecutivo e del ruolo centrale di Buenos Aires. Fu anche redatta una Costituzione che parlava di “unità di regime”, subito rifiutata aspramente dalle province. 

La riconciliazione sembrava davvero impossibile e fu in questi anni che si rafforzò il sentimento identitario delle città e delle province argentine, Buenos Aires compresa. Ognuna di esse continuava a sviluppare autonomamente la propria politica, le proprie istituzioni e la propria economia.

Il Rosismo, archetipo populista, e i governi liberal-conservatori

Le tensioni generate dalle sconfitte subite contro il Brasile e dalla proclamazione di indipendenza dell’Uruguay (1828) esasperarono i dissidi interni. Il governatore di Buenos Aires, Manuel Dorrego, fu deposto dai militari federalisti e fucilato. Si arrivò così all’elezione del generale federale Juan Manuel de Rosas. Durante i governi di Rosas (1829-1832, 1835-1852) fu messo a punto il prototipo dei populismi moderni: la sua retorica portò a una reale esacerbazione del conflitto e del dualismo politico. Rosas infatti utilizzò un linguaggio innovativo e aggressivo, in una fase calante dell’influenza della fazione unitaria. Gli unitari erano identificati come demoni e causa di ogni male della Nazione, mentre dall’esterno il pericolo proveniva da potenze europee quali Francia e Gran Bretagna. Rosas riuscì a ottenere poteri straordinari di emergenza, grazie ai quali assunse la “somma del potere pubblico”. Il Rosismo diventò, così, un vero antecedente dei populismi più moderni. Con questi ultimi, infatti, il regime di Rosas ebbe in comune la costruzione di nemici interni ed esterni, l’utilizzo di simbologie popolari (nel caso di Rosas la “divisa punzó”, una fascetta colorata da indossare), il richiamo a una unità armonica del tutto artificiosa, l’uso dell’elemento religioso-cattolico e l’accentramento dei poteri.

La strategia politica di Rosas aveva reso ancor più profonda la spaccatura, ormai deviata dal precedente modello divisivo tra unitari e federali. Gli ex sostenitori dei primi confluirono in una nuova generazione di liberali, insieme ai quali presero posizione contro gli ormai deboli fiancheggiatori di Rosas, cacciato in esilio, accusandoli di dispotismo e barbarie. Nonostante la stesura della Costituzione nel 1853, la nuova frattura tra liberali e federali -sempre più deboli e sparpagliati- rimase una costante degli anni successivi. Numerose ribellioni, accese dalle critiche ai governi liberali di Mitre (1862-1868), Sarmiento (1868-1874) e Avellaneda (1874-1880), furono represse nel sangue. A partire da questi anni, e in particolare con il successivo governo del Partido Autonomista Nacional di Julio Roca (1880-1886), la questione della “civilizzazione” delle frontiere interne assunse un ruolo determinante nel discorso identitario argentino. Ancora una volta, un meccanismo di esclusione -questa volta nei confronti degli indios, considerati barbari inferiori e arretrati, in pieno stile coloniale- veniva utilizzato per forgiare una identità nazionale ancora debole e frammentata

L’ascesa radicale

Il tono autoritario di Roca, che dichiarò la “prevalenza dell’imperium della nazione su quello delle province”, e le sue politiche accentratrici gettarono le basi per la “Rivolta del Parco” del 1890 a Buenos Aires. Tale ribellione sorse dalla frustrazione della classe medio-borghese che, guidata dalla spinta innovatrice del nuovo movimento politico della Unione civica, aveva come principale obiettivo una strutturale apertura democratica ed elezioni libere e trasparenti. La rivolta portò a due svolte fondamentali: la legittimazione dell’ala più agguerrita della Unione civica, che si rese indipendente autonominandosi Unione civica radicale (UCR), e la fine degli “unicati”, i modelli politici oligarchici in cui i personalismi e la centralità dei personaggi al governo determinavano in toto la vita politica nazionale.

In quegli anni si intensificò lo scontro tra il PAN di Roca e la UCR. Il primo tentava sempre più disperatamente di mantenere intatto lo status quo politico e sociale configuratosi alla fine del secolo, mentre la seconda era pronta a veri e propri atti bellici (numerose ribellioni furono sedate, in particolare una nel 1905) pur di raggiungere i suoi obiettivi. In un contesto ormai insostenibilmente teso, l’ultimo governo autonomista, guidato dal progressista Roque Saenz Peña, decise di promulgare nel 1912 una legge di radicale riforma elettorale. Per la prima volta si ebbe la possibilità di votare segretamente e a suffragio universale maschile (nel 1919 un deputato radicale propose, senza successo, di estenderlo alle donne). Salì così al potere la UCR, guidata dal suo leader Hipólito Yrigoyen, che fu eletto presidente.

Fonti e approfondimenti 

Francesco Betrò, L’Altra America: Argentina, Lo Spiegone 27/07/2019

Francesco Betrò, Ricorda 1879: la Conquista del Deserto e la fine degli indigeni argentini, Lo Spiegone 02/08/2019

Natalio Botana, El orden conservador: la política argentina entre 1880 y 1916, Editorial Sudamericana, 1977

Raúl FradkinJorge Gelman, Juan Manuel de Rosas: la construcción de un liderazgo político, Edhasa, 2015

Marcela Ternavasio, Historia de la Argentina 1806-1852, Siglo XXI Ed., 2009

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