Serbia e Montenegro: tra politica e religione

di Letizia Storchi

I rapporti tra Serbia e Montenegro si sono recentemente incrinati a causa di una disputa sulla libertà di praticare le funzioni della Chiesa ortodossa serba nei rispettivi luoghi di culto situati in Montenegro. Le tensioni si sono acuite proprio nel periodo di quarantena dovuta al Covid-19. Perché una diatriba religiosa tra due comunità si è trasformata in un affare politico e identitario cui hanno preso parte lo stesso Aleksandar Vučić, presidente serbo, e il presidente del Montenegro Milo Đukanović?

La legge sulla libertà religiosa

Il 27 dicembre 2019, il Parlamento ha approvato e il presidente Đukanović ha successivamente promulgato (l’8 gennaio 2020) una legge che trasferisce sotto la diretta giurisdizione statale tutti gli immobili ecclesiastici di cui non fosse possibile fornire prove concrete di proprietà precedenti al 1918. Tale trasferimento di proprietà avviene in virtù dell’autonomia della Chiesa ortodossa montenegrina rispetto a quella serba, quando fino all’annessione del Montenegro alla Serbia (il 1° dicembre 1918) si attribuiva il possesso dei beni ecclesiastici allo Stato centrale. La conseguente fondazione della Metropolia del Montenegro quale branca della Chiesa ortodossa serba (SPC) determinò la fine dell’autonomia religiosa del Paese.

Oggi, questa legge assume differenti significati. Da un lato, infatti, come ritiene Ranko Krivokapić, presidente onorario del Partito socialdemocratico (SDP) e uno degli autori della Costituzione montenegrina del 2006, essa rappresenta l’occasione per “fare chiarezza normativa”, ovvero per registrare la SPC (chiesa ortodossa serba) come persona giuridica e, quindi, renderla soggetta alla legge statale al pari delle altre comunità religiose. Va infatti ricordato che al momento in Montenegro sono presenti due distinte chiese ortodosse: quella serba, riconosciuta dal Patriarcato di Costantinopoli, e quella montenegrina, istituita nel 1993 ma non ufficialmente riconosciuta dal Patriarcato.

D’altra parte, Grigorije Durić, vescovo della Chiesa ortodossa serba e capo dell’eparchia di Germania, crede che sia impossibile attribuire i singoli beni alla SPC oppure allo Stato montenegrino, in quanto la maggior parte dei dati catastali (le prove di proprietà) sono andati perduti nel corso dei secoli. Egli, invece, è del parere che sia un tentativo politico del governo di Podgorica per dividere la popolazione sulla base della confessione religiosa praticata e poter rivendicare un’identità montenegrina da contrapporre a quella serba. A ciò si aggiunge il pretesto di confiscare le proprietà della Chiesa (stimate in 66 monasteri e relativi terreni) al fine di rivenderne i terreni al miglior offerente ed edificare immobili residenziali e turistici.

Il tema dell’identità e dell’opposizione al controllo della Serbia torna a essere preponderante (anche) nella questione della libertà religiosa, e quest’ultima legge ne è un chiaro esempio. Lo stesso Ranko Krivokapić, in un’intervista a Deutsche Welle, afferma: “La Chiesa ortodossa serba nega l’esistenza del popolo montenegrino e in tal modo nega anche la legittimità dello Stato montenegrino. È qui che sta il problema”. Ne consegue che la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici abbia non solo lo scopo di chiarire da un punto di vista giuridico l’amministrazione degli edifici, ma anche di rivendicarne la legittimità culturale e politica da parte dello Stato e della popolazione montenegrina.

Di contro, la comunità religiosa serba teme che l’esproprio dei beni religiosi possa minare la loro libertà di avere una Chiesa propria e di poterne esercitare le funzioni secondo quanto dettato dalla SPC.

Le manifestazioni politiche e religiose

Come diretta conseguenza di questa decisione, nel Parlamento montenegrino si sono verificati diversi scontri che hanno portato all’espulsione e all’arresto di 18 esponenti del Fronte Democratico del Montenegro (DF), partito filo-serbo più popolare del Paese.

In contemporanea, si sono subito mobilitati migliaia di credenti serbo ortodossi che hanno manifestato in diverse città del Montenegro (Cettigne, Budva) e hanno sfilato ripetutamente davanti al Parlamento, a Podgorica. Capeggiati dal metropolita del Montenegro Amfilohije Radović, i manifestanti chiedevano a gran voce il ritiro della legge tanto dibattuta. A tal proposito, il presidente del Montenegro Milo Đukanović ha sottolineato come fosse la Chiesa ortodossa serba a generare astio tra la popolazione civile, con l’obiettivo di indebolire la legittimità del governo centrale.

Le reazioni a queste dichiarazioni sono state di sdegno e di preoccupazione da parte della popolazione, tanto che gli organi religiosi ortodossi più vicini alle posizioni della Serbia l’hanno accusato di essere ateo e repressivo nei confronti della Chiesa serbo ortodossa. A tal proposito, persino la rappresentante del ministero degli Affari Esteri della Russia, Maria Zakharova, è intervenuta invocando il rispetto dei “diritti legittimi” nei confronti dei fedeli serbo ortodossi, sottolineando che questa legge nega loro la possibilità di esercitare le funzioni di culto nei luoghi previsti dalla Chiesa.

Oltretutto, le manifestazioni hanno raggiunto anche la vicina Serbia, dove i tifosi ultranazionalisti della “Stella Rossa” hanno creato scompiglio davanti all’ambasciata montenegrina a Belgrado. In questo frangente, l’appoggio alle contestazioni da parte dello stesso Aleksandar Vučić, presidente serbo (rieletto nel giugno di quest’anno con oltre il 62% dei voti) ha di fatto trasformato la questione religiosa interna al Montenegro in una contesa istituzionale tra i due Paesi. Inoltre, il 4 gennaio, poco prima del Natale ortodosso (7 gennaio), Vučić ha affermato che nonostante rispetti l’indipendenza del Montenegro: “Siamo un’unica nazione e non permetteremo a nessuno di cancellare il nostro passato o futuro, né di sradicare i nostri cuori, in modo pacifico o in qualsiasi altro modo. […] Manterrò l’unità serba in Montenegro e ovunque vivono i serbi”.

Di contro, cresce il timore presso le istituzioni montenegrine che Vučić non stia semplicemente difendendo i diritti dei serbo-ortodossi, bensì stia tentando di rinsaldare il legame tra la popolazione serba e l’idea della “Grande Serbia” e, quindi, di minare implicitamente l’autorità e la legittimità del Montenegro come Stato indipendente. In risposta alle dichiarazioni di Vučić, il presidente del Montenegro Milo Đukanović ha sostenuto che “[…] circa 30 anni dopo, vecchie idee stanno tornando al tavolo, e parte integrante di queste idee è il grande nazionalismo serbo, che usando la SPC, cerca di continuare a rappresentare il Montenegro, per influenzare la vita in Montenegro come la vita di un altro Stato serbo”.

Solo in febbraio si è raggiunta una tregua politica tra i due capi di Stato, a seguito di una visita presso le capitali dei due Paesi del Commissario UE per l’allargamento e la politica di vicinato, Olivér Várhelyi, e di una Proposta di Risoluzione presentata al Parlamento europeo da Jordan Bardella (a norma dell’articolo 143 del regolamento sulla libertà religiosa in Montenegro) il 6 febbraio 2020. Attraverso queste due iniziative, si auspicava un allentamento delle tensioni a livello istituzionale, ribadendo che il rispetto dei diritti religiosi e delle minoranze rappresenta un punto fondamentale per il processo di adesione all’UE.

Infatti, è bene ricordare che i negoziati per l’adesione del Montenegro sono in stato avanzato. Tuttavia, l’UE nelle Conclusioni del Consiglio su “Allargamento e processo di stabilizzazione e di associazione” del 18/06/2019 ribadiva la necessità di un’intensificazione e di un consolidamento dei diritti civili (capitoli 23 e 24), con particolare riferimento al diritto di espressione. Le recenti restrizioni della libertà di religione e di espressione, oltre a essere in aperto contrasto con i valori europei e con l’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (la libertà di religione) rischiano di rallentare significativamente il processo di adesione.

È del 17 giugno 2020, invece, il parere della Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (Commissione di Venezia) in cui ritiene che le disposizioni in materia di passaggio di proprietà dei beni ecclesiastici siano applicabili solo nel caso in cui si tratti di beni culturali. Oltretutto, la Commissione chiede allo Stato montenegrino di fare maggiore chiarezza rispetto ai modi e ai tempi con cui i passaggi vengono effettuati. A tal proposito si chiede infine che la modifica del titolo di proprietà non debba ostacolare in alcun modo il preesistente diritto di utilizzo di tali beni, cioè di poter esercitare liberamente le funzioni religiose in presenza dei fedeli nei previsti luoghi di culto.

Successivamente a questi moniti e dopo un incontro tra Vučić e Đukanović, quest’ultimo ha dichiarato la sospensione temporanea della legge e, quindi, che non si effettuasse alcun passaggio di proprietà dei monasteri serbo ortodossi allo Stato centrale.

L’emergenza sanitaria e il ritorno delle tensioni

Purtroppo, con il sopraggiungere delle restrizioni legate all’emergenza Covid-19 e il divieto di celebrare le funzioni religiose sono aumentati i dissapori tra la Chiesa ortodossa serba e il governo centrale, culminati il 13 maggio 2020 con l’arresto di 7 preti e il fermo per 72 ore di Joanikije Mićović, vescovo serbo ortodosso della diocesi di Budimlja-Nikšić. Tale evento ha rapidamente riacceso gli animi presso la minoranza serbo ortodossa che ha provocato nuovi scontri e manifestazioni nelle grandi città.

In quest’occasione sono stati segnalati dai manifestanti diversi episodi di violenza da parte della polizia con arresti non giustificati (circa 50), l’abuso di potere in concomitanza alle contestazioni a Nikšić e Pljevlja e ulteriori limitazioni della libertà di espressione e di riunione. Di contro, sembra che il governo di Đukanović non sia intenzionato a mediare tra le due fazioni ma anzi, in una nota si rende disponibile a riconoscere ufficialmente la Chiesa ortodossa di Montenegro.

In questo clima di tensioni e con le elezioni nazionali il 30 agosto 2020, cresce il timore che i partiti della maggioranza di governo spingano la popolazione a polarizzarsi, con il rischio, però, di un crescendo di atti di violenza e di soppressione forzata delle libertà fondamentali e dei diritti delle minoranze. Come sottolinea Stevo Muk, presidente del consiglio di amministrazione del think tank Institut Alternativa di Podgorica: “Il governo ha approfittato dell’epidemia di coronavirus per allargare i propri poteri, limitare i diritti umani, legittimare l’onnipresenza della polizia e rafforzare l’apparato repressivo. Ogni giorno che passa emergono sempre di più i tratti caratteristici di uno Stato poliziesco”.

Il clima di tensione è tale da travalicare le manifestazioni di carattere religioso, diventate ormai essenzialmente politiche. Il 17 giugno, infatti, sono stati arrestati (e successivamente rilasciati) il sindaco e 5 consiglieri comunali della città di Budva, oltre a 50-60 persone. I manifestanti si opponevano alle dimissioni dalle cariche pubbliche del primo cittadino e del consiglio dopo che questi avevano perso la maggioranza. Sulla scia di questi fatti sono stati documentati nuovi scontri nella notte del 24 giugno a Budva e a Nikšić a sostegno dell’ex sindaco. In tali occasioni si sono verificati diversi arresti in entrambe le città e l’intervento della polizia è stato considerato come eccessivamente repressivo nei confronti della cittadinanza (con l’uso della forza e anche di lacrimogeni).

In tale frangente si delinea un quadro complesso, in cui la distinzione tra manifestazione religiosa e contestazione politica risulta difficile da individuare.

 

Fonti e approfondimenti

Arbutina Zoran, “Montenegro: identità nazionale, religione e politica”, Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, 10/01/2020

Ceremigna Jasmine, “Montenegro: no al ritiro della legge, le risposte alle accuse della Serbia, Osservatorio LUISS sulla sicurezza internazionale, 20/01/2020

Consiglio dell’Unione Europea, Comunicati stampa, Conclusioni del Consiglio su “Allargamento e processo di stabilizzazione e di associazione”, Bruxelles, 18/06/2019

Euronews, Montenegro, ortodossi protestano contro il sequestro dei beni ecclesiastici, 07/02/2020

Euronews, Una legge sui diritti religiosi divide il Montenegro, 14/02/2020

European Commission for Democracy through Law (Venice Commission), Annual report of activities 2019, 17/06/2020

Kajosevic Samir, Zivanovic Maya, “Montenegro Religion Law Protests Spread Around Serbia”, Balkan Insight, Belgrado, Podgorica, 02/01/2020

Martino Francesco, “Montenegro: scontro con la Chiesa serba, Đukanović apre a una chiesa montenegrina”, Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, 24/05/2020

Matijašević, Biljana, Nikolić Biljana, “Montenegro: governo e opposizione giocano la carta del nazionalismo”, Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, 18/05/2020

Parlamento Europeo, Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulla libertà religiosa in Montenegro, Bruxelles, 06/02/2020

Siragusa Marco, “MONTENEGRO: Proteste contro la legge sulle comunità religiose”, East Journal, 14/02/2020

Tanjug, “There can be neither Great Serbia nor Great Albania, it can only be great tragedy”, B92, 28/01/2020

The President of the Republic of Serbia, Address by the President of the Republic of Serbia after the meeting with His Holiness the Patriarch of Serbia Irinej, Belgrado, 04/01/2020

Tomović Predrag, “Montenegro: gli scontri tra cittadini e polizia non si fermano”, Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa, 29/06/2020.

 

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