Verso il nuovo velivolo da combattimento: i due progetti in Europa

Fonte: Wikimedia Commons: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:SCAF_-_Le_Bourget_2019_2.jpg

Di Livia Di Bernardini

L’evoluzione tecnologica, la competizione geopolitca e le peculiarità del settore aerospaziale e di difesa spingono a porre l’attenzione sull’attuale sviluppo del velivolo da combattimento di prossima generazione.

Il campo aerospaziale è particolarmente suscettibile alle innovazioni della tecnologia che possono rendere le capacità militari più o meno avanzate determinando il vantaggio di un attore rispetto a un altro.

Ai progressi nel campo della tecnologia, corrispondono dunque modifiche nei requisiti militari necessari per assicurarsi il vantaggio strategico. Attualmente, si è in uno scenario caratterizzato da sistemi interconessi, in grado di raccogliere e condividere informazioni in tempo reale, in cui i requisiti di bassa osservabilità e di “multidomain” vanno approfondendosi e rendono necessarie adeguate misure di resistenza contro l’avversario.

A ciò si aggiunge la competizione geopolitica che vede Paesi come Cina, Russia, Stati Uniti – ma anche Giappone, India, e Turchia – muoversi a passo spedito.

Infine, il settore aerospaziale e di difesa richiede una programmazione a lungo termine delle capacità per cui una pianificazione per sostituire velivoli di quinta generazione come il cinese J-20, il russo Su-57, gli americani F-35 è già cominciata.

Sul suolo europeo, l’attuale generazione di aerei da combattimento Eurofighter Typhoon e Rafale dovrà essere sostituita tra il 2035 e il 2040.

Lo sviluppo del futuro caccia rappresenta per l’Europa un’occasione da non perdere per avanzare nella costruzione della propria autonomia strategica e sovranità aerea rafforzando la politica di sicurezza e di difesa. L’Europa, tuttavia, si è presentata divisa a questo appuntamento. Allo stato attuale, infatti, sono due le iniziative messe in campo nel continente: da una parte il progetto a guida francese cui partecipano Germania e Spagna, dall’altra il programma del Tempest con Regno Unito e Svezia, cui recentemente ha aderito anche l’Italia.

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Modello del New Generation Fighter presentato al salone di Bourget nel giugno 2019 – Fonte: Wikimedia Commons

L’intesa tra Parigi e Berlino

Sulla scia dell’intesa tra Parigi e Berlino, consolidata con il Trattato di Aquisgrana del 2019, il presidente francese Macron e la cancelliera Merkel hanno annunciato nel luglio 2017 la volontà di sviluppare congiuntamente il futuro caccia.

Velivolo di sesta generazione, il Future Combat Air System (FCAS) si caratterizzerebbe per la sua natura network-centrica, in quanto sistema di sistemi basato su un aereo da combattimento centrale dotato di un’elevata capacità di interconnessione.

Per la Francia, si tratta di agire nel settore aerospaziale in linea con la sua consueta attenzione verso l’autonomia strategica sia nazionale che europea. Perciò è fondamentale, nella prospettiva francese, ridurre quanto più possibile la dipendenza nel settore degli armamenti dagli attori extra-europei, primi fra tutti gli Stati Uniti. Ne consegue l’intenzione di Parigi di costruire il futuro fighter in maniera del tutto indipendente da Washington in una prospettiva “buy European”.

La scelta della Germania come partner per lo sviluppo del nuovo caccia si spiega anzitutto per la vicinanza di intenti politici: la Germania condivide con la Francia la volontà di procedere verso una più approfondita integrazione nel campo europeo in materia di politica estera e difesa. La cooperazione tra i due governi in un progetto così significativo rappresenta dunque un ulteriore tassello di quell’asse franco-tedesco che vuole porsi come motore della difesa europea.

Entrambe necessitavano di sostituire l’Eurofighter e il Rafale, ma procedere da sole sarebbe stato insostenibile sia sul piano economico sia a livello di tecnologie necessarie.

Infine, la possibilità che la Germania optasse per gli F-35 americani era vista con particolare preoccupazione dalla Francia. L’intento francese è stato dunque quello di avviare dapprima una cooperazione di tipo bilaterale con Berlino, per poi aprire il progetto ad altri Paesi europei una volta definiti l’architettura, i requisiti e le partecipazioni industriali del velivolo.

Il fine è di dare al progetto un profilo propriamente europeo anziché strettamente franco-tedesco.

Per la Germania, si tratta di partecipare a un programma fondamentale per la propria industria aerospaziale che allo stesso tempo va nella direzione di una maggiore coesione e integrazione nella difesa europea, obiettivi prioritari nella sua agenda politica. La scelta di scartare gli F-35, sebbene più efficienti militarmente, per sostituire i Tornado è un segnale politico che risponde all’intenzione di sostenere l’industria europea e anche nazionale che lavorerà poi al FCAS. Tuttavia, Berlino preferisce un più misurato equilibrio con Washington alla totale autonomia industriale dell’Europa.

Il FCAS di Francia, Germania e Spagna

Al salone del settore aerospaziale ILA 2018 di Berlino, i due governi hanno dato l’avvio alla fase preliminare del programma, assegnando alla francese Dassault Aviation e al gruppo Airbus lo sviluppo del FCAS con un primo contratto della durata di due anni, per un valore di 65 milioni di euro equamente ripartiti. A Dassault spetterebbe la progettazione, lo sviluppo e l’integrazione della suite di armamenti sul caccia, mentre Airbus si farà carico della sensoristica, avionica e comunicazioni. Alla costruzione del motore lavoreranno congiuntamente la società francese Safran e la tedesca MTU Aero Engines.

Nel corso del salone di Bourget 2019 Dassault e Airbus hanno presentato la proposta industriale per la Fase Dimostrativa del FCAS che è stata avviata lo scorso febbraio e terminerà nella prima metà del 2021. All’evento sono stati mostrati anche i modelli (mock up) di quello che sarà il caccia di ultima generazione (New Generation Fighter – NGF) e del supporto di droni (Unmanned systems Remote Carrier – RC) che insieme al Combat Cloud (CC) costituiranno i tre elementi chiave del FCAS.

Sebbene ci si trovi in una fase preliminare, il futuro caccia dovrebbe configurarsi come un velivolo da combattimento multiruolo, capace quindi di gestire diverse operazioni e asset, collegato a velivoli a pilotaggio remoto (o UAV- unmanned aerial vehicle), e sistemi d’arma in grado di operare insieme come un unico elemento. La connettività è la caratteristica inedita, in quanto centro di un insieme di sistemi capaci di interagire e collaborare tra loro grazie alle innovazioni dell’intelligenza artificiale. Il FCAS potrà raccogliere ed elaborare dati provenienti da fonti eterogenee (terrestri, satellitari e navali) garantendo una superiorità informativa rispetto all’avversario.

Sicuramente la complessità di questo sistema risponde anche all’esigenza di rendersi meno vulnerabile rispetto agli attacchi nemici, in particolare a quelli di tipo cyber. Tecniche quali il jamming (disturbo del segnale) o lo spoofing possono infatti interferire con il segnale GPS del drone facendogli perdere l’orientamento o portandolo addirittura a seguire una rotta diversa da quella stabilita. Le potenziali vulnerabilità alle minacce cyber sono legate soprattutto ai sistemi di comunicazione e ai sensori utilizzati. Generalmente i sistemi GPS militari sono criptati e resistono meglio a questo tipo di interferenze, tuttavia non ne sono del tutto immuni. I sistemi combinati che utilizzano configurazioni eterogenee riducono il rischio di vulnerabilità grazie al controllo incrociato e al miglioramento reciproco delle componenti.

Nel progetto è stata accolta ufficialmente la Spagna (presente nel gruppo Airbus tramite la società SEPI) che parteciperà con un finanziamento iniziale di 25 milioni di euro. La spagnola Indra sarà la coordinatrice industriale nazionale del FCAS.

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Modello del New Generation Fighter presentato al salone di Bourget nel giugno 2019 – Fonte: Wikimedia Commons

Il Tempest

Nel frattempo, oltre Manica, è stato presentato nel luglio 2018 al salone di Farnborough il progetto del Tempest che prevede di diventare operativo già dal 2035. Capofila di questo programma, diretto antagonista dell’iniziativa franco-tedesca, è il Regno Unito il cui ministero della difesa ha stanziato per la fase d’avvio 2 miliardi di sterline. Quattro aziende inglesi compongono il consorzio industriale: Bae Systems nella progettazione, Rolls Royce per la motoristica, MBDA UK per i sistemi d’arma e Leonardo UK per l’avionica e la sensoristica.

Successore dell’Eurofighter, il Tempest si pone come aereo bimotore multiruolo dotato di un elevato requisito di Low Observability (LO) e con la possibilità di essere pilotato da remoto. Anche per esso la caratteristica network-centrica sarà cruciale in quanto affiancato da uno sciame di micro droni e unmanned combat aerial vehicle (UCAV).

Per il suo sviluppo, il Regno Unito sta cercando partner europei ma non solo. Oltre all’Italia e alla Svezia, tra le collaborazioni possibili ci sono anche l’Olanda, il Giappone e la Turchia.

Tra questi è Stoccolma con l’azienda Saab la prima ad essersi unita al progetto.

La scelta dell’Italia

L’Italia ha a lungo tentennato tra i due progetti per il futuro caccia ma alla fine, nel corso dell’International Defense and Security Exhibition (DSEI )2019, ha firmato lo Statement of Intent (SOI) con cui si impegna nel programma Tempest.

Da un punto di vista militare e industriale, questa è la scelta più logica per Roma che ha già esperienza di collaborazione con Londra nello sviluppo dei Tornado, Eurofighter e F-35. Perciò risultano piuttosto allineate quanto a velivoli militari. I due Paesi sono inoltre gli unici ad avere già esperienza con i caccia di 5° generazione, il che li avvicina anche sul piano delle componenti e tecnologie. L’Italia con la divisione inglese di Leonardo può dunque sperare in un posizionamento migliore all’interno del Team Tempest rispetto a quello che avrebbe avuto nel caccia a trazione franco-tedesca.

In clima Brexit, la scelta dell’Italia di seguire il Regno Unito non è un messaggio ottimale per l’UE, ma può essere compensato dall’alto livello di partecipazione italiana agli altri programmi europei in materia di difesa, come i progetti nell’ambito della Permanent Structured Cooperation (PESCO). Attualmente Roma partecipa a ben 21 progetti PESCO.

I prossimi sviluppi

Con ogni probabilità il progetto di Francia, Germania e Spagna potrà beneficiare dei finanziamenti stanziati dal Fondo Europeo di Difesa che, per il periodo finanziario 2021-2027, mette a disposizione fino a 13 miliardi di euro per i progetti cooperativi volti a contribuire alla promozione di una base industriale della difesa europea innovativa e competitiva. Il progetto infatti risponde al requisito principale della partecipazione di tre diversi Stati membri dell’UE.

Sarà invece più complicato stabilire se anche il Tempest possa usufruire dei finanziamenti del fondo, il che dipenderà dall’interpretazione più o meno restrittiva dei requisiti di accesso nei confronti dei Paesi non-UE. In tal senso, peserà il tipo di accordo cui giungeranno Bruxelles e Londra che dovrà definire i termini entro i quali il Regno Unito potrà rientrare nella categoria di “Paesi terzi associati” all’UE.

In ogni caso, un futuro ideale potrebbe vedere la convergenza dei due progetti in un unico programma europeo. Ciò porterebbe a un risultato ottimale in termini di sostenibilità finanziaria e tecnologica potendo beneficiare di economie di scala e di un più ampio bacino di utenza. Soprattutto, un unico velivolo europeo segnerebbe un passo estremamente rilevante per l’autonomia strategica dell’UE.

Il rischio di un aumento del divario con altre potenze come gli Stati Uniti e la Cina potrebbe spingere in questa direzione. Inoltre, nello scenario post-Brexit, sono probabili dei tagli al budget per la difesa da parte dell’Inghilterra tali da chiedersi se il Paese sarà effettivamente in grado di portare a termine un progetto tanto ambizioso o se non debba considerare una convergenza con il progetto europeo. Tuttavia, le differenze militari e industriali, l’esperienza fallimentare del progetto franco-inglese, la rivalità tra Dassault e Bae Systems sono tutti fattori che remano contro questa possibilità. Sebbene auspicata da più parti, la prospettiva di un unico FCAS europeo rimane per ora lontana.

Fonti e approfondimenti:

 

 

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