Speciale Islam Insight: Riformismo e femminismo nella Mudawwana marocchina

Nel contesto sociale del Nord Africa, così come del Medio Oriente, uno degli argomenti di maggiore rilevanza è da sempre il ruolo delle donne, i loro i diritti e status legale. Solitamente elaborati all’interno dei codici della famiglia, i diritti e i doveri della donna cadono sotto la giurisdizione della Shari’a. Tuttavia, le interpretazioni cambiano da Paese a Paese, e ognuno presenta le sue peculiarità. Un caso rappresentativo è il Marocco di Muhammad VI. Di fatto, nel 2004 il Paese coronò decenni di lotte e cambiamenti sociali con la riforma della Mudawwana, il diritto della famiglia

La società marocchina all’inizio degli anni Novanta

All’inizio degli anni Novanta, in seguito a un decennio di crescita economica più o meno costante, la società marocchina ha attraversato un periodo di cambiamenti. Il processo di industrializzazione iniziato a fine anni Settanta aveva contribuito all’aumento dell’occupazione e al miglioramento delle condizioni di vita di migliaia di marocchini.

A recitare un ruolo fondamentale, sia sul piano economico sia sul piano sociale furono le donne. Anni di espansione economica e il costante aumento di richiesta di manodopera avevano di fatto favorito l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro. Se nel 1970, le marocchine costituivano il 10% della forza lavoro nazionale, nel 1990 erano il 35%. Questo trend fu accompagnato da un aumento della scolarizzazione primaria, che nel 1990 raggiunse il 55,3% della popolazione. Questi due fattori, uniti, contribuirono parallelamente a un aumento della partecipazione politica delle donne.

Un dato interessante in questo senso è l’aumento delle associazioni femministe. Se erano solo 5 nel 1970, all’inizio del 1990 erano 32 e costantemente impegnate in campagne in favore della parità legale/sociale delle donne. Come vedremo, queste associazioni giocheranno un ruolo chiave nella riforma del diritto della famiglia.

La Mudawwana del 1958 e… 

Tra le frange progressiste della società marocchina era opinione condivisa che al nuovo ruolo economico e politico delle donne non corrispondesse un adeguato riconoscimento legale.

I diritti della donna erano contenuti all’interno della Mudawwana (Codice dello Statuto Personale) del 1958. Promulgato due anni dopo l’indipendenza, questo codice era ispirato alla Shari’a d’interpretazione malichita e relegava la donna a un ruolo di subalternità rispetto all’uomo, soprattutto nel matrimonio. 

Da un lato, il codice garantiva al marito diritti come la poligamia fino a quattro mogli e il talaq (ripudio), la forma di divorzio unilaterale ed esclusiva del marito. Dall’altro, il solo obbligo del marito era il sostentamento finanziario della/e mogli, in cambio della fedeltà. Per la donna, la mancanza di tale sostentamento costituiva l’unica causa valida, insieme a comprovata sterilità del coniuge, per chiedere il divorzio. Anche in quel caso, però, era la moglie a dover lasciare la casa al marito e trovare una nuova sistemazione, spesso nella residenza dei genitori.

… il primo tentativo di riforma del 1993

Questa imparità all’interno dell’istituzione della famiglia, e conseguentemente in tutta la società, divenne il centro di un diffuso malcontento. Inoltre, a causa della presenza di numerosi conservatori, il dibattito su un’eventuale riforma della Mudawwana fu – e rimase – particolarmente intenso e teso.

Il punto di rottura arrivò nel 1990, quando le associazioni femministe organizzarono una petizione per raccogliere un milione di firme e presentare una richiesta di riforma al re. I conservatori risposero con una contro-petizione, e in breve tempo entrambe le iniziative raggiunsero il milione di firme ciascuna.

Hassan II, che aveva iniziato da pochi anni una politica di distensione con i marocchini dopo anni di repressioni, decise da un lato di accogliere l’invito della società civile a riformare la Mudawwana e dall’altro, di garantire la conformità del nuovo codice ai testi sacri. Tuttavia, il risultato finale della riforma, seppure sia stato un importante inizio, non costituì il decisivo ammodernamento tanto sperato.

La Mudawwana del 1993 introdusse la firma di entrambi i coniugi per le pratiche di divorzio, e l’obbligo del marito a dichiarare l’intenzione di prendere in sposa un’altra donna. Novità furono introdotte anche per i diritti degli infanti, tra cui l’obbligo paterno di versare gli “alimenti” per i figli in caso di divorzio, l’inasprimento della pena contro il reato di abbandono familiare (fino a un anno di reclusione) e il riconoscimento legale dei figli adottivi. Tuttavia, i vantaggi dei figli maschi nella spartizione dell’eredità rimasero immutati.

La polarizzazione dell’opinione pubblica marocchina a cavallo delle due riforme

La nuova Mudawwana fu giudicata insufficiente da buona parte dei progressisti e le richieste di modernizzazione non si fermarono. Alla morte di Hassan II, nel 1999, diverse manifestazioni chiesero al neo sovrano Muhammad VI di riprendere l’opera riformatrice. Nel 2000, entrambe le fazioni organizzarono manifestazioni a Rabat e Casablanca pro e contro la riforma della Mudawwana, adunando centinaia di migliaia di persone. Lo stesso anno il re annunciò la formazione di una commissione composta da associazioni femministe, ulema, sindacati e professori con l’intento di elaborare una riforma moderna e islamica allo stesso tempo. 

Ancora una volta, la notizia della formazione della commissione non mancò di creare scalpore tra i marocchini. L’opinione pubblica si polarizzò in progressisti e tradizionalisti. I primi composero un fronte eterogeneo, dove figuravano gruppi accomunati dall’essere pro-riforma ma in disaccordo sul metodo da adottare per rivedere il codice. Accanto ai radicali-laici che volevano escludere ogni autorità religiosa dal processo, si trovavano i riformisti islamici, a favore della riforma ma solo se elaborata tramite gli strumenti del diritto islamico. Questa divisione caratterizzava anche le associazioni femministe, con una minoranza laica contrapposta alle attiviste musulmane che per la maggior parte proponevano una rivisitazione meno patriarcale dei testi sacri.

I conservatori, dal canto loro, erano sicuramente più omogenei, raccolti intorno alle autorità religiose e al Ministero degli Affari Islamici. Per i tradizionalisti la Mudawwana rappresentava la colonna portante della famiglia, intesa come elemento identitario musulmano e marocchino. Di conseguenza, ogni tentativo di riforma doveva essere interpretato come un nuovo attacco coloniale da parte dell’Occidente, intento a distruggere la collettività araba.

La Mudawwana del 2004 e il ruolo di Muhammad VI

La tanto attesa riforma, adottata per decreto reale nel 2004, andrà finalmente incontro alle aspettative delle donne e sarà definita quasi rivoluzionaria. Di fatto, con questa riforma, le donne raggiungeranno, almeno in teoria, la parità dei diritti tanto agognata.

All’interno del matrimonio, marito e moglie avranno specificatamente gli stessi obblighi e potranno entrambi ricorrere al divorzio nelle stesse modalità. In seguito al divorzio, la spartizione dei beni viene garantita a entrambi i coniugi, mentre i figli potranno scegliere il proprio tutore dall’età di 12 anni. Inoltre, l’usanza della poligamia viene formalmente circoscritta, limitando la pratica a due mogli e solo in situazioni estreme, giudicate tali da un giudice. Infine, l’età minima per il matrimonio viene alzata a 18 per le donne (prima a 15), e la figura del tutore legale della donna, il wali, incaricato di sceglierle marito, viene abolita.

Il ruolo di Muhammad VI nel processo di riforma fu essenziale. Il successore di Hassan II, nel tentativo di distaccarsi dal modo di regnare del padre, ha promosso nei primi anni del suo regno una fervente attività modernizzatrice. Provvedimenti atti a riconoscere il multiculturalismo marocchino e la sua minoranza berbera furono presi nel 2001, mentre la sua posizione filo-riforma gli permise di guadagnare il sostegno dei giovani. Inoltre, nel 2004, annunciò l’entrata in vigore della riforma elencando i provvedimenti e recitando versetti del Corano per legittimarli. Senza contare che parte della legittimità della corona è data dall’essere discendente di Maometto. Questa scelta gli permise di non alienarsi il supporto dei conservatori e di guadagnarne in popolarità e stabilità.

La parità delle donne in Marocco: un obiettivo ancora lontano

Nonostante i marocchini abbiano accolto la riforma con entusiasmo, non sono mancate critiche e dubbi. Gli attivisti hanno denunciato più volte la mancanza di un organo istituzionale che controllasse l’effettiva applicazione del nuovo codice. Inoltre, diverse associazioni femministe hanno lamentato eccessivi poteri concessi ai giudici nell’interpretazione del codice. Nella pratica si sono registrati infatti casi in cui giudici tradizionalisti e avversi alla riforma hanno favorito la poligamia, dichiarandone il contesto straordinario e quindi conforme. Infine, la scarsa scolarizzazione nelle aree urbane funziona come ostacolo all’implementazione e all’applicazione del codice. L’analfabetismo di molte bambine potrebbe precludere l’accesso a una corretta informazione sui loro diritti, mentre il diffuso tradizionalismo fa in modo che matrimoni precoci e combinati continuino a frenare lo sviluppo personale e sociale delle donne.

Fonti e approfondimenti

Benradi M., “Genre et droit de la famille. Les droits des femmes dans la Moudawana. De la révision de 1993 à la réforme de 2003”, in “Féminin & Masculine: la marche vers l’égalité au Maroc 1993-2003”, Friedrich Ebert Stiftung, pagine 17-90, Fes, 2003.

Eisenberg, A. M., “Law on the books vs. law in action: Under-enforcement of
morocco’s reformed 2004 family law, the moudawana”, Cornell International Law Journal, Vol. 44(3), pagine 693-728, 2011.

Wuerth, O., “The reform of the Moudawana: the role of women’s Civil Society organizations changing the personal status code in Morocco”, Brill Online Journal, Vol. 3 (3), pagine 309-333, 2005.

 

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