Perché gli afroamericani votano Biden?

Circa metà dei delegati è stata ormai assegnata in queste primarie democratiche. Joe Biden è in vantaggio su Sanders e buona parte di questo è dovuto al fatto che il frontrunner democratico può contare sul sostegno diffuso di una demografia chiave rispetto a Sanders, ovvero gli afroamericani.

Il voto dei neri in South Carolina ha consegnato la vittoria a Biden, fino ad allora sottotono, e lo ha rilanciato nelle primarie. Se già dal suo ingresso in campo era chiaro che l’ex vice del primo presidente nero degli USA avrebbe dominato tra questa parte di popolazione, meno chiaro era, ed è, il perché di questo dominio.

La chiave di lettura secondo cui lo votano perché è stato il numero due di Obama è solo parzialmente veritiera e oscura le cause più profonde di questa scelta. La questione è capire perché gli afroamericani scelgano di votare Biden. Questo, nonostante sia comprovato che trarrebbero maggiore beneficio dalle politiche proposte da Sanders come Medicare4All e cancellazione del debito studentesco. Inoltre, i neri dovrebbero vedere in lui qualcuno che è stato molto più presente in battaglie a loro care, come quelle antisegregazioniste e pro-aborto.

Oltre l’identity politics: il conservatorismo afroamericano, tra divisioni geografiche e generazionali

Un errore comune quando si parla di elettorato afroamericano è considerare questo come un blocco monolitico. Ovviamente, non è così: anche questi elettori sono influenzati da questioni legate al reddito, alla provenienza geografica e, soprattutto, all’età, importante fattore di divisione in queste primarie.

In quanto candidato moderato, Biden trova il proprio sostegno tra l’elettorato che è esso stesso più conservatore. Questo si riflette anche nelle scelte della popolazione nera che non vota in maniera omogenea. Biden trova maggiore sostegno negli Stati del sud, come ad esempio il South Carolina, che sono più conservatori e, non a caso, tradizionalmente repubblicani. In quest’area, conosciuta come Bible Belt, la politica è radicata in valori più tradizionali, ancorata a istituzioni come la Chiesa e orientata da una visione moralizzante e paternalistica della società. In South Carolina, Virginia e Alabama, ad esempio, Biden ha guadagnato rispettivamente il 61%, 63% e 72% del voto afroamericano.

Nel nord, invece, la partita con Sanders è stata più equilibrata. In Massachusets, il conto è stato 36% Biden, 29% Sanders, mentre in Minnesota 47% Biden, 43% Sanders. La differenza col sud è sostanziale e non casuale: gli Stati settentrionali, più industrializzati e urbanizzati, hanno una popolazione che condivide idee più liberali e progressiste.

La divisione tra afroamericani del nord e del sud, poi, non è solo geografica, ma guidata anche da un’altra importante variabile: quella generazionale. In un’elezione dove il voto dei millennials e dei baby boomers è polarizzato come non mai, è facile capire perché la popolazione nera del sud, in media più anziana, preferisca Biden. Quella del nord, invece, più giovane anche in luogo delle maggiori opportunità lavorative e accademiche che si trovano in questi Stati, vede in Bernie un candidato attento alle istanze più importanti per loro, come il climate change o i debiti studenteschi.

Acculturazione e assimilazione culturale post-1965

Un’altra possibile spiegazione del perché la middle class afroamericana voti Biden può essere ricercata nel fenomeno dell’assimilazione culturale, un tipo di acculturazione. Per acculturazione si intende il processo tramite cui il contatto tra gruppi influenza e modifica i valori e le culture di questi ultimi.

Secondo il framework teorico dell’assimilazione culturale, le minoranze tendono ad assumere gradualmente i valori e i comportamenti del gruppo dominante: negli USA la maggioranza bianca. Questo accade tramite il contatto e l’interazione frequente tra gruppi che facilitano la contaminazione tra culture diverse. Abbracciando valori della cultura dominante, le minoranze favoriscono così la propria integrazione sociale, in contesti dove spesso la loro presenza può essere vista come una minaccia all’integrità delle comunità bianche. La segregazione, di contro, crea effetti bolla più difficili da penetrare.

Negli USA, questo è stato il modello di riferimento per molti gruppi che sono emigrati nel Paese nordamericano. Italiani, ebrei e irlandesi nel Novecento, e comunità latinx oggi, sono classici esempi di modelli di costruzione della razza in cui le minoranze abbandonano i propri riferimenti culturali e abbracciano quelli dei bianchi. Di solito, quindi, è un framework applicato alle minoranze migranti. Ciononostante, i cambiamenti nella struttura occupazionale, residenziale e di reddito della classe media afroamericana nell’era post-diritti civili lo possono rendere applicabile – anche se con le limitazioni del caso – anche a questa parte di popolazione.

Fino al 1965, anno che segna la fine del segregazionismo, il tipo di acculturazione regolante i rapporti tra bianchi e neri era quello della marginalità, dove i contatti tra gruppi erano volontariamente limitati. Con la fine di Jim Crow, una fetta considerevole di popolazione nera ha avuto la possibilità di iniziare a frequentare scuole e college tradizionalmente bianchi. I posti di lavoro sono diventati misti, lo stesso è accaduto in alcuni quartieri suburbani. Questo ha costruito ponti tra le divisioni razziali, che pur permangono, e ha aperto la strada al contatto culturale prolungato tra la classe media afroamericana – che ha tratto maggiori benefici dalla fine del segregazionismo ed è stata esposta al contatto coi bianchi – e i bianchi stessi.

 

L’influenza di questo si vede, quindi, anche nei comportamenti di voto. La contaminazione culturale e il desiderio di conformare, almeno in parte, i propri atteggiamenti a quelli dei bianchi può essere un fattore importante nello spiegare perché la middle class afroamericana vota per un candidato che, a livello di ideologia e policy, è meno affine ai loro interessi.

L’interiorizzazione del razzismo istituzionalizzato

L’ultimo tema riguarda il modo in cui gli afroamericani reagiscono alle discriminazioni razziali, che negli USA pervadono ogni ambito sociale, economico e culturale, e attraverso questi si riproducono.

Come detto prima, a rigor di logica Biden dovrebbe essere un candidato inviso alle comunità nere. Questi è stato un oppositore del busing come politica desegregazionista, nonché uno dei più feroci sponsor, tra i democratici, dell’inasprimento degli arresti e delle pene carcerarie che dopo gli anni Settanta hanno portato milioni di afroamericani dietro le mura dei penitenziari statunitensi.

Sanders, d’altro canto, è stato molto più attento, sin dall’inizio della sua carriera, al tema delle divisioni razziali. Dalla sua partecipazione alle marce al fianco di Martin Luther King negli anni Sessanta, al piano attuale per decriminalizzare il consumo di marijuana, il suo profilo è quello di un candidato molto più attento alle problematiche degli afroamericani negli USA odierni.

Un’eventuale e ulteriore spiegazione del perché gli afroamericani votino il candidato più distante ideologicamente, al di là di quelle proposte prima, sta quindi nella possibilità che anche loro interiorizzino, in parte, la cultura razzista così diffusa negli Stati Uniti. In sostanza, è ipotizzabile che il razzismo istituzionalizzato funzioni come una trappola, inquinando anche il pensiero di chi lo subisce quotidianamente. In questi casi, le discriminazioni possono addirittura essere percepite come meritate e giuste dagli individui che le subiscono.

L’esposizione continua a un’ideologia basata sul suprematismo bianco, che colpevolizza e sminuisce le persone nere, rende quest’ultime più inclini a interiorizzare valori discriminatori nei confronti dei neri stessi. Diverse ricerche hanno, per esempio, dimostrato come nelle stesse comunità afroamericane le aspettative sociali nei confronti delle nuove generazioni siano negative e condizionate dal razzismo strutturale che permea la cultura americana. In generale poi, secondo gli studi, il 50% circa degli afroamericani è influenzato, nelle sue decisioni, da un bias razzista nei confronti dei neri.

Se questo è vero, allora, diventa più facile comprendere perché i neri possano votare per un candidato come Biden. Non è autolesionismo, quanto avere la vista offuscata da valori, interiorizzati a causa di un contesto profondamente razzista, che vanno a creare atteggiamenti discriminatori anche intra-gruppo. Questi si riflettono, infine, nei comportamenti di voto. Ciò può dare il la al sostegno, da parte dei neri, di politiche inerentemente discriminatorie come l’incarcerazione di massa. Può, inoltre, creare una sensazione di accettazione e rassegnazione nei confronti dello status quo, rappresentato in queste elezioni proprio da Joe Biden.

Conclusioni

Non è un caso, quindi, che molti afroamericani preferiscano Biden a Sanders nonostante la logica proponga il contrario. Così come, è bene ricordarlo, non è un caso che il 33% dei latinx americani abbia preferito, nel 2016, Trump a Clinton, nonostante il primo abbia basato la propria campagna su dei feroci attacchi alle comunità ispaniche nordamericane. Lo studio di entrambi i casi suggerisce che le forze in gioco siano molto complesse. Fattori strutturali e storici influenzano e modificano il modo in cui gli individui votano, limitando gli effetti di variabili come le proposte di policy dei candidati o l’identity politics, tradizionalmente ritenute invece più importanti.

 

 

Fonti e approfondimenti

“What Super Tuesday revealed about black voters: they’re not a monolith”, The Guardian, 05/03/2020.

Edsall T. B., “Trump Has His Sights Set on Black Voters”, The New York Times, 04/03/2020.

Rios V. M. (2006),“The Hypercriminalization of Black and Latino Male Youth in the Era of Mass Incarceration”.

Rochmes D. A. e Elmer Griffin G. A. (2006), “The Cactus that Must Not Be Mistaken for a Pillow: White Racial Formation Among Latinos”.

Staples B., “How Italians Became ‘White'”, The New York Times, 12/10/2019.

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