Cosa sono gli endorsement e che peso hanno sul voto

di Riccardo Mamini

Gli endorsement sono una peculiarità delle campagne elettorali statunitensi. Concedere l’endorsement vuol dire sostenere pubblicamente un candidato a una carica pubblica. Questi endorsement possono essere importanti per molte ragioni: la dichiarazione pubblica con cui si fornisce il proprio sostegno a un candidato concede visibilità a quest’ultimo; legittima il candidato e la validità delle sue proposte, soprattutto se il sostegno proviene da personalità politiche importanti e di peso; inoltre, l’endorsement può avere il doppio scopo d’influenzare sia gli elettori che altri leader politici. Una conseguenza di tutto ciò è la mobilitazione degli elettori e un aumento della raccolta fondi per la campagna.

Ma quanto valgono gli endorsement in termini di voti effettivi? Trovare una risposta chiara non è facile poiché le possibili variabili nel processo decisionale che porta al voto di un elettore sono molteplici, ciononostante ci sono diverse ricerche che hanno dimostrato una correlazione e causalità diretta tra numero di endorsement e un miglior risultato elettorale.

Da chi provengono gli endorsement? I più classici e quelli su cui si basano le principali analisi (che vedremo in seguito), provengono dagli esponenti politici del partito di appartenenza del candidato. I leader politici non sono gli unici a dichiarare il proprio sostegno per un candidato, altrettanto comuni sono gli endorsement di organizzazioni sociali e politiche, sindacati e personaggi famosi come atleti, star televisive e cinematografiche, artisti, commentatori tv, studiosi, imprenditori, partiti e personalità internazionali, quotidiani e magazine.

Tuttavia, risulta molto difficile cercare di stimare l’impatto di questi sostegni in termini di voti. Sicuramente possono aiutare il candidato che ne beneficia in termini di visibilità e raccolta fondi, ma come dimostra anche il ritiro di Michael Bloomberg dalla corsa per la nomination democratica, i soldi e la visibilità non sono tutto (si stima che Bloomberg abbia speso poco più di mezzo miliardo di dollari principalmente in pubblicità negli Stati che sono andati al voto durante il Super Tuesday). Inoltre, è Bernie Sanders il candidato che ha ricevuto più endorsement dal mondo extra politico: ciononostante egli ha subito una forte battuta d’arresto nel Super Tuesday e ora le sue possibilità di vincere la nomination sono drasticamente diminuite.

Come funzionano gli endorsement

I principali studi sull’importanza degli endorsement e sul loro peso in termini di voti, prendono in esame solamente quelli provenienti dal mondo politico, in particolare dall’establishment del partito a cui appartiene il candidato. L’analisi più dettagliata e citata sul tema è quella contenuta in un libro pubblicato nel 2008 dal titolo: “The Party Decides: Presidential Nominations Before and After Reform”. Gli autori hanno condotto una ricerca empirica prendendo in esame le primarie di entrambi i partiti prima e dopo la riforma McGovern-Fraser del 1972 che concesse al voto popolare un’influenza maggiore sulla scelta del candidato presidente. I risultati riportati sono chiari: le preferenze dell’élite del partito, espresse attraverso gli endorsement, tendono a guidare le preferenze del voto popolare, aumentando enormemente le chances di vittoria del candidato che riceve il sostegno.

Nonostante la riforma dei primi anni ’70, le preferenze del partito continuano ad avere un forte peso e influenza nella scelta del candidato alla presidenza. Dal 1972 al 2016, i partiti hanno condotto un totale di 16 campagne primarie che non includevano il loro presidente in carica tra i candidati. In queste elezioni, 10 volte su 16, il candidato che aveva ricevuto più endorsement prima dei caucus dell’Iowa è risultato il vincitore della nomination.

Un altro dato interessante è che 11 volte su 16 il candidato in testa ai sondaggi prima dei caucus dell’Iowa era lo stesso con il maggior numero di endorsement, conferma del fatto che l’élite del partito è generalmente in linea con le preferenze popolari. Tuttavia, se prendiamo in esame le elezioni più recenti, quelle dal 2008 in poi (ce ne sono state 5: due per i Democratici e tre per i Repubblicani), solamente due volte su tre il candidato in testa nei sondaggi era anche quello con il maggior numero di sostenitori tra i leader del suo partito (il caso più eclatante è certamente quello di Donald J. Trump nel 2016), sintomo che probabilmente le preferenze degli elettori e dell’élite del partito si sono differenziate progressivamente.

L’efficacia degli endorsement

Da dove deriva, però, l’efficacia degli endorsement? Il ricercatore di scienza politica Bryce Summary, dell’Università del Missouri, ha provato a rispondere a questo quesito in una sua ricerca. Summary ha preso in esame le primarie democratiche del 2008, che videro fronteggiarsi Barack Obama e Hillary Clinton, concentrandosi sugli endorsement di deputati, senatori e governatori democratici a livello Statale.

Obama e Clinton. Fonte: Wikimedia Commons

Summary fornisce essenzialmente tre possibili spiegazioni sull’efficacia degli endorsement. La prima l’abbiamo già vista: le dichiarazioni di sostegno sono pubbliche e forniscono visibilità al candidato che le riceve, il quale può convertire questa maggiore notorietà in un aumento delle donazioni alla sua campagna, che a sua volta gli permetteranno di poter far arrivare il suo messaggio a più persone, in un cerchio che si autoalimenta. La seconda spiegazione è che gli elettori non si interessano poi tanto alle primarie, iniziando a seguirle solamente quando approdano nel proprio Stato. Dunque, i candidati che fin da subito si presentano con il sostegno di importanti politici, magari più conosciuti di loro all’interno di quello specifico Stato, godono di una posizione di vantaggio. La terza possibile spiegazione concerne la similitudine dei candidati e, ancor più, dei loro programmi elettorali. Infatti, quando ci troviamo di fronte a candidati e programmi molto simili e non c’è una dinamica di partigianeria in favore del proprio partito, il sostegno a un candidato da parte di un leader politico che conosciamo e di cui condividiamo spesso le opinioni può essere decisivo sulla nostra scelta elettorale.

Gli endorsement nelle primarie 2020

Se dovessimo fare un pronostico sulle primarie democratiche in corso basandoci solamente sulla variabile degli endorsement, il favorito sarebbe sicuramente Joe Biden. L’ex vicepresidente è di gran lunga il candidato preferito dall’establishment del Partito democratico, soprattutto in relazione a Bernie Sanders che è da sempre inviso a causa delle sue posizioni considerate estremiste, oltre al fatto che non è membro del partito. Il tracker di POLITICO, che annota tutti gli endorsement di governatori e membri del Congresso, certifica in testa alla classifica Joe Biden che ha ricevuto finora 101 endorsement (Bernie Sanders è sesto con 9).

Le manifestazioni di sostegno all’ex vicepresidente sono state cruciali in tre occasioni: la prima si è verificata poco prima del voto in South Carolina. Biden era in testa nei sondaggi, ma il suo vantaggio si era progressivamente ridotto a una sola cifra quando James Clyburn, deputato per lo Stato del South Carolina, fece il suo endorsement a Biden, il quale vinse successivamente con un margine di 30 punti percentuali. Il sito FiveThirtyEight, per descrivere l’influenza del deputato sull’elettorato democratico del suo Stato, l’ha definito “a kingmaker in the state”.

Il secondo momento cruciale si è verificato appena prima del Super Tuesday, quando Biden ha incassato l’endorsement di due candidati appena ritirati dalla corsa alla nomination: Pete Buttigieg ed Amy Klobuchar. Questi occupavano, insieme a Biden, il campo moderato e con il loro ritiro e successivo endorsement, hanno permesso all’ex vice presidente di diventare l’unico esponente di quest’area aggregando così un maggior numero di voti che l’hanno portato alla vittoria in 10 Stati su 14. Infine, prima del voto dello scorso martedì in altri 6 Stati, Biden ha consolidato ulteriormente la sua posizione con gli endorsement di altri due ex candidati alla nomination democratica: Kamala Harris e Cory Booker.

Dunque, analizzando i dati delle serie storiche, Joe Biden sembra, anche alla luce degli endorsement ottenuti, il netto favorito alla nomination. Tuttavia, se c’è una cosa che le campagne elettorali statunitensi insegnano è che il colpo di scena è sempre dietro l’angolo. Così è stato nel 2016 con l’elezione di Trump e così è stato qualche giorno fa durante il Super Tuesday, quando lo stesso Biden è riuscito nell’impossibile risultato di ribaltare le previsioni della vigilia.

Fonti e approfondimenti

Bryce Summary, The endorsement effect: an examination of statewide political endorsements in the 2008 Democratic caucus and primary season, SAGE publication, 2010.

CNN, Here’s who spent big on ads in Super Tuesday States, Christopher Hickey, March 4, 2020.

FiveThirtyEight, Who will win the 2020 Democratic Primary?, March 3, 2020.

Marty Cohen, David Karol, Hans Noel and John Zaller, The Party Decides: Presidential Nominations Before and After Reform, The University of Chicago Press, 2008.

FiveThirtyEight, We’re tracking 2020 Presidential Endorsements. Here’s why they probably still matter, Nate Silver, Feb. 28, 2020.

POLITICO, 2020 Dems Endorsements, March 3, 2020.

FiveThirtyEight, Why South Carolina’s James Clyburn is endorsing Biden, Galen Druke and Anna Rothshild, Feb. 26, 2020.

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