La strategia di Trump per il 2020

È ufficialmente cominciata la campagna elettorale di Donald Trump in vista delle prossime elezioni presidenziali. Nonostante le aspettative del mondo dei media per un politico che fa dello spettacolo la sua cifra identitaria, nella sua (seconda) prima uscita all’Amway Center di Orlando del 18 giugno, il presidente non ha riservato grandi sorprese. D’altronde, anche gli Stati Uniti si trovano in quella che è stata battezzata all’inizio del millennio la “campagna permanente”: una configurazione dello spazio pubblico in cui la comunicazione politica diventa sempre più pervasiva, grazie a un flusso mediale che non si esaurisce mai. E considerato l’uso che di questa modalità fa Trump, chi ha seguito anche in maniera superficiale il dibattito pubblico fa fatica a stupirsi ancora di qualcosa.

In ogni caso, il messaggio principale della campagna è arrivato forte e chiaro ai suoi sostenitori: “KEEP AMERICA GREAT”.

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Slogan della campagna elettorale di Trump per le presidenziali 2020. Fonte: dhgate

The same old Trump(ers)

Tutte le campagne che si rispettino, siano esse finalizzate a vendere un detersivo o un politico, devono riferirsi a un target preciso e identificabile. A giudicare dalle prime mosse di Trump, la strategia sembrerebbe quella di mobilitare la cerchia più fedele dei propri sostenitori. Per il momento, infatti, non è stata proposta una linea politica che andasse al di là degli slogan che abbiamo conosciuto in questi anni; i temi principali su cui fare leva continuano ad essere l’economia e l’immigrazione.

Sul primo versante, diversi indicatori economici registrano un segno positivo. In particolare, per quanto riguarda il taglio delle tasse e la crescita economica, i sondaggi mostrano un apprezzabile consenso nei confronti dell’operato del tycoon (ben il 51% degli elettori, stando a una recente rilevazione del Washington Post). Ma la vera issue focale della propaganda repubblica è rappresentata dall’immigrazione, tema che preme ancora molto alle classi medio-basse, quella che è stata più volte definita dagli osservatori come “l’America profonda”. Anche se la promessa del muro al confine col Messico non è stata mantenuta, l’agenda anti-immigrazione portata avanti nel corso del mandato è andata sicuramente incontro al sentimento di questa cospicua parte di elettorato. Le numerose dichiarazioni razziste di cui si rende spesso protagonista Trump, come il tweet sulle quattro rappresentanti democratiche al Congresso di qualche giorno fa, sono indirizzate proprio a infiammare questa componente.

Mobilitare la minoranza

Secondo due importanti studiosi di mass media, si può osservare una forte analogia tra la struttura di Twitter e il linguaggio di Trump. Se il social network semplifica il discorso imponendo un numero limitato di parole, inibisce la riflessività, -annullando la dimensione temporale a un presente continuo- e de-personalizza le interazioni, creando un contesto in cui l’emittente non si rende conto fino in fondo delle proprie azioni, così la retorica trumpiana aderisce perfettamente a questo modello. Attraverso un lessico poco elaborato e l’esaltazione del politicamente scorretto, il presidente è sempre alla ricerca della parte irruenta e irrazionale del proprio pubblico. Non è un caso che ai giornalisti del “Time” che lo hanno intervistato poco meno di un mese fa, il presidente abbia dichiarato che “la politica è puro istinto”.

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Sostenitori di Trump a un comizio. Fonte: newrepublic

Ecco per quale motivo, a partire dalla sua candidatura per le elezioni del 2016, Trump non abbia fatto altro che offrire un mix di risentimento e rabbia nelle sue apparizioni pubbliche. Ora ci risiamo; del resto, se la formula ha funzionato una volta, perché non riprovarci? Le prime apparizioni da incumbent sembrano andare in questa direzione. Secondo il famoso politologo olandese Cas Mudde, Trump sarebbe favorito nella corsa alla conferma proprio perché, a differenza dei democratici, dispone di una minoranza fortemente mobilitata, che nelle elezioni contemporanee risulta essere la chiave della vittoria.

Il consenso social(e)

Nella sua opera di mobilitazione, Trump fa grande affidamento al consulente digitale Brad Parscale, che era già stato a capo della squadra elettorale per i media quattro anni fa. Parscale, insieme al genero del presidente, Jared Kushner, ha contribuito a delineare uno schema per la “pubblicizzazione” mediale della proposta politica di Trump. Lo schema prevede che, in seguito a un’affermazione politicamente scorretta, si inneschi un flusso di ricerca dell’argomento sul web e prendano piede conversazioni sul tema negli ambienti digitali. Una volta partito questo meccanismo, i collaboratori di Trump provvedono ad acquistare spazi su tutte le piattaforme, in cui propagandare il messaggio diretto del presidente e scatenare così le reazioni dei sostenitori. I quali, a causa delle loro risposte, doneranno a titolo gratuito le proprie generalità, venendo inglobati definitivamente all’interno del circuito dei simpatizzanti repubblicani. Per cui, agli spazi di cui Trump può disporre sui media “tradizionali”, grazie ai potenti mezzi economici della macchina personale e partitica, vengono a sommarsi quelli più innovativi dei social network. In questo modo, la “linea” riesce a circolare in tutti i canali del consenso.

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Un post del profilo Instagram di Trump. Fonte: instagram

L’ultima idea di Parscale riguarda lo sviluppo di una ulteriore piattaforma sociale, con cui cercare di coinvolgere in maniera innovativa i potenziali sostenitori repubblicani. Per certi versi, potremmo definirla come la versione americanizzata di un sistema che in Italia abbiamo conosciuto in tempi recenti come il “vinci-Salvini”, architettato dall’esperto di comunicazione della Lega, Luca Morisi. In cambio di incentivi quali foto firmate dal presidente, capi di abbigliamento con il logo repubblicano e posti garantiti ai comizi, ai membri della piattaforma viene richiesta la cessione di una serie di informazioni e contatti personali, unitamente a impegni di vario genere finalizzati alla campagna elettorale. Il consenso del XXI secolo, nonostante una parte ai due lati dell’Atlantico si rifiuti di accettarlo come un dato di fatto, passa in buona parte da queste forme a metà tra l’informazione politica e l’intrattenimento individuale; nel frattempo, la strategia di Trump procede.

Fonti e approfondimenti

CRITICAL STUDIES IN MEDIA COMMUNICATION, Brian Ott, The Politics of White Rage: Donald J. Trump and the Politics of White Rage, Gennaio 2019

The Guardian, Cas Mudde, Four reasons why Trump is cruising toward re-election, 20 Giugno 2019

Time, Brian Bennett, My Whole Life Is a Bet.’ Inside President Trump’s Gamble on an Untested Re-Election Strategy, 20 Giugno 2019

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