Il Brasile del Lava Jato, la storia e le conseguenze

Lo scandalo Lava Jato non smette di sorprendere. A più di cinque anni dallo scoppio del caso mediatico, nuove rivelazioni sembrano capovolgere la narrazione prevalsa finora. Il Brasile è stato il Paese da cui tutto è partito ma non è, come si è visto, l’unico coinvolto. In questo articolo si metterà in luce l’inizio della vicenda e le successive implicazioni, cercando di fare chiarezza su alcuni degli attori principali e sulle conseguenze per la politica del Paese e la percezione della società civile. Nei prossimi articoli, invece, si vedranno gli sviluppi in altri Paesi dell’America latina e come è stato possibile creare uno dei giri di affari illegali più grandi nella storia del continente.

Il caso mediatico relativo alle indagini “Lava Jato” scoppiò il 17 marzo 2014 con l’arresto di Alberto Yousseff – un trafficante di denaro – e di Paulo Roberto Costa, un dirigente della Petrobras, ditta petrolifera statale brasiliana. Oggi, grazie alle numerose indagini, la magistratura e la Polizia Federale brasiliana hanno potuto ricostruire la vicenda e ciò permette di fare un passo indietro per capire da dove e come tutto sia partito.

L’inizio: il “clube” e la Petrobras

Uno dei punti di partenza di questa vicenda può essere individuato nel 2004, quando un piccolo gruppo di dirigenti della Petrobras entrò in contatto con un cartello, illegale, di compagnie di costruzioni.

La Petróleo Brasileiro S.A – Petrobras è la compagnia petrolifera più importante del Brasile e del continente. Nel periodo del boom economico, del lulismo, del consolidamento del Brasile tra i BRICS, la compagnia era il fiore all’occhiello dell’economia del Paese. Nell’anno di incontro con il cartello, il direttore del settore rifornimenti era Paulo Roberto Costa mentre il direttore generale era Nestor Cerveró, vicino all’allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Dilma Rousseff, che successe a Lula nel 2011 come presidente del Brasile, era ministro per le Miniere e l’Energia.

Il cartello, secondo le rivelazioni degli stessi dirigenti, sarebbe sorto nel 1998 tra le tre compagnie di costruzioni più importanti del Paese (Odebrecht, Camargo Correa e Andrade Gutierrez) e prendeva il nome di Tatu Tenis Clube“. All’inizio si trattava principalmente di una collaborazione tra le tre compagnie per la partecipazione alle gare d’appalto per la costruzione di opere per il trasporto su rotaia. Con il tempo allargò i propri interessi ed arrivò a coinvolgere 19 compagnie. L’interesse dei membri del “Clube” era quello di stabilire quali compagnie dovessero realizzare una determinata opera pubblica, vanificando il naturale gioco al ribasso determinante per la vittoria di una gara d’appalto. Oltre a ciò, il “Clube” si dedicò a coinvolgere i dirigenti della Petrobras cosicché questi, in cambio di tangenti, aumentassero i costi di realizzazione delle opere commissionate dalla compagnia, affinché il cartello ne potesse beneficiare.

Ai membri del club veniva chiesto di partecipare al “gioco” seguendo delle regole ben precise, fingendo di farsi concorrenza e accettando quando veniva imposta una compagnia a discapito di un’altra per l’assegnazione di un appalto. In poco tempo, il “Clube” conquistò il dominio della maggior parte delle opere pubbliche nel Paese, soprattutto grazie all’aiuto di alcuni insiders, tra cui lo stesso Costa o Jorge Zelada, direttore della divisione internazionale della Petrobras. Nel frattempo, Alberto Yousseff era stato incarcerato cinque volte, senza però scontare più di 15 mesi in prigione grazie a patteggiamenti.

L’inizio delle indagini e il “big break”

Per un lungo periodo, il metodo utilizzato dal cartello ha dato i suoi frutti. Poi, come in molte grandi storie, un colpo di fortuna cambia le carte in tavola. Nel 2013 la Polizia Federale iniziò a indagare su un giro di affari volto al riciclaggio di denaro sporco nei pressi di un stazione di servizio nel centro di Brasilia. Non si avevano percezioni chiare della dimensione del giro; sta di fatto che, durante le intercettazioni, la Polizia riconobbe la voce di Alberto Yousseff, indicato come uno dei trafficanti di denaro, i cosiddetti doleiros.

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“Posto da Torre”, ovvero la stazione di servizio di Brasilia dove tutto è partito. Fonte: Wikimedia commons @Mariordo

Indagando tra le sue e-mail, ne viene trovata una in cui Yousseff discuteva di una Range Rover da destinare a Paulo Roberto Costa, un importante dirigente della Petrobras. Grazie, quindi, a un’ingenuità di Yousseff, si apre il “big break”, come definito dal New York Times. Il 17 marzo 2014 vengono arrestati entrambi, insieme ad altre 45 persone. L’obiettivo è quello di cercare di capire l’implicazione di un dirigente di una delle più importanti compagnie del Paese in un giro di traffico di denaro. I due pentiti, grazie alla promessa di patteggiamento, rivelarono un giro di affari che coinvolgeva funzionari pubblici di grado ben più alto dello stesso Costa, tra cui Nestor Cerveró, l’allora presidente della Petrobras, che venne arrestato nel dicembre 2014.

Le implicazioni politiche

Prima che ciò avvenisse, Rousseff aveva nuovamente vinto le elezioni, anche se il suo secondo mandato avrebbe avuto vita breve. Accusata di falso in bilancio, fu vittima di impeachment, motivo per cui venne deposta e al suo posto salì in carica Michel Temer, suo vice e rappresentante del PMDB (Partido do movimento democrático brasileiro, ora solo Movimento democrático brasileiro), alleato del Partito dei Lavoratori di Rousseff.

Mentre si discuteva sull’impeachment, le dichiarazioni, pubblicate nel febbraio 2015, di Cerveró e di Pedro Barusco – ex-dirigente della Petrobras condannato al carcere e a un risarcimento milionario – sconvolgevano l’opinione pubblica. Grazie a loro, infatti, la magistratura poté ampliare il caso a tutto l’apparato politico allora al potere. Iniziavano a uscire i nomi di Lula e di Rousseff, così come di tutto lo staff del partito, accusato di aver ricevuto almeno 200 milioni di reales per il finanziamento delle ultime campagne elettorali.

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Fonte: Flickr @PSB Nacional 40

Il 2016 e il 2017 furono gli anni di attacco frontale ai due leader del Partito dei Lavoratori. Deltan Dallagnol, procuratore del Ministero Pubblico Federale del Brasile, si fece portavoce del dissenso nei confronti dell’ex presidente, dando vita a uno scontro verbale durissimo. Nel 2017, il giudice Sérgio Moro condannò Lula a 9 anni e 6 mesi di carcere (divenuti 12 anni in secondo grado) per aver ricevuto dalla ditta di costruzioni OAS un appartamento di lusso dal valore di un milione di dollari. Dopo alcuni mesi passati “in trincea”, protetto dai suoi sostenitori, nell’aprile del 2018 Lula si consegnò alla Polizia e venne spedito in carcere.

Nel frattempo Temer era stato nominato varie volte nelle testimonianze degli indagati per Lava Jato (insieme a sette dei suoi collaboratori). Lo stesso Temer nel giugno 2016 era stato condannato per aver violato la legge elettorale e interdetto per la corsa alle elezioni per almeno 8 anni. Intanto, durante il suo mandato, si iniziavano ad ampliare le ipotesi di un suo coinvolgimento nel caso. Ad aggravare la sua posizione ci fu la morte in un incidente aereo, il 19 gennaio 2017, di Teori Zavasky, uno dei principali promotori delle investigazioni utili per il caso Lava Jato. A sostegno delle ipotesi su un possibile assassinio ci sono, tra i tanti, The Economist e The Guardian:  non sarebbe la prima volta che, in Brasile, incidenti aerei portino alla morte persone “sgradite” a chi sta al potere.

Per Glenn Greenwald, uno dei fondatori del The Intercept, “era ovvio sin dall’inizio che l’obiettivo principale dell’impeachment del presidente eletto del Brasile, Dilma Rousseff, fosse quello di dar potere ai ladri in Brasilia e dargli la possibilità di impedire, ostruire e infine terminare le investigazioni del caso Lava Jato che erano in corso”. Intanto, sempre in quel giugno 2016, il giorno 27, Dilma Rousseff è stata dichiarata non colpevole per alcune delle accuse di falso in bilancio per cui è stata vittima di impeachment. 

Una storia diversa

Il 2019 si è aperto con l’elezione di Jair Bolsonaro a presidente e la nomina di Sérgio Moro a Ministro della Giustizia. Il 6 febbraio 2019 Gabriela Hardt (sostituta di Moro) condanna Lula ad altri 12 anni e 11 mesi nel caso “Casa de campo de Atibaia”, per aver beneficiato di un appartamento del valore di 270.000 dollari provenienti da Odebrecht e OAS. Michel Temer, invece, è stato arrestato il 21 marzo 2019 per corruzione, riciclaggio e appartenenza a un’organizzazione criminale nell’ambito dell’investigazione per la realizzazione della centrale nucleare “Angra 3” ad Angra do Reis, nello Stato di Rio de Janeiro. Il primo continua la sua permanenza in carcere, mentre Temer è tornato in libertà a metà maggio. A Dilma Rousseff, invece, non è stato imputato nulla.

La giustizia sembra seguire il suo corso, eppure varie prove raccontano una storia diversa. Il 9 giugno 2019 scoppia il caso “Vaza Jato” (“Vaza” signica anche leak, fuga di informazioni), a seguito dei leak pubblicati da The Intercept di cui già si è parlato. Ora, a rincarare la dose, una dichiarazione dell’ex direttore della Odebrecht Carlos Armando Paschoal pubblicata il 16 luglio in cui, durante un interrogatorio, afferma di essere stato quasi costretto a inventarsi una storia sul caso Atibaia, quello che ha portato alla seconda condanna di Lula.
I sostenitori dell’ex presidente chiedono la sua libertà. Intanto, è sicuro che ben presto Lava o Vaza Jato torneranno a far parlare di sé.

Fonti e approfondimenti

Las empresas ligadas al caso Petrobras protagonizan otro escándalo en Brasil, Agencia EFE, 18/17/2017

David Segal, Petrobras Oil Scandal Leaves Brazilians Lamenting a Lost Dream, The New York Times, 07/08/2015

Jonathan Watts, Operation Car Wash: Is this the biggest corruption scandal in history?, The Guardian, 01/06/2017

Glenn Greenwald, Credibility of Brazil’s Interim President Collapses as He Receives 8-Year Ban on Running for Office, The Intercept, 03/06/2016

César Rojas Ángel, Un giro en la investigación, cinco años después del primer proceso de Lava jato, France 24, 18/03/2019

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