Il terreno sotto i piedi di Bolsonaro

Le Americhe sono ormai diventate, sotto gli occhi preoccupati del mondo, il nuovo epicentro della pandemia di Covid-19. Mentre i vari capi di Stato prendevano atto della gravità della situazione e persino Trump abbandonava gradualmente la retorica negazionista, il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha continuato a remare nella direzione opposta. Le sue dichiarazioni sprezzanti delle strategie di contenimento del virus e le prese di posizione contrarie alla cooperazione con i governatori degli Stati federali hanno sortito l’effetto di isolare politicamente il presidente.

Si tratta del compimento di una crisi istituzionale che matura da mesi ed è stata chiaramente annunciata dalle dimissioni di alcuni dei ministri cardine del suo governo. In senso più ampio, si può riconoscere il meccanismo di sfiducia politica innescatosi anni fa. Per un presidente che ha costruito il proprio consenso elettorale sull’individuazione di un “nemico” – vale a dire sulla logica del conflitto – verrebbe da chiedersi quanto sia solida la base di leadership quando quella che si presenta è una minaccia reale. In altre parole, se il terreno sotto i piedi di Bolsonaro non stia franando.

Lo scontro con i governatori e con due ministri della Salute

Il 19 aprile scorso, giornata nazionale dell’Esercito in Brasile, si è tenuta una manifestazione che ha radunato i sostenitori di Bolsonaro di fronte al quartier generale dell’Esercito di Brasilia, per protestare contro il Congresso. I toni si sono alzati al punto che i manifestanti hanno invocato l’Atto istituzionale numero 5 (AI-5). Si tratta di un decreto che abilita l’intervento militare contro gli oppositori del governo ed è stato in vigore tra il 1968 e il 1978, durante la dittatura militare brasiliana. Lo stesso Bolsonaro si è recato al quartier generale e si è rivolto alla folla, rimarcando “di non essere disposto a negoziare nulla” nel suo piano per un rapido ritorno alla normalità. “Farò tutto il necessario per mantenere la nostra democrazia e garantire ciò che abbiamo di più sacro e cioè la nostra libertà” ha promesso durante il discorso. Manifestazioni simili si sono tenute anche in altre città, come Sao Paulo, Curitiba, Salvador e Manaus.

L’atto di Bolsonaro ha causato lo sdegno di congressisti, giudici del Tribunale supremo e governatori federali, che lo hanno definito un attacco alle istituzioni. A prescindere dalla scarsa probabilità di un colpo di stato militare, anche solo evocarlo a parole alimenta l’instabilità. Già nelle settimane precedenti, come forma di dissociazione dalle dichiarazioni di Bolsonaro, era stato ritenuto necessario pubblicare una lettera aperta in difesa della democrazia, firmata da venti dei ventisette governatori del Brasile. La lettera porta allo scoperto la tensione latente tra il governo nazionale e le autorità locali. Tra i firmatari ci sono anche governatori di centro-destra che in passato avevano appoggiato Bolsonaro, come nel caso dei governatori di Sao Paulo (sopra il tweet del governatore João Doria), Rio de Janeiro e Goiás.

I governatori, infatti, sostengono le misure di lockdown che Bolsonaro non vuole accettare. E possono farlo sulla base dell’autonomia degli Stati, come ha ribadito la Corte suprema federale del Brasile, attirandosi a sua volta attacchi da parte del presidente.

Il disaccordo sulle misure con cui affrontare il propagarsi della pandemia in Brasile è stato anche la causa dell’abbandono dell’incarico da parte di due ministri della Salute. Il medico ed ex deputato Luiz Henrique Mandetta, favorevole al distanziamento sociale, è stato licenziato da Bolsonaro il 16 aprile e sostituito con l’oncologo Nelson Teich. Lo stesso Teich ha rinunciato il 15 maggio a causa delle frizioni con il capo di Stato, relative alla riapertura delle attività e all’utilizzo della clorochina come trattamento dell’infezione. La clorochina è un farmaco antimalarico che causa gravi effetti collaterali e la cui efficacia contro il SARS-CoV-2 non è stata scientificamente provata.

La questione Moro

Un paragrafo a parte meritano le eclatanti dimissioni da ministro della Giustizia di Sérgio Moro. Per la classe media brasiliana, Moro è il simbolo della lotta contro la corruzione. Per questo era la punta di diamante del governo di Bolsonaro: fu a capo dell’operazione giudiziaria legata allo scandalo Lava Jato e il magistrato responsabile della condanna dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, nell’aprile del 2018.

La detenzione di Lula è stata la grande svolta nella campagna elettorale delle scorse presidenziali, in quanto la sinistra brasiliana non è riuscita a riarticolare il consenso della sua base di elettori intorno a un candidato che non fosse Lula e ha dovuto incassare la sconfitta.

A sorpresa, lo scorso 24 aprile, Moro non solo ha rinunciato al suo incarico, ma ha anche lanciato pesanti accuse contro il presidente. Secondo la versione di Moro, Bolsonaro avrebbe deposto il capo della Polizia Federale Maurício Valeixo per sostituirlo con una persona di sua fiducia, “da poter chiamare, a cui chiedere informazioni e report dei servizi segreti”. La Polizia Federale, infatti, sta indagando i figli del presidente Flavio e Carlos Bolsonaro per corruzione e diffusione di fake news. Moro avrebbe protestato contro l’ingerenza politica, ma il presidente non gli avrebbe dato ascolto. “Non posso portare avanti l’impegno che ho assunto, senza le condizioni in cui poter lavorare, non posso preservare l’autonomia della Polizia Federale” ha dichiarato Moro in conferenza stampa.

A seguito della deposizione di Moro, il decano del Tribunale supremo federale Celso de Mello ha aperto un’inchiesta contro il presidente. Le pressioni su Moro sarebbero iniziate già nell’agosto dello scorso anno.

L’elemento comune in questi tre casi ravvicinati di dimissione è stato lo scontro istituzionale, originatosi da una forma di “insubordinazione” con cui il capo di Stato non è stato disposto a scendere a patti.

È presto per esprimersi sulle reali conseguenze delle dichiarazioni di Moro e sull’esito dell’inchiesta, ma certo è che la popolarità di Bolsonaro ne risentirà fortemente: la credibilità del presidente agli occhi della classe agiata e istruita passava proprio attraverso Moro.

Come cambia la base di potere di Bolsonaro?

Dal punto di vista dell’elettorato, il “fenomeno” Bolsonaro non è semplice da inquadrare, a causa della sua rapida evoluzione. Quando in corrispondenza all’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff si cominciò a parlare di una sua possibile candidatura, Bolsonaro era un deputato semisconosciuto che, si credeva, avrebbe catalizzato solo i voti di una esigua minoranza di super ricchi.

Nel giro di nemmeno tre anni, invece, si è assistito a un ribaltamento di prospettiva, in cui ha prevalso il punto di vista più conservatore. L’imposizione dell’estrema destra nello scenario brasiliano, anzi della destra “alternativa”, si comprende non tanto nell’ottica delle sue posizioni, quanto in quella delle sue “posizioni contro”. Bolsonaro contro l’establishment, Bolsonaro contro il PT (Partito dei Lavoratori di Lula), Bolsonaro contro i comunisti e il marxismo culturale. E ancora: intolleranza religiosa, antifemminismo, opposizione ai diritti LGBT e dei popoli indigeni.

Si tratta di un mix che, facendo leva sull’instabilità, è per sua natura precario: nel lungo termine, non può mantenere gli effetti ottenuti in campagna elettorale. Già nel primo anno di governo, infatti, l’indice di gradimento per il lavoro del presidente era in picchiata. Ora, il report del 27/04/2020 dell’Istituto Datafolha registra un appoggio al presidente del 33%, percentuale che scende al 27% quando l’oggetto è la gestione dell’emergenza sanitaria. La causa è la perdita di fiducia da parte di chi aveva visto in Bolsonaro l’alternativa, almeno stando ai sondaggi (da prendere con cautela).

Se le accuse di Moro hanno fatto ricredere alcuni, c’è uno “zoccolo duro” che non oscilla nella sua approvazione ed è la stessa base di potere che ha favorito dall’inizio la scalata di Bolsonaro: i proprietari terrieri, gli ammiratori della sfera militare, i sostenitori del libero mercato e i gruppi evangelici. Come si è visto dalla manifestazione del 19 aprile, alcuni di questi settori sono oggi più che mai inclini alla radicalizzazione, legittimata dal presidente con la sua stessa partecipazione in piazza.

Dopotutto, questa crisi arriva in un momento in cui la polarizzazione politica in Brasile è già estrema: la crescita economica ha deluso le aspettative, ci sono quasi 13 milioni di disoccupati e il lavoro informale è la principale fonte di guadagno per il 41% della popolazione (dati IBGE, Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica).

La possibilità di un impeachment

Lo scorso 21 maggio, sette partiti politici (tra cui spicca il PT), quattrocento organizzazioni, giuristi, intellettuali e altri rappresentanti della società brasiliana hanno presentato alla Camera dei deputati una richiesta collettiva di apertura di un processo di destituzione del presidente per delitti di responsabilità. Questa era stata preceduta da iniziative individuali di parlamentari che però non si sono tradotte in nulla di concreto.

Pur essendo un atto importante, non è detto nemmeno questa volta che rappresenti la svolta. Proprio a causa della situazione eccezionale che sta vivendo il Brasile, è difficile tastare il polso politico del Paese e prevedere lo sviluppo del processo. L’eventualità che venga accolto e portato avanti appare poco realistica nell’immediato; d’altro canto, si stanno creando le condizioni perché questa eventualità guadagni in futuro sempre più margine.

 

Fonti e approfondimenti

Eduardo Crespo “Brasil en el desarmadero”, Nueva Sociedad, 05/2019

Carlos Eduardo Martins y Carlos Serrano Ferreira “Covid-19, caos sistémico y Brasil en la geopolítica de América Latina”, Nodal, 19/05/2020

Federico Neiburg “La politización de la pandemia, los féretros vacíos y el abismo brasileño”, Nueva Sociedad, 05/2020

Nicolás Retamar “Entrevista a Thomas Traumman, periodista y consultor político: “La popularidad de Bolsonaro se desmoronará con la salida de Sergio Moro”, Nodal, 25/04/2020

Pablo Stefanoni “Biblia, buey y bala… recargados Jair Bolsonaro, la ola conservadora en Brasil y América Latina”, Nueva Sociedad, 11-12/2018

Pablo Stefanoni “Brasil: pandemia, guerra cultural y precariedad Entrevista a Lena Lavinas”, Nueva Sociedad, 05/2020

Editoriale “COVID-19 in Brazil: “So what?”, The Lancet, 09/05/2020

Redazione “Crecen en Brasil los rumores de una toma del poder de los militares”, La Nación, 13/05/2020

Redazione “Con un militar a cargo del Ministerio de Salud, Brasil ya es el cuarto país con más casos de coronavirus” Página 12, 16/05/2020

Redazione “Luiz Henrique Mandetta ya no es ministro de salud de Brasil”, Nodal, 16/04/2020

Be the first to comment on "Il terreno sotto i piedi di Bolsonaro"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: