L’Altra America: Brasile

Con circa 8.511.000 km² e 209.951.000 abitanti, il Brasile è lo Stato più esteso e popoloso dell’America Latina.

Il “gigante” sudamericano, pur avendo molte caratteristiche in comune con la regione, presenta delle peculiarità legate soprattutto ad aspetti linguistici e culturali, ma anche al quadro economico e alcune circostanze storiche.

Il Brasile è l’unico Stato sudamericano a essere lusofono, in conseguenza del passato coloniale connesso all’impero portoghese.
La grande estensione ne fa un Paese estremamente eterogeneo da ogni punto di vista, in primis sociale, ma anche geografico-naturalistico. Una delle sue caratteristiche più peculiari è quella di ospitare il 65% dei 7 milioni di km² della Foresta amazzonica, il polmone del mondo.

Cenni storici

Il Brasile fu una colonia dell’impero portoghese dal 1530 fino al XIX secolo.  Nel 1807 i regnanti portoghesi vi trovarono rifugio dalle conquiste napoleoniche e nel 1815 la colonia entrò a far parte del “Regno unito di Portogallo, Brasile e Algarve”. In seguito alla sconfitta di Napoleone, João VI decise di tornare a Lisbona nel 1821, lasciando il figlio Pedro in qualità di reggente.  Il 12 ottobre 1822 Dom Pedro, sostenuto dai vari movimenti nazionalisti brasiliani, si proclamò imperatore del Brasile e il 1° dicembre dello stesso anno fu incoronato come Pedro I. Lui e il figlio, Pedro II, furono i protagonisti del periodo imperiale brasiliano, caratterizzato dalla nascita della prima, e la più longeva, Costituzione del Paese (1824) e dall’abolizione della schiavitù (1871).

Il 15 novembre 1889 l’imperatore fu deposto da un colpo di stato militare guidato dal maresciallo Deodoro da Fonseca, che proclamò la Repubblica degli Stati Uniti del Brasile divenendone primo Presidente. La “Vecchia Repubblica” fu caratterizzata da una democrazia costituzionale regolata dalla nuova Carta del 1889, ma si interruppe con il colpo di stato civile del 1930. Con l’imposizione di Getulio Vargas iniziò un periodo di forte polarizzazione della politica brasiliana culminato nel 1937 con l’inaugurazione dell’ Estado Novo (Stato Nuovo), ossia una forma di governo nazionalista fortemente ispirata alle dittature fasciste europee. Con la sconfitta dei regimi totalitari dopo la seconda guerra mondiale, Vargas fu costretto alle dimissioni nell’ottobre 1945. La nuova Repubblica “del 46” fu dominata dal governo di João Goulart, segnato da inflazione elevata, stagnazione economica e una decisa opposizione delle forze armate (sovvenzionate nel contesto dell’Operazione Condor).

brasilebandiera

Il 31 marzo del 1964 un nuovo golpe depose Goulart e diede inizio alla dittatura militare. Tra il ‘64 e l’85, molti diritti costituzionali furono soppressi, ci fu una forte censura della stampa e la frequente eliminazione fisica di personaggi pubblici sgraditi, il tutto sempre in chiave anti-comunista. Nel 1968 fu emblematica l’emanazione dell’AI-5 da parte del generale Arthur da Costa e Silva, che portò alla chiusura del Congresso, la totale negazione dei diritti politici e dell’habeas corpus. Solo con Geisel ci fu una piccola riapertura democratica, continuata dal successore Figuereido, che però non fece altro che alimentare la serpeggiante opposizione. A seguito delle grandi mobilitazioni per le elezioni dirette del 1984  e un periodo transitorio dopo la fine della dittatura, nel 1988 venne proclamato il regime presidenziale. L’anno successivo si svolsero le prime elezioni libere da 25 anni e Fernando Collor De Mello venne eletto presidente.

Tra il 1995 e il 2002 a guidare il Paese fu Henrique Cardoso, con un programma moderato che riuscì a dare maggiore stabilità economica al Paese, ma non a bloccare l’impennata nel debito pubblico e l’avanzata della criminalità organizzata e la disoccupazione. Nel 2003 gli succedette alla presidenza Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei lavoratori (PT). Il lulismo ha rappresentato la svolta politica brasiliana, con una forte impostazione socialista e anti-statunitense, i grandi programmi sociali come Fome zero Bolsa Familia, le politiche energetiche e ambientali e la costituzione di una rete di sostegno politico in Sudamerica. Nel 2010, Lula lascia il testimone alla sua ministra Dilma Rousseuf, ma appena rieletta per un secondo mandato la presidente e tutta la classe dirigente del PT vengono travolti dall’inchiesta Lava Jato. Dopo un periodo di presidenza transitoria di Michel Temer, dal 1° gennaio 2019 Jair Bolsonaro è il nuovo Presidente brasiliano.

Ordinamento politico

La Repubblica federale del Brasile è composta da 26 Stati federali più un distretto federale (la capitale Brasilia). La Costituzione vigente è stata promulgata il 5 ottobre 1988 e prevede un sistema presidenziale. Il presidente della Repubblica, eletto con sistema maggioritario a doppio turno, è il capo di Stato e detiene il potere esecutivo per un mandato di 4 anni con possibilità di rielezione. Il potere legislativo è di esclusiva competenza del Congresso Nazionale, composto dalla Camera dei deputati (513 membri eletti ogni 4 anni) e il Senato (81 membri eletti ogni 8 anni).

In Brasile vige un sistema di voto obbligatorio per cui l’astensione senza giustificato motivo è punita con una multa.

La bandiera brasiliana, conosciuta anche come Auriverde, è stata adottata ufficialmente l’11 maggio 1992. Il verde e il giallo simboleggiano da una parte le due ricchezze naturali della nazione (Foresta amazzonica e riserve di oro), dall’altra le due famiglie reali, rispettivamente Braganza di Pedro I (il primo imperatore del Brasile) e Asburgo (sua moglie, Leopoldina). All’interno del cerchio blu si trovano delle stelle sparse a rappresentare l’aspetto del cielo nella città di Rio de Janeiro alle 9:30 del 15 novembre 1889, quando fu dichiarata la Repubblica. La fascia, infine, contiene il motto della Nazione: “Ordem e Progreso” (Ordine e progresso), ispirato a una frase del filosofo Auguste Comte.

Economia e società

Il Brasile si distingue in Sudamerica anche dal punto di vista economico. Dopo la stagnazione degli anni ’90, il Paese è cresciuto per tutto il decennio successivo a ritmi elevati, principalmente grazie alla domanda estera di materie prime. Questa crescita economica sostenuta ha permesso l’entrata nel BRICS, il gruppo di Stati emergenti economicamente (insieme a Russia, India, Cina, Sud Africa).

A partire dal 2012, però, lo sviluppo ha subito un freno a causa di problemi strutturali come la scarsa produttività e connessione del sistema produttivo con il resto del mondo. Gli scandali giudiziari più recenti non solo hanno danneggiato l’immagine del Paese e di un’intera classe dirigente, ma hanno anche contribuito a generare la situazione economico-finanziaria attuale. Dopo l’affaire Petrobras e lo scandalo Lava Jato, il biennio 2015-2016 ha registrato la peggiore recessione degli ultimi 40 anni. Negli ultimi tre anni si sono registrati dei sensibili miglioramenti, con una crescita del PIL per 2017 e 2018 intorno all’1% e le proiezioni per l’anno corrente si aggirano intorno allo 0,8%.

Se la crescita economica, accompagnata dalle politiche sociali del lulismo, ha portato un iniziale miglioramento delle condizioni di vita con riduzione dei tassi di povertà e delle disuguaglianze sociali, la più recente stagnazione continua ad avere fortissime ricadute sulla società e le finanze pubbliche. Il Brasile fa parte del G20 e secondo le stime correnti 2018 del FMI risulta tra le prime dieci economie del mondo per PIL nominale (2.139 miliardi di dollari USA), ma questi dati non riescono da soli a fotografare la complessità della società brasiliana. La distribuzione del reddito, per esempio, è una delle peggiori al mondo, con un 10% della popolazione ricca che detiene il 55% delle risorse totali e il 50% della popolazione, nelle fasce più povere, che ne detiene solo il 12% (World Inequality Report 2018).

Per quanto riguarda le relazioni economiche internazionali, la Cina è il principale partner del Paese. Nel 2018 ha ricevuto il 27% delle esportazioni brasiliane e negli ultimi 15 anni è stato il principale investitore in Brasile con un totale, dal 2003 al primo trimestre del 2019, di 71 miliardi di USD in investimenti diretti (38% del totale). Subito dopo, comprensibilmente, vengono gli Stati Uniti con 58 miliardi (31% del totale) e il 12% delle esportazioni ricevute nello scorso anno. A seguito della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, la relazione bilaterale sino-brasiliana sta addirittura incrementando e, parallelamente, sta influenzando la politica estera di Bolsonaro.

Relazioni internazionali

Dopo un lungo periodo di centralità nel tentativo di imporre il protagonismo internazionale dei Paesi emergenti e creare una rete di cooperazione nella regione sudamericana, la politica estera brasiliana ha preso un nuovo corso con la presidenza Bolsonaro.

Jair Bolsonaro viene spesso definito il Trump del Sudamerica e i due leader, oltre a essere molto simili per impostazione ideologica e metodi comunicativi, sono stretti alleati in chiave anti-socialista nel continente.  Il supporto a Juan Guaidó contro Nicolas Maduro nella crisi istituzionale legata alla legittimità della presidenza del Venezuela è emblematico in tal senso. In questa cooperazione rimangono varie incognite per il futuro dovute principalmente alla corsia preferenziale della Cina in territorio brasiliana, legata agli interessi economici bilaterali.

19/03/2019 Encontro com o Senhor Donald Trump, Presidente dos Es
Credit: Alan Santos/PR – Palácio do Planalto

Il trend per quanto riguarda il multilateralismo e le istituzioni sovranazionali appare, ancora una volta, diverso dal passato. Dalle amministrazioni Cardoso in poi si è data molta importanza all’attivismo internazionale, con la partecipazione ai principali processi negoziali e fori internazionali, ottenendo anche due nomine di livello (José Graziano da Silva alla FAO e Roberto Azevêdo al WTO). Bolsonaro ha adottato un atteggiamento sprezzante e a forte impronta sovranista in questo senso e il protagonismo del Brasile sulla scena internazionale rischia di esserne fortemente danneggiato. Uno dei primi atti politici del presidente appena insediato è stato portare il Brasile fuori dal Global Compact for migration (ONU). Successivamente ha minacciato di fare lo stesso con l’Accordo di Parigi sul Clima e anche l’interesse per il destino delle istituzioni regionali (su tutte Mercosur, ma anche Prosur e Celac) è limitato agli interessi economici.

Fonti e Approfondimenti:

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