Ricorda 1960: Brasilia, da città inventata a capitale federale

Si può progettare una città ideale partendo da zero e renderla la capitale di una nazione sconfinata? Può bastare la razionalità per trasformare un’utopia dell’urbanistica in un centro abitato in grado di rispondere a bisogni reali? Per quanto possa suonare surreale, questa è stata l’anima del progetto che ha portato alla costruzione di Brasilia, avvenuta in tempi record tra il 1956 e il 1960.

Il 21 aprile 1960, Brasilia fu inaugurata come capitale e sede del governo del Distretto Federale. Sessant’anni dopo, continua a meravigliare gli appassionati di architettura per il suo carattere monumentale così innovatore: una netta cesura con il passato del Brasile, segnato dalla storia coloniale e la cui ricchezza era legata all’agricoltura. D’altra parte, lo sviluppo non organico di Brasilia l’ha resa una città ostile ai suoi stessi abitanti, soprattutto a tutti coloro che devono fare la spola tra il centro e le baraccopoli della periferia o delle città satellite.

Perché una nuova capitale?

Brasilia sorge sull’altopiano di Goiás, in una posizione decisamente più centrale dal punto di vista geografico rispetto alla capitale che l’ha preceduta, Rio de Janeiro. La sua fondazione corrisponde essenzialmente alla necessità di controbilanciare l’urbanizzazione della fascia costiera con le regioni interne del Brasile. Oltre a essere capitale politica e amministrativa, ha conosciuto un vertiginoso sviluppo demografico ed economico, anche se non può essere paragonata a Rio o a São Paulo.
Lasciando da parte l’aspetto pratico, Brasilia è nata per essere uno statement politico: una città moderna, la realizzazione di un disegno ordinato e razionale, tutto il contrario delle città caotiche e sovraffollate che prima della sua fondazione erano state l’emblema del Paese. Soprattutto, doveva essere una città senza architetture barocche e classiche, le eredità coloniali che il Brasile era pronto a lasciarsi alle spalle per mostrare al mondo un modello nuovo di sviluppo.

Per questi motivi, l’idea e il nome di una utopica “Brasilia” erano già diffusi intorno alla metà del 1800 e la posizione geografica designata fu inserita nel testo della prima Costituzione (1891) dopo l’indipendenza del Paese.
Il progetto si concretizzò grazie alla volontà di Juscelino Kubitschek, che fu presidente del Brasile tra il 1956 e il 1961. Il suo slogan di campagna era “Cinquant’anni di progresso in cinque” e la nuova capitale una sorta di riscatto nazionale secondo questa stessa visione. Gli obiettivi che Kubitschek si pose erano decisamente ambiziosi: proprio perché Brasilia sorgeva ex novo sarebbe stata libera dalla corruzione e dalla povertà. Il risultato fu sì una città simbolo, ma anche un organismo in continua trasformazione, come d’altronde sono tutte le città. Il piano originale è rimasto immutato, mentre l’area circostante è evoluta su presupposti nettamente diversi.

Il “Plano Piloto”: progetto del nucleo originario di Brasilia

Il Plano Piloto

Per disegnare la nuova capitale fu indetto un concorso pubblico al quale parteciparono molti grandi nomi dell’architettura. Alla fine fu scelto un progetto sorprendentemente semplice. Il famoso “Plano Piloto” (piano pilota) porta la firma di Lúcio Costa, per il piano urbanistico, e di Oscar Niemeyer per gli edifici. L’idea della fondazione doveva riflettersi nella forma del nucleo, ovvero una croce su una mappa. In realtà, la pianta della città ricorda più la forma di un aereo, dato che due bracci della croce sono inclinati per assecondare i laghi circostanti.

Fin dall’inizio, lo spazio era pensato per rappresentare equamente le tre funzioni del governo: la “cabina di comando” dell’aereo è la Piazza dei tre poteri (Praça dos Três Poderes), nella quale sono disposte a triangolo la sede della Corte Suprema, gli uffici presidenziali (il palazzo Planalto) e le torri della Camera e del Senato.
Nell’asse centrale sono presenti pochi altri edifici. L’immagine tipica di Brasilia vede i pochi monumenti simbolo svettare su una vasta area pianeggiante, verde ma senza alberi, piuttosto con fontane e grandi avenidas di raccordo.

Nella visione di Costa, le ali dell’aereo corrispondono alle aree residenziali: due semplici ed enormi blocchi, la superquadra nord e la superquadra sud, pensati per ospitare gli abitanti. Queste forme di housing ad alta densità includono i servizi essenziali organizzati intorno a piazze quadrate, disposte a distanza regolare fra di loro. Di base, si tratta di “villaggi” nel centro cittadino, nei quali non sono state concepite soluzioni abitative per le classi a basso reddito.

Il simbolismo e i monumenti

I pilastri del progetto sono quelli del documento “Carta di Atene” pubblicato da Le Corbusier nel 1933. In architettura, è il fondamento del Movimento Moderno e della teoria della zonizzazione. Il Plano Piloto è una delle sue realizzazioni più riuscite: nel momento dell’inaugurazione, Brasilia era la città che più di ogni altra si avvicinava al modello utopistico della Ville Radieuse. Come emerge dalla descrizione, infatti, gli edifici si differenziano in base alle funzioni che svolgono e la separazione in quartieri segue lo stesso principio. Non è concepita la mescolanza organica tra la finalità abitativa, lavorativa e ricreativa: ad esempio, gli appartamenti al piano superiore dei negozi. Creare delle zone ibride avrebbe interferito con le linee pulite che dovevano contraddistinguere la città.

L’altro elemento distintivo dovevano essere gli spazi sconfinati. Brasilia non è mai stata pensata per gli spostamenti a piedi: negli anni della sua fondazione il progresso era rappresentato dalla crescente popolarità dell’automobile e, d’altronde, tutti i suoi futuri abitanti avrebbero certamente potuto permettersi una vettura propria.

Gli edifici e i monumenti hanno forme dalla grande valenza simbolica. Il Congresso nazionale ricorda una bilancia con due piatti. Anche il fatto che questi siano orientati in direzioni opposte ha un significato: la cupola verso il basso rappresenta il raccoglimento e la riflessione (ovvero il Senato), la cupola verso l’alto invece è l’apertura alla comprensione di tutti gli orientamenti politici (la Camera).
I ministeri sono disposti come tessere di un domino in una grande Esplanada, a eccezione del Palazzo Itamaraty, sede del ministero degli Esteri, che sorge sull’acqua ed è caratterizzato da colonne e arcate.
La Cattedrale metropolitana è circolare ed evoca la corona della Madonna dell’Apparizione (Nossa Senhora Aparecida).
Tra i memoriali ricordiamo il monumento funebre agli eroi della patria (Panteão da Pátria e da Liberdade), il cui materiale massiccio contrasta con le forme fluide, e il monumento JK, in ricordo del presidente Juscelino Kubitschek.

Dal 1987, il nucleo centrale di Brasilia è patrimonio dell’umanità UNESCO.

L’emergere delle problematiche

Il valore artistico e innovatore di Brasilia è fuori discussione, ma è anche la causa primaria delle sue criticità abitative. La priorità data alla forma, a scapito della praticità, ha cominciato a creare scompensi con l’evoluzione del sistema urbano. In questi sessant’anni la capitale è cresciuta trainata da direttrici quali l’economia, il commercio, la vita pubblica e le necessità di trasporto, elementi di quotidianità dei quali il Plano Piloto non tenne pienamente conto.

Il piano di Costa prevedeva che un massimo di 500 mila persone si sarebbe trasferito nella nuova capitale. Oggi l’area metropolitana di Brasilia conta 2,5 milioni di abitanti ed è in continua espansione. Già le opere di costruzione attirarono una grande quantità di manodopera, che anche a lavori ultimati continuò a vivere nei sobborghi e a sperare di poter avere la sua parte nel benessere economico della nuova città.
Per lo stesso motivo sono sorte città satellite, alcune più strutturate, altre autentiche favelas. Brasilia “vendeva” l’idea di modernità e prometteva un’opportunità per tutti, attraendo fin dall’inizio un contingente di popolazione non programmato. Anche se su scala ridotta, a Brasilia sono ancora più visibili gli stessi problemi delle altre città brasiliane: le disuguaglianze, il traffico, la proliferazione incontrollata delle abitazioni di fortuna.

Inoltre, negli ultimi anni e con l’evolversi della sensibilità ambientale, è apparso ancora più chiaro che Brasilia non sarà mai una città “verde”. La rete di trasporto pubblico è limitata e muoversi senz’auto è estremamente complicato. Le strade non sono state pensate per passeggiare o andare in bicicletta (funzioni a cui sono destinati i parchi). E perché le persone dovrebbero incontrarsi davanti a bar e negozi, quando esistono i centri commerciali?

Nel 1998 sono state inaugurate le due linee di metropolitana. Sempre per implementare il trasporto pubblico, sotto la presidenza Rousseff è stato avviato l’Expresso DF, un corridoio per i bus a transito rapido. Nel 2013 è iniziata, nell’ottica della viabilità pedonale, la progettazione del quartiere Fazenda Paranoazinho.

Malgrado questi sforzi, Brasilia continua a essere prevalentemente una città disfunzionale e ricca di contrasti. Le torri d’avorio del governo sembrano appartenere al mondo delle idee se messe a confronto con la povertà circostante. Lo storico e urbanista Vicente del Rio considera tutto questo uno specchio della società brasiliana: “Chi detiene il potere vive in un’isola o un bozzolo. Gli altri – vale a dire la maggioranza – rimangono esclusi”.

Fonti e approfondimenti:

C. Albuquerque, E. Veiga “Brasília: Eine Utopie für die Minderheit“ Deutsche Welle, 21/04/2020

R, Banerji “Niemeyer’s Brasilia: Does it work as a city?” BBC World, 07/12/2019

E. Bähre “Walking and protesting in Brasília” Leiden Antropology Blog 15/07/2013

D. Budds “Inside Brazil’s ‘cautionary tale’ for utopian urbanists” Curbed, 07/06/2019

E. Glaeser “Brasília is a warning to urban dreamers” Financial Times, 09/12/2012

R. Lobo “Brasília at 60: Behind one of the world’s most intriguing planned cities” CityMetrics, 26/05/2020

 

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