La costruzione dell’America Latina: la colonizzazione

Comunemente, l’America Latina viene intesa come quel continuum territoriale che si estende dal confine nord del Messico all’estremo sud della Terra del Fuoco. In realtà, il subcontinente è culturalmente disomogeneo: territori come il Belize, le Guyane o diverse isole dei Caraibi non fanno parte di quell’unità latina in quanto regioni di lingua e cultura olandese o inglese. Inoltre, lungo quest’estensione troviamo diversissimi paesaggi e climi, che rendono il territorio frammentato a livello geografico. La storia precolombiana ne sottolinea ulteriormente le divisioni: da zone in cui si erano sviluppate civiltà importanti – come l’America centrale e la regione andina – che presentavano popolazioni numerose e organizzate, a zone invece caratterizzate da popolazioni semi-nomadi – come il territorio degli attuali Brasile e Argentina.

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Ripartizione delle principali civiltà e popolazioni precolombiane

Cos’è allora che ci porta a riferirci a un territorio eterogeneo e discontinuo con lo stesso termine?

Il vero tratto di unione storico è quello che le popolazioni andine chiamavano il Pachakuti, ossia lo sconvolgimento brutale del loro mondo: la conquista da parte degli europei, e la conseguente condizione coloniale.
Benché iniziate oltre mezzo millennio fa, non possiamo prescindere dalle vicende e dalle dinamiche coloniali per provare a spiegare la società e la politica odierna del subcontinente, e gli elementi che le accomunano. Trattandosi di un processo estremamente articolato e lungo, in questa sede ci limiteremo a sottolineare le ragioni storiche della conquista spagnola e portoghese, per approfondirne gli sviluppi nei prossimi articoli. 

Quando raccontiamo la storia coloniale, dobbiamo sempre tenere a mente che la visione prevalente è quella dei colonizzatori e che uscire da questo punto di vista non è facile.

I conquistadores

Dall’arrivo in America nel 1492, i conquistadores spagnoli – nei quali era ancora vivissimo lo spirito di crociata della Reconquista, ulteriormente fomentato da leggende medievali su terre dorate e remote – si ritrovarono davanti dei soggetti percepiti subito come non bianchi, non civilizzati, pagani e ricchissimi di metalli preziosi.

Sin dal primo incontro si possono dunque delineare quelle che saranno le colonne portanti della colonizzazione, nonché i tratti comuni di un processo altrimenti molto segmentato: l’evangelizzazione, l’ideologia schiavista e l’accumulazione di ricchezza.

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Una rappresentazione dell’incontro tra i due mondi

La concezione che l’uomo europeo aveva dell’indigeno americano, e che infuocò il dibattito intellettuale nel vecchio continente, era fondamentalmente quella di un essere inferiore. Da molti era considerato un subumano, da altri era riconosciuta la sua umanità, ma andava tutelato in quanto incapace di autogovernarsi e di arrivare autonomamente a un grado di civiltà superiore. Queste visioni influenzarono enormemente il comportamento dei coloni e furono alla base della legittimazione della conquista.

La tradizione giuridica medievale sosteneva che i territori abitati da pagani erano da considerare terrae nullius, ossia delle “terre che non appartengono a nessuno” e di conseguenza a disposizione dello Stato Pontificio per essere evangelizzate. La congiuntura storica volle che, in quegli anni, il Papa fosse Alessandro VI – l’aragonese Rodrigo Borgia – il quale cedette quei territori d’oltremare ai sovrani spagnoli tramite le due bolle Inter Caetera del 1493.

Divide et impera

La vittoria di poche centinaia di uomini a cavallo, armati di fucili, contro migliaia di nativi, non può essere spiegata semplicemente con la superiorità tecnologica. E neppure con lo stupore paralizzante che questa destò, ad esempio, presso le popolazioni messicane, convinte che l’arrivo di Hernán Cortes e dei suoi uomini rappresentasse l’apparizione di Quetzalcoatl – divinità bianca e barbuta partita verso Oriente con la promessa di ritornare. La sottomissione di quei territori vasti e sconosciuti fu determinata soprattutto dall’alleanza di popolazioni locali con gli iberici contro i loro vicini rivali. È esemplare il caso dell’Impero Azteco, che aveva colonizzato in modo brutale i territori intorno alla Valle del Messico nei due secoli precedenti all’arrivo degli spagnoli: questi ultimi furono dunque accolti come un male minore, e fu il violento risentimento dei sudditi verso i colonizzatori (ed esattori) aztechi a permettere il trionfo degli spagnoli.

Sin da questo primo collaborazionismo, la storia messicana e di tutto il subcontinente è stata accompagnata da una mescolanza di interessi, di sangue e di cultura tra iberici e locali – aprendo la porta a fenomeni nuovi quali il mestizaje, il sincretismo religioso e culturale, ma anche alle rivalità etniche caratteristiche di quelle realtà.

Maximón, divinità sincretica del Guatemala che incarna sia santi cattolici che dei Maya, al quale si offrono dei doni in quanto considerato Protettore

Dalla scoperta alla conquista: il ruolo dei metalli preziosi

Sin dal loro arrivo i conquistadores attestarono la presenza dell’oro, che costituì uno dei motori portanti della conquista sia per i singoli che per la Corona. Infatti, quella che doveva essere una semplice impresa commerciale – sulla scia di quanto fatto dai vicini portoghesi in Africa – ben presto assunse tutto un altro carattere: la quantità di risorse e di anime da convertire (o da usare come forza-lavoro) spronarono gli spagnoli ad andare oltre l’instaurazione di stazioni commerciali. Il mercato indigeno, vista la mancanza di un alto valore di scambio attribuito ai metalli preziosi, non ne aveva sviluppato un commercio cospicuo. Dunque, per poter accumulare ricchezze soddisfacenti, occorreva stabilire insediamenti sul territorio, trovare i giacimenti e adoperare la manodopera disponibile per l’estrazione. Fu così che ebbe inizio l’opera di conquista e, in seguito, di colonizzazione – in un primo tempo confinata alla zona delle Antille. 

Le isole, però, si rivelarono deludenti dal punto di vista delle risorse minerarie. Per di più, le popolazioni locali iniziarono a diminuire drasticamente a causa della loro vulnerabilità alle malattie trasportate dagli europei – il cosiddetto choc microbico – e dello sfruttamento che subivano. L’apertura verso la terraferma avvenne dunque come conseguenza di questi fenomeni.

Nel 1519, la spedizione di Hernán Cortés approdò sulle coste messicane e nel giro di due anni sottomise l’Impero Azteco e i suoi vassalli; mentre, nel 1532, la spedizione di Francisco Pizarro giunse ai piedi delle Ande, iniziando a far oscillare l’Impero Inca. Nel giro di un decennio vennero scoperte le miniere di argento di Potosí, nell’attuale Bolivia, e quella messicana di Zacatecas, che furono tra i punti cardine dell’occupazione spagnola. Intorno alle miniere si costituirono i grandi centri urbani della colonia, che per il loro sviluppo poterono contare sulla presenza di popolazioni cospicue in coincidenza dei territori degli Imperi precolombiani. Si stima che, nella prima metà del XVII secolo, Potosí  raggiunse i 165,000 abitanti, diventando così la città più popolata al mondo – per poi essere ciclicamente abbandonata durante i crolli del valore del metallo. “È la città che più ha dato al mondo e che meno possiede”: questa testimonianza di un abitante della città illustra bene il ruolo dell’argento americano nell’arricchimento dell’Europa, e il simultaneo impoverimento degli indigeni.

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La miniera di Potosí, il Cerro Rico, che spunta dalle strade della città

La risposta al crollo demografico e le piantagioni

Per merito dell’attività mineraria si può anche scovare l’incentivo a un altro grande fenomeno che caratterizzò fortemente la colonizzazione, ossia l’importazione di manodopera africana. La popolazione indigena subcontinentale iniziò a diminuire drasticamente, sulla scia di quella delle Antille. Il lavoro in miniera e quello nelle piantagioni non faceva che aumentare il numero di decessi presso gli indigeni, poco resistenti ai ritmi loro imposti.

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Fu così che venne instaurata la tratta di schiavi dall’Africa. Gran parte di questa forza-lavoro fu destinata alle grandi piantagioni di  monocolture, che si trovavano soprattutto nei territori a clima tropicale – come le coste del Brasile e le isole dei Caraibi – condannando le suddette zone all’esclusiva coltivazione di determinate colture e lasciando in eredità alla popolazione tratti culturali africani molto forti.

Intorno alle piantagioni si creò una stratificazione sociale che rispecchiava quella più ampia delle società americane: i proprietari erano bianchi, gli impiegati e uomini di fiducia erano mulatti o meticci, e gli schiavi erano neri o indigeni. I ceti sociali del Nuovo Mondo erano prettamente collegati al colore della pelle, e questa correlazione è tuttora valida.

L’organizzazione territoriale e amministrativa

Per quel che riguarda il resto dei terreni coltivabili, questi furono organizzati secondo una logica feudale: la Corona li assegnava ai conquistadores meritevoli, insieme ai rispettivi abitanti autoctoni, i quali dovevano ricambiare con il lavoro al servizio offerto dai loro proprietari, ossia l’evangelizzazione. Questo sistema, chiamato encomienda, fu responsabile di gran parte dello sfruttamento delle popolazioni americane, e contribuì al crollo demografico. Proprio per preservare la popolazione locale, la Corona in seguito vietò questo istituto, ma esso si protrasse lontano dal controllo regio; e là dove non sopravvisse, la tratta degli schiavi colmò la perdita della forza-lavoro non stipendiata. Potremmo dire che, in un certo senso, il sistema dell’encomienda si è successivamente tramutato nel fenomeno del latifondo che ancora oggi permea la realtà latinoamericana. 

Il governo di queste articolate realtà era affidato a una complessa macchina burocratica, la quale rispondeva a un re lontano migliaia di chilometri che non mise mai piede in quei possedimenti. L’estensione del territorio – e soprattutto la lontananza dal centro di controllo – innescarono dei fenomeni di illegalità, di predilezione degli interessi personali, di formazione di poteri paralleli e di corruzione che misero radici in quelle realtà.

Oltre all’organizzazione secolare, il controllo di vaste aree si sviluppò intorno all’istituto della parrocchia, con il conseguente arricchimento della Chiesa e degli ordini religiosi che vivevano della terra. Il successo di questi fu determinato dal fatto che erano gli unici istituti che le popolazioni non percepivano come totalmente estranei: la religione cattolica fu il pilastro dell’unità di un territorio e di una società altrimenti frammentati. Un esempio importante fu l’ordine dei gesuiti, che si avventurò nell’entroterra ancora scarsamente esplorato ed instaurò nella zona del Paraguay le cosiddette riduzioni di indigeni – che rappresentarono un successo socio-organizzativo notevole, nonché motivo di scontri con le altre forme di potere.

L’economia del Nuovo Mondo

La concentrazione sui circuiti di estrazione e di coltivazione e l’importazione esclusiva di prodotti manifatturieri dalle metropoli furono un disincentivo quasi totale allo sviluppo di quelle produzioni in loco. Il ruolo delle colonie americane divenne quello di esportatrici di materie prime verso i mercati europei. La Spagna instaurò una rete commerciale in cui le colonie erano complementari e non concorrenziali al suo mercato. Ogni regione si identificava con quello che produceva, e produceva ciò che il mercato europeo si aspettava. Gli echi di questo sistema si possono ancora oggi percepire. Le materie prime arricchirono notevolmente il Vecchio Continente, portandolo verso la Rivoluzione Industriale.

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Distribuzione della produzione ed estrazione di materie prime nelle colonie

Per concludere questo rapido excursus sui tratti salienti della colonizzazione dell’America Latina, possiamo citare Eduardo Galeano che – parlando proprio di epoca coloniale – ne enunciò l’effetto attualmente ancora più visibile: “i paesi sviluppati dei nostri giorni si sviluppavano; i paesi sottosviluppati gettavano le basi del loro sottosviluppo”.

Nel prossimo appuntamento parleremo più dettagliatamente della distribuzione e diversità della popolazione in America Latina, come riflesso delle attività legate alla colonizzazione europea.

Fonti e approfondimenti

Galeano Eduardo, “Las venas abiertas de América Latina”, Siglo XXI España, 2013

Gliozzi G., “La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo da Colombo a Diderot”, Principato, 1971

Halperin Donghi Tulio, “Historia contemporánea de América Latina”, Alianza Editorial, 2013

Pompejano Daniele, “Storia dell’America Latina”, Bruno Mondadori, 2012

Todorov Tzvetan, “La Conquista dell’America. Il problema dell’altro”, Einaudi 2014

Zanatta Loris, “Storia dell’America Latina contemporanea”, Editori Laterza, 2010

 

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