Paesi in via di sviluppo: la miniera d’oro delle potenze occidentali

Ci siamo dovuti sentire oppressi svegliandoci una mattina col senso di rimorso dopo anni di colonialismo e di guerre imperiali volte a guadagnarsi una posizione favorevole nello scacchiere internazionale delle egemonie politiche ed economiche. Per rimediare, l’idea è stata quella di implementare aiuti economici allo sviluppo, prestando fondi alle terre sfruttate per anni, in modo da considerarci meno responsabili. Tuttavia come mostrato da uno studio del Global Financial Integrity (GFI – Stati Uniti) e del Centro per la Ricerca Applicata della Norwegian School of Economics e di altri studiosi da tutto il mondo è vero, in realtà, esattamente l’opposto. L’unico sviluppo reale, infatti, è quello finanziato dai paesi più poveri verso le grandi potenze occidentali.

Lo studio, pubblicato il 5 dicembre scorso, risulta particolarmente significativo perché oltre alle solite variabili osservate in questo campo (la somma degli aiuti umanitari, degli investimenti esteri e dei rapporti commerciali) considera anche i trasferimenti non finanziari (ad es. la cancellazione del debito), i trasferimenti non corrisposti (ad es. le rimesse degli emigrati) e, soprattutto, le fughe di capitali non registrate. Dai dati analizzati si mostra come, nonostante i 125 miliardi di dollari versati in favore dei Paesi in via di Sviluppo (PVS), il flusso economico tra paesi ricchi e paesi poveri, invece di garantire la redistribuzione uniforme delle risorse finanziarie, sembra confermare la progressiva polarizzazione delle strapotenze economiche occidentali.

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Il grafico in alto mostra come, solo nel 2012, i trasferimenti netti di risorse ai PVS erano negativi (e quindi corrispondevano ad uscite) e pari al 7% del PIL, che equivale a circa 2000 miliardi di dollari in uscita.

In un articolo uscito sul The Guardian, Jason Hickel (antropologo presso la London School of Economics) riprende lo studio pubblicato dal GFI sottolineando come i PVS dal 1980 abbiano dovuto erogare in totale più di 16.300 miliardi di dollari (circa 9 volte il PIL italiano). Gran parte di tale esborso è dovuto agli interessi maturati sui debiti. Infatti una cifra superiore ai 4.200 miliardi di dollari è stata destinata alle grandi banche di Londra e di New York. Un’altra parte deriva dai profitti che le grandi multinazionali rimpatriano dopo aver investito sui suoli dei PVS. Un fulgido esempio può essere rappresentato dalle grandi compagnie petrolifere, come la British Petroleum che una volta estratto il petrolio dai suoli stranieri e maturato i profitti dalla vendita al barile rimpatria il ricavato in Gran Bretagna. Ma la parte più sostanziosa è composta dalle fughe di capitali non registrate (poiché spesso illecite). Dal 1980, infatti, la cifra di soldi persi dai PVS per le fughe di capitale non registrate ammonta a circa 13.600 miliardi di dollari (circa 7 volte il PIL italiano).

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Jason Hickel, Antropologo, London School of Economics

Una grossa fetta di queste uscite non registrate è il frutto di sotterfugi illegali. Le multinazionali registrano prezzi più bassi a quelli di listino, facendo sparire dunque una parte di ricavi da destinare a paradisi fiscali o a giurisdizioni segrete. In genere si fa ricorso a tali tecniche illegali per evadere le tasse ma, specialmente in questo caso, tale stratagemma è volto ad eludere i controlli di capitale e riciclare i soldi “sporchi”. Attraverso tale pratica, solo nel 2012, i PVS hanno visto fuoriuscire ben 700 miliardi di dollari, circa 5 volte tanto quanto ricevettero sotto forma di aiuti nello stesso anno.

Purtroppo il resoconto statistico offerto dalla GFI non rileva nei suoi calcoli la quantità di denaro che sfugge alla giurisdizione dei governi dei PVS, tramite la “falsificazione del fatturato”. Attraverso tale metodo, i profitti vengono spostati da un’azienda ad un’altra associata, che si trovi sotto una giurisdizione fiscale più favorevole. Le stime di tali perdite si attestano intorno ai 700 miliardi l’anno.

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Dunque, come dimostrato dai dati, le economie dei Paesi sviluppati ricavano enormi benefici dall’agglomerato dei flussi monetari derivanti dai PVS, originati sia dal debito che da pratiche barely legal (spesso e volentieri proprio illegali), che rifinanziano ed eccedono le spese in “aiuti umanitari”.

Una situazione complessa e che di certo riscopre le carte in tavola. Da dove cominciare?
Come propone Jason Hickel, si dovrebbe partire dalla piaga peggiore, ossia dalle fughe di capitale illecite e dai motivi per cui è possibile che ciò avvenga. Dal 1994, in nome di un mercato più “efficiente”  – i cui risultati sono stati ben delineati dal report di GFI – la WTO approvò l“Agreement on Implementation of Article VII of the General Agreement on Tariffs and Trade 1994 (Customs Valuation Agreement)”. Tale accordo prevedeva l’ordine per i funzionari doganali di valutare le merci secondo il valore nominale espresso nella fattura, salvo il caso di circostanze specifiche (ad esempio un evidente discrepamza nei prezzi). Prima di tale accordo i funzionari potevano seguire le transazioni sospette, rendendo molto più difficile far uscire il denaro illegalmente.

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Senza paradisi fiscali, riciclare i soldi ed eludere i controlli sul capitale sarebbe praticamente impossibile. Dunque il secondo punto da affrontare è proprio quello dei paradisi fiscali. Sfortunatamente al mondo ce ne sono più di 60, i quali però sono in mano ad un pugno di paesi Occidentali: Unione Europea, USA e Inghilterra.
Gli stessi paesi che, come sottolinea ancora Hickel, sbandierano il loro impegno negli “aiuti umanitari”.

In conclusione, la strada che ci si augura di percorrere è certamente quella che porti ad un’integrazione vera dei paesi in via di sviluppo. In un contesto in cui accaparrarsi lo sbocco di mercato è più importante del benessere collettivo la sfida, però, sembra davvero ardua. Bisognerebbe ripensare alle geometrie economiche che si sono create finora, probabilmente sconvolgere i piani di commercio internazionale e redistribuire l’egemonia politica in modo da detronizzare i poli economici e ripartire come aggregato. Maledetti interessi economici, ci permetteranno mai di migliorarci davvero?

FONTI

https://www.wto.org/english/tratop_e/cusval_e/cusval_info_e.htm

https://www.wto.org/english/res_e/booksp_e/analytic_index_e/cusval_e.htm

http://www.gfintegrity.org/wp-content/uploads/2016/12/Financial_Flows-final.pdf

https://www.theguardian.com/global-development-professionals-network/2017/jan/14/aid-in-reverse-how-poor-countries-develop-rich-countries

http://data.worldbank.org/country/italy?view=chart

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