Mapuche: la resistenza del popolo della terra

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Il popolo oggi conosciuto come mapuche è l’unione di vari gruppi nativi del Centro-Sud degli attuali Cile e Argentina. La sua storia è strettamente legata a quella di questi territori. Il nome deriva da che, “gente”, e mapu, “terra”, ossia “gente della terra”. Tale appellativo è stato adottato a metà del XIX secolo ed è motivato dalla lotta che questi gruppi indigeni hanno portato avanti sin da allora contro lo Stato cileno e quello argentino, proprio a causa delle terre loro sottratte. Le ragioni e le dinamiche di questo conflitto sono molto articolate e la sua mancata risoluzione lascia una ferita aperta nelle società dei due Paesi.

Prima dell’arrivo degli spagnoli

Il territorio ancestrale dei mapuche, chiamato Wallmapu ( “la terra circostante”), oggi coincide grossomodo con la regione dell’Araucanía cilena e riuniva in epoca precolombiana numerose popolazioni. Nei secoli, queste adottarono la stessa lingua (il mapudungun), le stesse tradizioni e la stessa struttura sociale, contribuendo alla creazione di una cultura comune. Si stima che all’arrivo dei conquistadores circa un milione di indigeni abitassero nella regione. Tale espansione demografica era stata possibile grazie all’enorme vastità e ricchezza del territorio.

Questi popoli non aveva un potere centralizzato, ma la società era retta da un assetto di norme ben definite. Il territorio era diviso tra le diverse comunità, le lofches, ognuna guidata da un lonko. La sacralità della natura ne faceva il centro della cultura: secondo la cosmovisione mapuche l’uomo non può considerarsi superiore al suo habitat e la vita deve svilupparsi in simbiosi e profondo rispetto dell’ambiente.

La regione culla di queste comunità indigene è circoscritta da barriere naturali: a Nord il deserto di Atacama, a Sud la regione dei laghi, a Est la Cordigliera delle Ande e a Ovest l’Oceano Pacifico. Tuttavia, circa un secolo prima dell’arrivo degli spagnoli, la frontiera nord del Wallmapu fu attaccata dall’impero Inca. Dopo una grande battaglia, la più estesa civiltà delle Americhe arrestò la sua avanzata e si stabilì a nord del fiume Maule, dove sottomise le popolazioni della parte settentrionale della regione.

Gli inca trasmisero agli spagnoli il nome con cui si riferiranno a tali indigeni: araucanos, da cui viene anche quello della regione dell’Araucanía. Questi termini deriverebbero dal quechua awqa, che significa “ribelle”, “nemico”.

I popoli indigeni dell’America del Sud all’arrivo dei conquistadores

L’azione dei conquistadores

Con l’arrivo degli spagnoli, la resistenza armata per salvaguardare l’indipendenza del Wallmapu non cessò, anzi, fu motivo di allarme per le autorità coloniali. Diversamente da quanto avvenne per la conquista dei grandi imperi Inca e Azteco, i popoli indigeni in questione non avevano un vertice del potere da soggiogare e con cui successivamente sottomettere l’intera comunità. Le ripetute sconfitte e le pressioni della Corona forzarono infine i conquistadores a optare per una decisione unica nel continente: dei negoziati di pace. I primi furono firmati nel 1640 e instaurarono la frontiera tra mondo indigeno e mondo coloniale lungo il fiume Bío-Bío. Lungo la demarcazione geografica si crearono forti legami commerciali e la pace venne mantenuta. 

Queste disposizioni generarono enormi cambiamenti socio-economici presso i mapuche, che abbandonarono il ruolo di raccoglitori-cacciatori. Inoltre, alcuni gruppi indigeni, vista l’avanzata degli europei verso il Wallmapu, oltrepassarono le Ande e si installarono nelle pampas, che attualmente fanno parte del territorio argentino.

La strumentalizzazione della figura dell’araucano guerriero

Questo compromesso fu un’eccezione. Nel resto delle Americhe gli indigeni erano già stati sottomessi dalla Corona spagnola o erano perseguitati perché vi si piegassero. Gli abitanti del Wallmapu avevano invece acquisito dei diritti di indipendenza e sovranità territoriale ufficialmente riconosciuti dalla Spagna.  

Inizialmente, le indipendenze del Cile e dell’Argentina non toccarono la frontiera. I nuovi Stati non avevano giurisdizione sui territori mapuche, che rimasero indipendenti. Tuttavia, iniziavano i primi discorsi sull’integrazione di queste regioni alle nascenti nazioni.

I libertadores creoli che guidarono l’indipendenza del Cile, in mancanza di una storia propria che giustificasse l’emancipazione dalla Spagna, si appropriarono delle uniche vicende locali di resistenza all’invasione iberica: quelle degli indigeni contro i conquistadores. Così, la guerra d’indipendenza  diventò continuazione della lotta dell’araucano contro l’invasore spagnolo del XVI secolo. L’indigeno mapuche era rappresentato come difensore della libertà e dei valori della nuova patria.

Questa retorica contraddiceva la visione denigratoria che il creolo aveva nei confronti dell’indigeno. L’inclusione dei mapuche nel progetto nazionale sarebbe infatti durata ben poco, il tempo di consolidare la nuova repubblica. Le classi dirigenti bianche avrebbero mostrato da lì a poco la loro vera faccia, così come fecero sin dall’inizio in Argentina. Dall’altro lato delle Ande, la nascente nazione si presentò subito come figlia dell’Europa, escludendo a priori il suo passato e presente indigeno dal progetto nazionale.

La fine della frontiera

L’occupazione dell’Araucanía da parte dello Stato cileno iniziò nel 1861. In pochi anni, una serie di fattori permise allo Stato di penetrare nel Wallmapu, nonostante le forti resistenze. Dal lato argentino, la cosiddetta “Conquista del Deserto” per appropriarsi delle terre indigene nelle pampas fu avviata nel 1878.

A metà del XIX secolo, le economie delle due nazioni sudamericane avevano subito una forte recessione economica legata alla crisi del modello esportatore. In quel contesto, la possibilità di sfruttare le terre fino ad allora indipendenti apparve come una soluzione valida.

Allo stesso tempo, le classi dirigenti dei due Paesi, ammiratrici dell’Europa e desiderose di imitarla, incoraggiarono politiche migratorie dal Vecchio Continente verso le regioni del Centro-Sud. Gli europei erano accolti con la dotazione di un appezzamento di terra, sottratto molto spesso ai nativi. Lo scopo, oltre a quello di far aumentare la popolazione, era di educare i locali e soprattutto gli indigeni attraverso i valori del “progresso” personificati, secondo i governi, da questi nuovi coloni.

Infatti, nei discorsi ufficiali, a parte la parentesi dell’esaltazione del guerriero araucano, gli indigeni furono dipinti come dei barbari irrecuperabili, che ostacolavano il progresso delle nuove repubbliche. Andavano dunque esclusi o assimilati.
Questa retorica serviva a legittimare le azioni che gli Stati cileno e argentino avrebbero intrapreso nella seconda metà del XIX secolo contro gli indigeni. Come all’inizio della conquista spagnola del continente, la disumanizzazione dei popoli originari rendeva le loro terre res nullius, senza proprietari, e potevano dunque essere occupate.

La penetrazione dello Stato

Gli Stati invasero i territori indigeni e i mapuche furono confinati in reducciones, piccoli appezzamenti di terra, perlopiù improduttiva. La superficie totale di questi terreni rappresentava solo il 6,4% del Wallmapu. Il popolo guerriero perse così l’autonomia politica e i suoi membri vennero trasformati forzatamente in contadini o costretti a trasferirsi nei sobborghi delle nascenti città.

Durante il XX secolo, numerose manovre fraudolente sottrassero ulteriore territorio agli indigeni. La frammentazione territoriale, l’imposizione delle regole dello Stato e dei modelli sociali wincas (termine mapudungun per riferirsi ai bianchi) hanno messo in difficoltà la sopravvivenza della società mapuche. I nativi si sono dovuti adattare a forme di vita molto lontane dalle tradizioni ancestrali e incompatibili con la loro concezione di rapporto con la natura. Inoltre, nelle reducciones la scarsità del terreno lasciava ben poco con cui sostentarsi e gli indigeni si sono ritrovati in condizioni molto povere.

L’inizio del conflitto

La “pacificazione dell’Araucanía”, nome dato dallo Stato cileno tra il 1861 al 1883 alla campagna per occupare la regione, fu tutt’altro che pacifica. E la “Conquista del Deserto” dal lato argentino non coinvolse una zona desertica e disabitata, bensì i territori in mano ai nativi. Questi due processi segnarono l’inizio della strenua resistenza dei mapuche e del loro conflitto con gli Stati in cui vivono, che si protrae fino a oggi. Il grande paradosso è che oltre duecento anni di indipendenza cilena e argentina hanno significato per gli indigeni dell’Araucanía e delle regioni delle pampas la fine della loro autonomia. 

Le riforme agrarie promulgate nei due Paesi sudamericani fecero ben poco per restituire la terra ai mapuche, con l’eccezione della breve presidenza Allende in Cile. L’instaurazione della dittatura di Pinochet nel 1973 stroncò tale processo, oltre a eliminare la proprietà comune della terra, aumentare la repressione contro la resistenza indigena e promulgare una nuova legge per promuovere lo sviluppo forestale nelle regioni del Centro-Sud del Paese. Questa legge ridusse ulteriormente i territori degli indigeni e danneggiò quelli residui: le piantagioni intensive di alcuni tipi di alberi per l’industria del legno, come l’eucalipto e il pino, causano il deterioramento del suolo limitrofo.

Il modello neoliberale applicato durante il regime militare era orientato a uno sfruttamento illimitato delle risorse naturali. Queste nuove scelte economiche, che non cesseranno con la fine della dittatura, hanno ulteriormente minacciato la sopravvivenza dei mapuche.

Il popolo mapuche oggi

A partire dagli anni Novanta e in corrispondenza con i processi di transizione democratica, i movimenti indigeni di rivendicazione si sono rafforzati in tutto il continente. I mapuche, che oggi sono quasi il 10% della popolazione cilena con circa 1,7 milioni di persone, e poco più di 100.000 in Argentina, si sono uniti a questa tendenza e la loro voce si fa sempre più sentire.

La storia della colonizzazione e delle persecuzioni attuate contro il popolo mapuche si carica di ulteriore peso e significato se considerata per quello che è: un capitolo aperto. I soprusi da parte degli Stati e la resistenza indigena continuano al giorno d’oggi e, se possibile, hanno assunto negli ultimi anni toni ancora più estremi.

Ecco perché è fondamentale usare la lente delle vicende passate per indagare il presente: le ragioni del conflitto tracciano un continuum che permette di cogliere la complessità del tema. A questo proposito, espressioni come questione mapuche e questione indigena si incontrano spesso facendo ricerca sul tema. Sarebbe però riduttivo fermarsi a questo termine, come se la “questione” fosse un problema da risolvere. La strada per il superamento del conflitto è molto più complessa.

Si possono mettere a fuoco le criticità nella relazione tra il popolo mapuche e le realtà statali di Argentina e Cile partendo dai due principali motivi di scontro: il mancato riconoscimento giuridico della nazione indigena e la rivendicazione della proprietà territoriale. A questi punti cruciali si sommano la mancanza di dialogo (che va di pari passo con una componente di razzismo non sottovalutabile) e il ripetersi di episodi di violenza, diventati negli anni motivi a sé stanti di radicalizzazione.

Stati fondati sulla pretesa di omogeneità culturale

I principi su cui Argentina e Cile si sono costituiti come Stati sono il prodotto dell’epoca in cui è avvenuta la loro fondazione. Questi ideali ottocenteschi e di stampo europeo sono non solo anacronistici, ma furono una forzatura fin dall’inizio. L’ostentazione di omogeneità culturale non si è mai adattata al passato di migrazioni e mescolanze di popoli che appartiene a tutto il subcontinente latinoamericano, né tantomeno alla presenza di popolazioni antecedenti.

L’identità nazionale di questi due Stati fu costruita dalle élite coloniali, senza fare veramente i conti con le realtà plurinazionali sul loro territorio, come se Argentina e Cile fossero una sorta di prolungamento dell’Europa.

In virtù della “ragione di Stato” sono state alimentate per secoli dinamiche più o meno violente di assimilazione culturale dei popoli originari. Tutto questo va di pari passo ed è stato reso possibile dal fatto che al popolo mapuche (così come agli altri popoli indigeni dell’area) mancano gli adeguati riconoscimenti giuridici o, quando esistono, non vengono messi in pratica.

I riconoscimenti costituzionali

Nel caso del Cile, la Costituzione del 1980 (che è rimasta in vigore finora e che sarà cambiata solo al termine del processo costituente in corso) afferma che la sovranità ricade sulla Nación, senza menzionare gli altri popoli. L’unico riferimento nel testo parla di etnie, un concetto dal quale questi gruppi indigeni non si sentono rappresentati e che non comprende l’esercizio giuridico, così come non contempla il diritto all’autodeterminazione.

In Argentina, invece, la riforma costituzionale approvata nel 1994 ha creato un soggetto di diritto collettivo: la comunità indigena. Nel testo trova spazio la dichiarazione della sua preesistenza etnica e culturale, così come il possesso e la proprietà comunitaria delle terre in cui risiede tradizionalmente. A dispetto di questo importante riconoscimento normativo, la maggior parte delle comunità sta ancora aspettando che vengano loro restituite le terre, a causa degli enormi ritardi nella messa in pratica della legge (2006) che ne stabilisce i requisiti formali e l’effettività.

La disputa territoriale (e gli interessi economici)

Al concetto di autodeterminazione è strettamente legato il secondo nodo del conflitto mapuche, forse il più importante, costituito dalle frequenti violazioni del diritto alla terra.

Queste sono considerate tanto più gravi per il fatto che l’identità culturale mapuche ha un vincolo fortissimo con le terre ancestrali: non si tratta solo di sostentamento economico.

Come evidenziato dall’excursus storico, a partire dalla fondazione di Argentina e Cile, al popolo mapuche sono stati sottratti gran parte dei territori che questo occupava. I grandi gruppi industriali (soprattutto agricoli, forestali e idroelettrici, ma anche di altri settori) hanno da allora approfittato ampiamente della ricchezza di queste terre.

Tra i casi più famosi c’è quello che vede opporsi le comunità mapuche argentine al Gruppo Benetton, proprietario di più di 800 mila ettari di terre nelle province di Buenos Aires, Neuquén, Río Negro, Chubut e Santa Cruz.

Tante delle economie sudamericane sono fondate su una matrice produttiva che fa leva quasi esclusivamente sulle materie prime. Gli interessi in campo sono enormi e gli strumenti giuridici che dovrebbero regolarne l’equilibrio troppo deboli per opporsi all’esproprio irregolare delle terre mapuche.

Inoltre, in America latina, i popoli originari sono tra le prime vittime delle disuguaglianze socio-economiche e della crescita non equilibrata. L’Araucanía, per esempio, è una delle regioni cilene con il livello più alto di povertà, nonostante l’abbondanza di risorse naturali. In generale, i territori abitati dal popolo mapuche non solo sono molto ridotti rispetto al passato, ma sono anche caratterizzati da gravi carenze in termini di infrastrutture scolastiche, ospedali e vie di comunicazione.

Razzismo, stereotipi e assenza di dialogo

La considerazione dei mapuche è cambiata significativamente negli ultimi anni. Molte più persone si riconoscono come discendenti dei popoli originari, mentre in precedenza, a causa dello stigma sociale, sarebbero state riluttanti a identificarsi come indigene. La bandiera, i simboli e il patrimonio culturale vengono a poco a poco recuperati ed esibiti con orgoglio, anche con la finalità di dimostrare il proprio appoggio alla causa.

Per secoli non è stato così: la mentalità coloniale si era cristallizzata in una serie di comportamenti e formule retoriche che associavano gli indigeni a forme di “barbarie”. Non è esagerato considerare queste connotazioni dispregiative come espressioni di un razzismo strutturale.

Il riconoscimento dell’identità culturale mapuche consiste nel ridare dignità al loro patrimonio linguistico, costumi, cosmovisione e struttura sociale tradizionale.

Il rispetto e la disposizione a conoscere la storia e le specificità di ogni popolazione indigena sono il presupposto fondamentale perché Cile e Argentina facciano i conti non solo con il loro passato, ma anche con le componenti plurinazionali del loro presente. Dato che queste sono state negate finora, non si è potuto imbastire efficacemente il dialogo e di conseguenza l’agenda dei governi in merito alla “questione” mapuche è stata frammentata e incoerente. Sono mancati gli interlocutori e le basi per una rappresentanza politica proporzionata, il che ha vanificato tante delle battaglie portate avanti dai mapuche, come da altri popoli.

L’esasperazione della violenza

Anche quando si riuscirà ad avviare un dialogo costruttivo, ci si dovrà confrontare necessariamente con l’eredità difficile dei diversi episodi di violenza che hanno segnato il conflitto tra gli Stati e il popolo mapuche. Non sarà possibile voltare pagina come se i governi fossero estranei alla militarizzazione dei territori mapuche, come se l’assassinio di diverse persone per mano delle forze armate non fosse mai avvenuto.

L’identificazione degli indigeni come un “nemico interno” si è concretizzata a più riprese in azioni sistematiche contro le comunità, pianificate dagli stessi governi di Cile e Argentina. Scandali relativi all’addestramento di commandi specializzati e di autentiche montature volte ad alimentare la diffidenza verso il popolo mapuche hanno punteggiato la cronaca degli ultimi decenni.

Dalla prospettiva delle comunità mapuche e delle organizzazioni in difesa dei loro diritti, questo ha minato la legittimità dello Stato. Mentre la gran parte di queste realtà continua a resistere pacificamente al dispiegamento di attacchi militari nelle loro terre, alcuni settori più radicali hanno fatto propria una strategia di contrattacco, che prende di mira le proprietà e i patrimoni che offendono il loro diritto. Solo nell’anno 2018 sono stati registrati circa 350 incidenti, i più gravi veri attacchi incendiari, che hanno colpito macchine agricole e infrastrutture delle imprese forestali.

Il caso Luchsinger-Mackay

Nel gennaio del 2013, Werner Luchsinger y Vivianne Mackay persero la vita nell’incendio della loro tenuta agricola nei pressi della cittadina cilena di Vilcún. Per la morte della coppia, sulla settantina, fu condannato il machi (capo spirituale della comunità) Celestino Córdova. Fu trovato poco distante dal luogo con una ferita da proiettile, verosimilmente esploso dal revolver dello stesso Luchsinger. Si tratta di uno degli episodi più gravi del conflitto recente: Córdova fu condannato a 18 anni di carcere. Nell’estate del 2020 il machi e altri nove comuneros si sono appellati alla giustizia internazionale – chiedendo che Córdova potesse trascorrere sei mesi di arresti domiciliari, motivati dalla pandemia – e hanno compiuto alcuni mesi di sciopero della fame.

È uno dei tanti casi in cui è stata applicata la legge 18.314 contro rappresentanti della comunità mapuche. Più conosciuta come Legge antiterrorista, questa fu adottata nel 1984, durante la dittatura di Pinochet, e prevede la detenzione preventiva.

Ferite aperte del conflitto

L’incursione nella proprietà Luchsinger-Mackay segnava il quinto anniversario della morte di Matías Catrileo. Lo studente ventiduenne, mapuche, fu assassinato dai Carabineros mentre partecipava all’occupazione di un terreno nella stessa area. In quel caso, la Corte suprema di giustizia del Cile intervenne e, a dispetto della versione iniziale, determinò che non vi fu nessuno scontro né legittima difesa: l’ufficiale sparò “senza motivi razionali”.

Questo omicidio è dolorosamente analogo a quelli di Alex Lemún (2002), Jaime Mendoza (2009) e Camilo Catrillanca (2018). Nel 2005, il sedicenne mapuche José Huenante sparì a Puerto Montt mentre era in custodia di una pattuglia. In Argentina, nel 2017 persero la vita due giovani legati all’attivismo della causa indigena: Rafael Nahuel (mapuche) e Santiago Maldonado (vicino al movimento anche se non mapuche egli stesso, desaparecido durante una protesta e ritrovato senza vita due mesi dopo). Questi sono solo alcuni dei casi più recenti.

L’alterazione delle prove e i tentativi di depistaggio si aggiungono all’impunità delle forze armate, rendendo questi fatti ancora più gravi. Il continuo riaccendersi della violenza si è riflesso nei toni delle proteste legate alla causa mapuche: le manifestazioni, sia nelle terre mapuche che nelle città, terminano spesso nella repressione.

La storia e il conflitto vissuti dal popolo mapuche sono fortemente esemplificativi delle rimostranze di alcuni Stati, non solo nel continente americano, a fare i conti con le proprie radici. Eppure, qualcosa sta cambiando: in vista della stesura della nuova Costituzione, il dibattito è aperto in Cile riguardo al modello di “Stato plurinazionale” di cui Ecuador e Bolivia sono stati pionieri. Questo non sarebbe stato possibile senza l’azione di movimenti “dal basso” – sorti nell’ambito delle proteste iniziate nell’ottobre 2019 – con l’obiettivo dichiarato di provare a ricucire le ferite e restituire dignità ai popoli indigeni.

 

Fonti e approfondimenti:

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Molina P. “Mapuches en Chile: 4 claves para entender el centenario conflicto que enfrenta al pueblo indígena y el Estado (¿y podría cambiar algo con una nueva Constitución?)” BBC Mundo, 11/08/2020.

Pinto J., “La Formación del Estado y la Nación, y el Pueblo Mapuche”, Centro de Investigaciones Diego Barros Arana (Dibam), Santiago, 2003.

Salvat Bologna P. “Los mapuches y la razón de Estado” Nueva Sociedad, 11/2017.

SAN JUAN REBOLLEDO, Samuel. Mapuche nation: Concept, history and challenges present in Gulumapu-Araucanía. Cult.-hombre-soc.,  Temuco ,  v. 27, n. 1, p. 3-22,  jul.  2017.   

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Weber D. J., Bárbaros. Los españoles y sus salvajes en la era de la Ilustración, Barcelona, Crítica, 2013.

 

Editing a cura di Elena Noventa

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