Il Cile che cambia e rompe con il passato

Plaza Dignidad_aniversario 18-O

La mattina del 26 ottobre, le immagini di una gremita Plaza Dignidad sono tornate a occupare le copertine della stampa internazionale. Il 78% dei cittadini cileni ha detto sì alla riscrittura della Carta fondamentale, approvando l’inizio del processo costituente per eliminare il testo redatto durante la dittatura civico-militare. Il risultato eccezionale del referendum sulla nuova Costituzione del Cile è stato scandito dai titoli di prima pagina di un gran numero di testate, anche quelle che di solito dedicano un’attenzione molto limitata all’America latina.

Il Cile, in particolare, aveva colto di sorpresa il pubblico internazionale già un anno fa, iniziando una rivoluzione in realtà non così improvvisa. Non così improvvisa perché sarebbe bastato prestare più attenzione, avvicinare di più lo sguardo.

Mi ritengo estremamente fortunata per aver potuto osservare da vicino la realtà cilena. Allo stesso tempo sarei anche decisamente arrogante sostenendo di “conoscere a fondo” questo Paese. Non è mia intenzione. Quello che la mia esperienza mi ha insegnato è che bisogna guardare oltre le apparenze, e sei mesi vissuti a Santiago sono appena sufficienti per grattare la superficie. Non perché il popolo cileno sia distaccato o poco comunicativo, tutto il contrario. È perché l’immagine di benessere e progresso che questo Paese proietta (soprattutto verso l’esterno) non rispecchia a pieno la realtà politica e sociale infinitamente più complessa che c’è dietro.

Il Cile sta cambiando. Sta cambiando a un ritmo vertiginoso, che sfugge alle analisi e alle facili conclusioni. Anche inquadrare la portata del referendum che si è appena svolto non è così immediato. Sì, sul piatto c’è l’elaborazione della nuova Costituzione, ma non solo. Quello che bisogna mettere a fuoco sono le ragioni scatenanti di mesi di proteste e mobilitazioni di piazza, altrettanti mesi di violazioni di diritti umani da parte delle forze dell’ordine e prese di posizione governative che perpetuano l’impunità. E ancora, ci sono le marce contro la violenza di genere, contro la persecuzione dei popoli indigeni, per i diritti dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati… che vanno avanti da anni. Ci sono decenni di azioni politiche complici di un mercato che permea tutti gli ambiti della vita e rende i cittadini schiavi delle logiche di privatizzazione disumane. Soprattutto, ci sono trent’anni di transizione democratica a metà: la memoria storica di quello che è stato in dittatura e tutto quello che continua a essere, perché non è stato pienamente affrontato.

La Carta del 1980 influenza da vicino tantissimi aspetti della vita quotidiana. I discorsi sull’importanza di un testo costituzionale sono spesso intrisi di frasi fatte, ma è veramente così: nel caso del Cile, tante dinamiche istituzionali e politiche hanno potuto crearsi e consolidarsi solo grazie a questo impianto giuridico.
È estremamente significativo che il principale ideatore della Costituzione pinochettista, Jaime Guzmán, abbia  dichiarato il suo specifico intento, riflesso nel testo, di limitare il margine delle alternative democratiche: “La Costituzione deve creare le condizioni per cui, se gli avversari arrivassero a governare, siano costretti a seguire una linea d’azione non tanto differente da quella che noi stessi vorremmo”.
C’è un motivo ben specifico se la retorica del “miracolo cileno” ha potuto basarsi su una transizione pacifica, su anni di stabilità e di progresso economico. Tutto questo stava avvenendo a discapito delle fasce di popolazione che hanno dovuto sostenere un costo della vita sproporzionato e indebitarsi per avere accesso ai diritti fondamentali. La rottura con il passato è stata coscientemente evitata e alcune istituzioni dell’autoritarismo passato hanno continuato a esistere in democrazia.

L’insostenibilità dell’intero impianto statale ha causato uno strappo e l’insofferenza è riuscita a trovare un canale di espressione nel referendum di domenica scorsa. Ma ancora una volta, sarebbe limitante fermarsi alle apparenze e vedere l’imporsi dell’apruebo come una vittoria fine a se stessa. Il processo costituente comincia ora e gli stessi cittadini che hanno votato dovranno vigilare perché si svolga secondo i principi di partecipazione e inclusività che trascendono le logiche di potere tradizionali. I costituenti eletti che formeranno la Convenzione costituzionale dovranno essere capaci di rappresentare il nuovo Cile e il suo grande, radicale cambiamento. L’accordo per la pace sociale e la nuova Costituzione che doveva dare inizio al processo ha già attirato molte critiche in questo senso, riconducibili a una crisi profonda della rappresentatività tradizionale.

Il fatto che il popolo cileno non si riconosca nei suoi rappresentanti politici, a cominciare dal presidente, non è da ricondurre a una forma di depoliticizzazione. La società civile cilena ha una coscienza politica molto forte, che non può non colpire nel profondo: si nota nei discorsi, nella partecipazione alle manifestazioni (frequentissime), nella capacità di auto-organizzarsi e di dibattere con grande coscienza di causa, propria non solo delle persone che hanno avuto accesso a un certo tipo di istruzione. È come se la società si fosse allenata a ragionare in un’ottica critica e lucidissima, come se questa urgenza di trasformazione spingesse le persone a una sorta di irrequietudine costante e ansia di rivalutare le categorie imposte. La decostruzione del genere e dei ruoli imposti dal patriarcato, la messa in discussione della storia coloniale e del neoimperialismo trovano ogni giorno espressioni che sono avanguardia pura rispetto all’immobilismo a cui siamo abituati. C’è un estremo coraggio in tutto questo.

Questo atto di contestazione e risignificazione di ciò che è stato passa necessariamente attraverso i simboli. Può essere interpretato come una forma di ricerca di identità, propria dei periodi di transizione. Ecco quindi, che il Cile che cambia sente la necessità di modificare il nome delle vie e delle piazze: lo snodo centrale intitolato al Generale Manuel Baquedano (comandante nella campagna della Guerra del Pacifico), chiamato comunemente Plaza Italia da un insediamento di coloni, è ora Plaza Dignidad, in nome di una dignità riconquistata.
Gli eroi e i Libertadores che sono stati punti di riferimento del patriottismo cileno non rappresentano più il Paese, che sempre più prende coscienza delle parti più dolorose della propria storia. La bandiera cilena non sventola da sola nelle manifestazioni, ma si trova insieme a quella mapuche, alla whipala e ad altri simboli dei popoli indigeni. Ci sono anche i pañuelos verdes, il viola dei gruppi femministi e le bandiere arcobaleno LGBTQ+.

Il peso simbolico della Costituzione approvata in dittatura è un aspetto non così secondario. È questa la ragione per cui intervenire sul testo con emendamenti, per quanto radicali, non è bastato in passato e non basterebbe ora. La Costituzione del 1980 è l’emblema di una serie di compromessi tra Stato e logica di mercato, in cui la governabilità e la salvaguardia del potere economico hanno prevalso rispetto a una netta rifondazione. Questo contratto sociale basato sullo scendere a patti con ciò che la dittatura ha imposto ha avuto pesanti ripercussioni in termini di impunità. Il primo presidente del Cile democratico, Patricio Aylwin, ha rilasciato una dichiarazione esemplare nel 1990: “La coscienza morale del Cile esige che si faccia chiarezza sulla verità e che sia fatta giustizia, per quanto possibile”.

Accontentarsi di una giustizia “per quanto possibile”, di una democrazia “per quanto possibile” appare oggi, all’indomani del referendum cileno, inaccettabile. Il punto a capo del Cile comincia con una nuova Costituzione, che vedrà la luce (secondo il calendario attuale) nel 2022. Nello stesso anno entrerà in carica anche un nuovo presidente.
Da qui ad allora, certamente, continuerà l’azione della società civile per riformare tanti aspetti dell’impianto e del funzionamento dello Stato che hanno dato origine a un sistema di disuguaglianze. Il grande cambiamento del Cile avanza.

Un Paese che tende a sminuirsi e a considerarsi la periferia del mondo ha dato una grande lezione di come la riflessione sulla società si traduce in azione, di come si creano spazi di dibattito e decostruzione di un modello quando questo è sentito profondamente inadeguato. Al popolo cileno, motore del cambiamento, va tutto il merito di questa fondamentale rottura con il passato.

Be the first to comment on "Il Cile che cambia e rompe con il passato"

Rispondi

Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: