Antagonismo e dialogo al 38° parallelo: l’influenza della Guerra Fredda nei rapporti tra le due Coree

Progetto Coree
Remix dalle immagini di OpenClipArt-Vectors da Pixabay, di Darwinek, CC BY-SA 3.0 da Wikimedia, di Uwe Brodrecht da Flickr

L’alternarsi di momenti di tensione e distensione, a causa dell’adozione di strategie completamente opposte di engagement o di contenimento, caratterizza le relazioni tra Seoul e Pyongyang da oltre settant’anni. Ciò che accade sulla penisola coreana è il risultato di un delicato e fragile incastro di fattori interni e dinamiche esterne. Perché, per esempio, dopo i tre storici incontri tra i leader Moon Jae-in e Kim Jong Un – che sembravano poter mettere sul binario giusto il dialogo inter-coreano – nel giugno 2020 il regime di Pyongyang ha ordinato la distruzione dell’Ufficio per le relazioni inter-coreane?  

Per capirlo, è necessario fare un tuffo nel passato e analizzare le relazioni tra le due Coree dalla Guerra Fredda. La rivalità tra le due superpotenze ha influenzato le relazioni sulla penisola coreana fin dal 1945, anno della sua divisione al 38° parallelo.

La Corea dopo il conflitto fratricida

La guerra di Corea (1950-1953) fu il primo tentativo (fallito) di riunificazione della penisola. Finì per congelare la divisione tra le due Coree da un punto di vista geografico e per radicalizzare il conflitto identitario. Sia Seoul sia Pyongyang rivendicavano di essere il solo e legittimo rappresentante della popolazione coreana, rifiutando di riconoscere l’esistenza dell’avversario e interrompendo i rapporti diplomatici con chiunque lo facesse. Questa rivendicazione divenne un elemento fondativo per l’identità nazionale di entrambi i Paesi.

Al Nord

Con la fine del conflitto fratricida, la Corea del Nord (DPRK) si trasformò progressivamente in un regime personalistico altamente centralizzato attorno alla figura di Kim Il Sung – nonno di Kim Jong Un. Dopo aver eliminato gli oppositori politici nel Partito nordcoreano dei lavoratori, Kim si dedicò alla creazione di un sistema ideologico con al centro il culto della propria persona e fondato su due pilastri:

  • il sistema del Suryong (leader supremo), basato su economia pianificata, presenza di un solo partito di massa e monopolio dei mezzi di comunicazione;
  • l’ideologia della Juche, concetto che può essere tradotto come indipendenza politica, “autosufficienza” economica, dei mezzi di difesa e di sicurezza.

In quel momento, la sopravvivenza di Pyongyang dipendeva dall’Unione Sovietica e dalla Repubblica Popolare Cinese. Si stima che tra il 1946 e il 1984, insieme fornirono a Pyongyang oltre USD 4.75 miliardi in aiuti economici, che vennero utilizzati per la ricostruzione del Paese secondo il modello sovietico della pianificazione pluriennale. Questa dipendenza dalle potenze esterne portò Kim a esaltare una presunta autonomia e le virtù dell’identità “coreana”, che sarebbe stata la vera artefice dello sviluppo della nazione. La combinazione del Suryong e del propagarsi della Juche all’interno di ogni aspetto della società portarono all’affermazione dello Stato-partito e all’annullamento dell’economia di consumo. La DPRK divenne così una dittatura dinastica

Al Sud

Anche la Corea del Sud (ROK) versava in una situazione di totale dipendenza economica nel dopoguerra. Stretta alleata degli Stati Uniti, tra il 1946 e il 1978 Seoul ricevette da Washington oltre USD 12 miliardi in prestiti e sovvenzioni. Tuttavia, la ricostruzione e la ripresa economica non cominciarono nell’immediato dopoguerra, poiché l’allora dittatore Rhee Syngman era più interessato a mantenere il proprio potere personale che a risollevare le sorti del Paese. Dopo un periodo di forte agitazione politica, Rhee venne deposto nel 1961 con un colpo di stato organizzato dal leader militare Park Chung Hee.

Sotto Park, si affermò una dittatura militare improntata allo Stato “sviluppista”. La priorità divenne lo sviluppo economico, che lo Stato incentivava attraverso aiuti sostanziali all’imprenditoria privata (prestiti bancari a tasso agevolato, agevolazioni fiscali o sussidi diretti). Il PIL sudcoreano crebbe dal 4% del 1961 al 9% del 1963, attestandosi successivamente attorno all’8%. La crescita economica e la rapida industrializzazione avrebbero reso la ROK una delle quattro “tigri asiatiche” – assieme a Hong Kong, Singapore e Taiwan – fino alla crisi economica del 1997.

La Dichiarazione congiunta del 1972

Fino ai primi anni Settanta, il dialogo tra le due Coree fu praticamente inesistente. Seoul e Pyongyang erano schierate su fronti opposti, influenzate dalle dinamiche di gioco a somma zero tra le due superpotenze. Fu dunque una dinamica del conflitto bipolare – la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e il riavvicinamento tra Pechino e Washington sotto la Presidenza Nixon – a favorire la prima forma di dialogo sulla penisola. 

A seguito della visita di Nixon a Pechino nel 1972 e del ritiro di oltre ventimila truppe statunitensi dal suolo sudcoreano, il generale Park cominciò a mettere in dubbio l’impegno dell’alleato statunitense nei confronti di Seoul. Spaventato dalle possibili conseguenze del gesto americano e temendo che la ROK venisse abbandonata, Park cercò di creare un “ponte” con il regime di Pyongyang. Nonostante non sia ancora chiaro come siano iniziati i primi contatti, sappiamo che all’inizio del 1972 la Croce Rossa portò avanti una sorta di “negoziato umanitario” per permettere il ricongiungimento delle famiglie separate dalla divisione al 38° parallelo.

Nel frattempo, Lee Hu-rak – capo dei servizi segreti sudcoreani – e Kim Yong Ju – il fratello minore di Kim Il Sung – avviarono un negoziato diplomatico che portò alla firma della Dichiarazione congiunta del 1972. Questo documento rappresenta non soltanto la prima forma di dialogo inter-coreano ma anche il primo tentativo concreto di costruire fiducia reciproca, attraverso tre punti:

  • indipendenza dalle interferenze esterne;
  • pace come strumento di riunificazione della penisola;
  • unità nazionale al di là delle differenze ideologiche, politiche e simboliche. 

Pietra miliare nelle relazioni tra i due Paesi, la Dichiarazione congiunta non riuscì tuttavia a produrre risultati concreti, anche a causa di un nuovo stravolgimento nel rapporto tra le superpotenze. L’elezione di Reagan nel 1980 e l’inizio della cosiddetta “seconda Guerra Fredda” fecero venire meno le condizioni che avevano favorito il dialogo sulla penisola. 

La fine della Guerra Fredda

La fine degli Ottanta e del conflitto bipolare portarono a due cambiamenti sostanziali. Con il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura cinese sotto la guida di Deng Xiaoping, Pyongyang cominciò a temere per la propria sopravvivenza, sentendosi abbandonata dai suoi alleati principali. Questa paura avrebbe portato all’intensificazione del programma nucleare nordcoreano, che continua ancora oggi sotto la guida di Kim Jong Un.

La Corea del Sud divenne una democrazia nel 1987, dopo un periodo segnato da spargimenti di sangue e prese di potere con la forza. Nel 1979, il generale Park era stato assassinato dall’allora direttore della KCIA (Korean Central Intelligence Agency). Nello stesso anno, Chun Doo-hwan – generale e leader del gruppo Hanahoe, una frangia dell’esercito che manovrava per riportare i militari al potere –  aveva realizzato il secondo colpo di stato militare.

Tristemente conosciuto per il suo ruolo nel massacro del Gwangju – la violentissima repressione della rivolta popolare nella città di Gwangju nel 1980 – nel 1987 Chun fu costretto ad accettare la transizione democratica. La società sudcoreana era ormai cambiata e con un ceto medio sempre più importante e un buon livello di istruzione, chiedeva a gran voce di poter esprimere le proprie opinioni politiche.

La Nordpolitik

Roh Tae-woo – primo presidente dopo la transizione democratica – aprì una nuova fase nelle relazioni inter-coreane. Roh mise in campo una strategia di politica estera che puntava a stabilire relazioni economiche e politiche con i Paesi alleati della DPRK. Oltre a garantire prosperità economica alla ROK, l’obiettivo era quello di incentivare Pyongyang a seguire i suoi principali alleati, migliorando così le relazioni inter-coreane. Tale strategia prese il nome di Nordpolitik – in analogia con la Ostpolitik di Willy Brandt – e portò al riconoscimento diplomatico tra Seoul e Mosca nel 1991 e con Pechino nel 1992, ma non alla normalizzazione diplomatica delle relazioni inter-coreane.

Tuttavia, con la Nordpolitik riprese il dialogo intergovernativo che portò alla firma del cosiddetto Accordo Quadro nel 1992. L’accordo reiterava i tre concetti cardine della Dichiarazione Congiunta del 1972 aggiungendo riconciliazione, non-aggressione e scambi commerciali e cooperazione. Venne anche firmata la prima Dichiarazione per la denuclearizzazione della penisola, un documento che aspirava alla rimozione totale del nucleare dalla penisola, stabilendo il solo uso pacifico della tecnologia nucleare e proponendo la creazione di organismi di reciproco controllo.  

Sopravvivenza a rischio

Nonostante le premesse, neanche la Nordpolitik di Roh riuscì a portare un cambiamento duraturo nei rapporti della penisola. In primis, poiché il mandato alla presidenza sudcoreana è quinquennale e non rinnovabile, vi è sempre il rischio che le politiche sudcoreane vengano stravolte da una presidenza all’altra. Nondimeno, Kim Jung-sam – successore di Rho – mantenne un atteggiamento poco coerente nei confronti di Pyongyang, oscillando tra posizioni di contenimento e di apertura, che non portarono ad alcun passo avanti.  

Ancor più importante fu il fatto che nel 1994 la situazione politica a Nord della penisola era già cambiata. Con il crollo dell’Unione Sovietica, Pyongyang perse il principale mercato per i propri prodotti e il suo fornitore primario di risorse energetiche. Il crollo del 20% del commercio estero, unito a condizioni climatiche avverse e al fallimento del sistema di distribuzione del cibo portò a una crisi alimentare e a una carestia durata fino al 1998 – per la quale morirono circa due milioni di persone. Sempre nel 1994, un altro evento scosse profondamente la DPRK: la morte di Kim Il Sung, unico “Grande Leader” ed “eterno Presidente” della Corea del Nord. 

La carestia e la prima successione dinastica misero a rischio la stessa esistenza del regime di Pyongyang. Di conseguenza, la DPRK si concentrò sulla propria situazione interna e il dialogo con la controparte a Sud entrò per l’ennesima volta in pochi anni in una nuova fase di stallo, che si sarebbe risolta soltanto con l’arrivo di Kim Dae-jung alla Casa Blu nel 1997.

 

Fonti e approfondimenti

Cavazos, Roger, “L’economia al servizio del Grande Leader”, in Berkofsky Axel e Fiori Antonio, Enigma Corea del Nord: storia e segreti di una nuova potenza atomica, ISPI, pag. 39-58, 2017.

Fiori, Antonio, “L’Asia orientale dal 1945 ai giorni nostri”, Il Mulino, 2010.

Fiori, Antonio, “«Nel nome del padre» le due successioni a confronto”, in Berkofsky Axel e Fiori Antonio, Enigma Corea del Nord: storia e segreti di una nuova potenza atomica, ISPI, pag. 13-38, 2017.

Milani, Marco, “L’evoluzione storica delle relazioni inter-coreane, dal 1948 ai giorni nostri”, in Berkofsky Axel e Fiori Antonio, Enigma Corea del Nord: storia e segreti di una nuova potenza atomica, ISPI, pag. 101-120, 2017.

Savada, Andrea Matles ed., “North Korea: A Country Study”, Washington: GPO for the Library of Congress, 1993.

Seth, Michael J., “An Unpromising Recovery: South Korea’s Post-Korean War Economic Development: 1953-1961”, Asian Studies, Volume 18:3, 2013.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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