Ricorda: la gloriosa apertura che cambiò la Cina 1978

Dopo due anni di tensioni tra il 1976 e il 1978 all’interno della politica cinese, quaranta anni fa Deng Xiaoping si affermava come nuovo leader che avrebbe traghettato la Cina nell’era del post-maoismo. La morte del Grande Timoniere nel 1976 aveva lasciato in eredità anche gli ultimi strascichi della Rivoluzione Culturale (1966-1976). Nonostante ciò Deng Xiaoping, con il supporto di Zhou Enlai fino al 1976, pianificò le quattro modernizzazioni e iniziò il periodo che viene generalmente ricordato come l’era della “apertura”. Le modernizzazioni di agricoltura, industria, militare e scientifica dovevano essere i pilastri principali su cui basare lo slancio che di lì a pochi anni la società, l’economia e la politica cinese avrebbero intrapreso.

Da sottolineare è che la seconda generazione di leader comunisti in Cina viene definita così perché formalmente c’è stato un rinnovamento nei ranghi più alti della politica e non per un effettivo cambiamento. Infatti Deng Xiaoping ha percorso tutti i passi che hanno portato la Cina a diventare, il 1 ottobre 1949, un paese comunista. Dalla Lunga Marcia del 1936-38, al Grande Balzo in Avanti del 1958, fino al successivo decennio della Rivoluzione Culturale tra il 1966 e il 1976 sono stati passaggi segnanti per la vita di Deng. Dall’essere uno dei pochi superstiti di una marcia senza fine, all’essere purgato più di una volta da Mao Zedong poiché il suo pensiero non era fedele alla linea radicale maoista.

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L’apertura del 1978 ha portato allo stabilimento delle prime Zone Economiche Speciali (ZES), ovvero delle aree urbane sulla costa meridionale della Cina dove l’economia poteva essere regolata dal mercato e non solo dalla pianificazione quinquennale dettata da Pechino. Qualche mese dopo il 3° Plenum del 15° Congresso del Partito Comunista Cinese vennero stabilite quattro zone, ovvero: Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen. Queste furono le prime città che iniziarono ad attirare capitali esterni e a far crescere l’economia cinese, completamente fermata dalle politiche economiche erronee del Grande Balzo in Avanti e dalla ferocia ideologica dell’ultima rivoluzione maoista: Rivoluzione Culturale.

Nel solo 1978 la crescita del PIL cinese fu dell’11,7%. Questo ovviamente non deve far credere a una crescita perfetta e omogenea della popolazione cinese. Infatti, ricordando la retorica di Deng dell’arricchimento prima della parte costiera e poi del paese in generale, ha da subito fatto emergere un problema che oggi è ancora molto presente nel paese e a cui l’attuale leader Xi Jinping sta provando a far fronte: la diseguaglianza. Secondo i dati della Banca Mondiale il Coefficiente di Gini in Cina nel 2012 era del 4.2, ovvero un paese la cui disuguaglianza è ancora molto evidente e dilagante. La disuguaglianza forte all’interno di una società porta non solo a un indebolimento della vita sociale e a un inasprimento del conflitto, ma potrebbe anche porre delle questioni di stabilità politica. Infatti, soprattutto il divario ancora forte che esiste tra le campagne e le città è molto importante nonostante lo slancio di liberalizzazione iniziato nel 1978, ravvivato durante gli anni ’90 e spinto ancora più fortemente nell’ultimo decennio. Questo è dovuto anche al sistema hukou stabilito nel 1950 da Mao Zedong e non modificato da Deng Xiaoping, se non in piccolissime parti e per specifici obiettivi. Il sistema hukou si basa sulla impossibilità per i cittadini cinesi di beneficiare dei propri diritti se si spostano per motivi di lavoro in un’aerea geografica non esplicitamente scritta sul documento di identità. Deng utilizzò questo sistema a proprio favore per dare delle deroghe a una parte di popolazione rurale, la quale ha avuto la possibilità di andare a lavorare nelle ZES che mano a mano venivano stabilite dal 1978 in poi.

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Questo sistema ha dato la possibilità di far crescere ancora di più la Cina grazie al c.d. vantaggio comparativo del costo del lavoro. L’abilità di Deng di far cambiare il Paese passando da un’economia unicamente pianificata a un’economia che iniziava ad assorbire anche elementi del mercato internazionale ma senza mai rinnegare il passato comunista e, anzi, riaffermandolo ancora più fortemente, ha segnato il superamento ideologico-economico nei confronti dell’URSS. Il socialismo reale cinese, infatti, venne definito “socialismo con caratteristiche cinesi” proprio negli anni in cui Mosca accelerava le procedure per il suo disfacimento, dovuto anche ai grandi limiti di prospettiva del socialismo russo.

Quaranta anni fa Deng Xiaoping ha dato avvio a un ciclo economico virtuoso che ha portato la Cina ad essere progressivamente sempre più influente nel mondo economico e politico internazionale. La stabilità che riuscì a imprimere al modello chiamato “autoritarismo di sviluppo” fu però anche intramezzata da momenti di tragica repressione, come avvenne il 4 giugno 1989 a Piazza Tiananmen. Questo però non ha limitato la forza del regime politico, caratteristica di molti stati asiatici, che ha permesso di mantenere una solida base di consensi da parte del popolo grazie alla crescita così prolungata delle condizioni di benessere e degli standard di vita. Dal 1983 al 2011, con alcuni intervalli di forte flessione dovuti anche a questioni politiche, la Repubblica Popolare Cinese ha vissuto una crescita del PIL impressionante, con una media oltre il 10%.

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Questi quarant’anni hanno dato nuovo slancio alla società, con un abbassamento delle percentuali dei militari coinvolti nel Politburo Permanente e nel Politburo, a scapito di una maggiore professionalizzazione delle cariche politiche maggiori. Le università, dopo la coda del maoismo più ferreo, hanno iniziato a funzionare e, durante gli anni ’90, hanno anche visto dei primi programmi di investimenti importanti da parte del governo. Certo è da dire che l’autoritarismo di sviluppo è un modello politico che non fa coincidere forzatamente sviluppo e democratizzazione, facendo anche cadere alcuni degli assunti che per lungo tempo hanno retto l’intero sistema degli studi politici di quelli che erano considerati i migliori politologi occidentali.

Fonti e Approfondimenti

https://data.worldbank.org/indicator/SI.POV.GINI?locations=CN

Vogel, E., Deng Xiaoping and the Transformation of China, Belknap Press, 2013

Benson L., La Cina dal 1949 a oggi, Bologna, Il Mulino, 2011

Minxin P., Is China Democratizing? Ignorance and Reality, Foreign Affairs, vol. 77, no.1, 1998

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