L’altra metà del cielo: il movimento femminista in Cina

@LoSpiegone

Con il nostro ultimo articolo sulle comfort women in Corea, abbiamo iniziato ad addentrarci nei meandri della condizione femminile in Asia. In questo articolo, apriamo il vaso di Pandora della Cina, che per il quinto anno di fila è riuscita a peggiorare la propria posizione nel Global Gender Gap Report stilato dal World Economic Forum nel 2018, classificandosi 103° su 149 Paesi del mondo.

I media cinesi danno versioni diversificate e contraddittorie della questione, a volte ponendo l’accento sui progressi raggiunti recentemente, altre volte puntando i riflettori sulle lotte che gruppi sempre più agguerriti di donne sempre portano avanti da almeno un ventennio. Ma cosa sappiamo veramente del movimento femminista in Cina?

Il femminismo di Stato e l’ACWF

Nonostante il ruolo della donna nell’area si sia evoluto attraverso l’intersezione di culture molto diverse tra loro, è con l’affermazione di supremazia della tradizione confuciano-patriarcale della dinastia Han, nel 200 a.C., che le donne cinesi hanno iniziato a essere relegate in un ruolo subordinato agli uomini. Da allora, le norme socialmente imposte della femminilità le hanno limitate socialmente e fisicamente per secoli, come nel caso dei piedi fasciati (considerata a lungo una pratica di bellezza, ma bandita come mutilatoria nel 1911).

Il vero spartiacque per i diritti delle donne in Cina fu la Rivoluzione Comunista che portò al potere il Partito Comunista Cinese (PCC) nel 1949: Mao Zedong aveva a lungo immaginato l’emancipazione femminile come una liberazione attraverso il lavoro, considerando l’equa partecipazione delle donne nella società e nell’economia come elemento indispensabile per la prosperità della nazione.

Per aiutare le donne a uscire dal focolaio domestico, Mao capì che andava riformata innanzitutto un’istituzione chiave come la famiglia. Ecco perché il primo atto ufficiale del nuovo governo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) fu la legge sul matrimonio del 1950, con cui vennero abolite pratiche feudali come il matrimonio forzato e il concubinaggio, e vennero garantiti alle donne il diritto di proprietà, di avviare le pratiche per il divorzio e di mantenere il proprio cognome da nubile anche dopo le nozze.

Così, le donne cinesi fecero il loro ingresso nella forza-lavoro e iniziarono a sostenere effettivamente l’“altra metà del cielo”. Seguirono altre riforme per ottenere eque opportunità d’istruzione e salario, e lo status economico e sociale delle donne raggiunse dei traguardi mai visti prima, dentro e fuori dal Paese. Nessuno di questi grandi cambiamenti sfuggì mai al controllo del PCC. Nel 1949, il Partito creò quella che è ancora oggi l’organizzazione ufficiale della RPC per la difesa dei diritti delle donne e la promozione dell’uguaglianza di genere: l’All-China Women’s Federation (ACWF).

Anche se, dal 1995, l’ACWF ha adottato lo status di ONG (Organizzazione Non-Governativa) nel tentativo di ottenere riconoscimento e fondi a livello internazionale, per molte persone è difficile dimenticare i suoi stretti legami con il PCC – del quale ricalca la struttura amministrativa. La principale critica che viene mossa verso l’organizzazione, infatti, è quella di anteporre gli interessi del Partito a quelli delle donne che dovrebbe difendere. Come ha sottolineato la studiosa Alice Hu, il femminismo di Stato cinese è stato per lungo tempo un efficace strumento di controllo sociale, seppur emancipatorio sotto alcuni punti di vista.

Il panorama femminista dopo le riforme di mercato

Sul finire degli anni ’70, le riforme di mercato di Deng Xiaoping complicarono il ruolo delle donne nella società cinese: per loro, il lavoro garantito nell’economia progressivamente liberalizzata significava dover competere con gli uomini pur essendo ancora soggette a gravi discriminazioni (come il licenziamento senza giusta causa).

Da allora, la regressione della posizione socio-economica delle donne cinesi è stata lenta, ma continua. Divario salariale, violenza domestica, molestie sessuali sul luogo di lavoro e sfruttamento sessuale sono tutte questioni attualissime nella RPC, di fronte alle quali il femminismo statale risulta più obsoleto che mai.

Dagli anni ’80, nuove ONG e movimenti indipendenti hanno iniziato a battersi per i diritti delle donne, beneficiando della graduale apertura del Paese per entrare in contatto con gruppi femministi esteri. La quarta Conferenza mondiale sulle donne delle Nazioni Unite, tenutasi a Pechino nel 1995, fu un’opportunità cruciale per le attiviste cinesi per raccogliere sostegno esterno e iniziare a sfidare il femminismo statale – come fa da vent’anni il Young Feminist Activism (YFA). Nonostante le minacce da parte di polizia e governo siano all’ordine del giorno, l’YFA continua a trarre linfa dalle nuove generazioni nate dagli anni ’80 in poi, aperte verso il mondo esterno e desiderose di sfidare lo status quo.

Il China’s Women’s Rights Action Group

Emblematico è il caso delle cosiddette Feminist Five, cinque attiviste del China’s Women’s Rights Action Group (un gruppo femminista diventato in breve tempo simbolo dell’YFA), che sono state arrestate alla vigilia della Giornata Internazionale delle Donna del 2015 con l’accusa di stare progettando dei “disordini”.

In realtà, Wu Rongrong, Zeng Churan, Li Maizi, Wang Man e Wei Tingting stavano organizzando a Pechino, Guangzhou e Hangzhou, insieme ad altre attiviste, delle proteste pacifiche contro le molestie sessuali sui mezzi di trasporto, durante le quali era prevista la distribuzione di materiale critico verso l’operato della polizia. In Cina, è pratica comune per le forze di sicurezza trattenere informalmente le persone manifestanti per un breve periodo. Le Feminist Five sono state incriminate e trattenute in prigione per 5 settimane: il rischio di una condanna penale senza processo era altissimo.

È stato solo grazie alla risonanza che il caso ha ottenuto a livello internazionale, tramite social media e canali di informazione non ufficiali, se le cinque attiviste sono state rilasciate. One Billion Rising, Hillary Clinton, John Kerry e Samantha Power sono solo alcune delle personalità e dei movimenti che sono intervenuti con dichiarazioni in loro sostegno, lanciando l’hashtag #FreeTheFive su Twitter.

Fino a una decina di anni fa, una reazione così immediata e diffusa sarebbe stata impensabile, e le Feminist Five sarebbero rimaste tagliate fuori dal resto del mondo. Oggi, e le attiviste per i diritti delle donne in Cina hanno stretto legami con gruppi femministi di ogni parte del globo.

D’altronde, le attiviste dell’Action Group sono famose per l’intraprendenza delle loro proteste, tanto da essere state soprannominate “femministe da guerrilla”. In una manifestazione contro la violenza di genere del 2012, Li Maizi, Wei Tingting e altre attiviste hanno esibito degli abiti da sposa insanguinati e dei lividi dipinti in faccia, marciando per una delle vie più affollate di Pechino con dei cartelli che recitavano slogan come La violenza è di fianco a te, resti ancora in silenzio?!.

Seppur applaudite dalla maggior parte dei media stranieri, le femministe dell’YFA sono anche state tacciate da alcuni critici di elitismo di classe media. La reintegrazione della Cina nel capitalismo globale, negli ultimi quarant’anni, ha portato alla luce delle discrepanze di classe senza precedenti, sottolineando la necessità di intersecare la lotta per la giustizia di genere con quella per la giustizia di classe (secondo quello che si definisce un approccio femminista intersezionale).

Tuttavia, le critiche mosse verso l’YFA sembrano poco fondate, dal momento che molte delle battaglie del movimento riguardano categorie di persone lasciate ai margini della società (donne migranti, lavoratrici sessuali, contadine, collaboratrici domestiche). Lo stesso Action Group si batte per i diritti economici delle donne nelle zone rurali del Paese.

Ancora molta strada da fare per i diritti umani delle donne

L’articolo 48 della Costituzione cinese dichiara che “le donne della Repubblica Popolare Cinese godono di diritti uguali a quelli degli uomini in tutti gli ambiti della vita” e che “lo Stato protegge i diritti e gli interessi delle donne”.

Eppure, la Cina non ha ancora una legge che tuteli le donne dalla violenza sessuale, e nemmeno una vera definizione giuridica di quest’ultima, parafrasata di solito in tribunale come “violazione dei diritti della personalità”. Grazie alle pressioni del movimento #MeToo cinese, una bozza di legge è in via di approvazione nel Congresso Nazionale del Popolo (il parlamento cinese), ma bisognerà aspettare almeno il 2020. Fino a marzo del 2016, inoltre, in Cina non esisteva nemmeno la legge contro la violenza domestica.

Al contrario, è tuttora in vigore la legge per “la detenzione e la rieducazione delle persone coinvolte nella prostituzione”, che significa che la polizia è autorizzata a trattenere arbitrariamente le persone che svolgono lavoro sessuale e rinchiuderle in un centro di riabilitazione, senza processo, per un massimo di 2 anni.

È chiaro che il governo cinese non può permettersi altri incidenti come quello delle Feminist Five, se vuole evitare di perdere ulteriore terreno nella comunità internazionale. Organizzazioni come l’Action Group condividono idee con movimenti femministi di altre parti del mondo, ma funzionano nell’unicità del proprio contesto culturale proprio perché riflettono le preoccupazioni comuni alla maggior parte della popolazione – dalla violenza domestica alla necessità di costruire più bagni pubblici per le donne.

Il movimento per i diritti delle donne nato dopo la Rivoluzione è stato a lungo ancorato a considerazioni di sviluppo economico, piuttosto che ai diritti umani. Per il PCC, potrebbe essere arrivato il momento di iniziare a trattare la questione come una priorità in sé e per sé. Per usare le parole di Alice Hu, se le donne sono metà del cielo, il governo cinese dovrebbe iniziare a sostenere la sua parte.

 

Fonti e approfondimenti

Hu, Alice, “Half the Sky, But Not Yet Equal: China’s Feminist Movement”, Harvard International Review, 2016

Made in China Journal, “Smashing the Bell Jar – Shades of Gender in China”, Volume 4, Issue #1, gennaio – marzo 2019, ISSN 2206, 9119

China Files – Reports from China, “Speciale – Come se la passa l’altra metà del cielo?”, 21/02/2019

Aljazeera, “When will China implement laws to combat sexual harassment?”, 15/09/18

Amnesty International, “Two Years On: Is China’s Domestic Violence Law Working?”, 07/03/18

 

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