L’altra America: Cuba

In questo nuovo articolo de “L’altra America” presenteremo brevemente la storia della Repubblica di Cuba, ultima oasi del socialismo reale ed esempio di resistenza nei confronti dell’imperialismo statunitense. Una terra di miti in cui la tendenza alla conservazione si è spesso sostituita alla transizione.

La Repubblica di Cuba è un arcipelago che comprende l’omonima e principale isola, la Isla de la Juventud e circa 1600 isole e isolotti. Cuba è la maggiore isola delle Grandi Antille ed è bagnata dalle acque del Mar dei Caraibi, del Golfo del Messico e dell’Oceano Atlantico. Si trova inoltre a poco più di 150 km dalla Florida (USA) e a circa 200 km dallo Yucatan (Messico). La capitale è La Habana.

Cenni storici: l’indipendenza, la dittatura di Batista e la rivoluzione castrista

Nella seconda metà dell’Ottocento l’insofferenza della borghesia creola nei confronti dell’influenza spagnola portò allo scoppio della guerra dei dieci anni (1868-1878) e della piccola guerra (1879-1880). Seppur con esiti negativi, queste due esperienze possono essere considerate il primo vero tentativo dei cubani di ottenere l’indipendenza. Il personaggio simbolo di questo periodo è José Martí, intellettuale, giornalista e rivoluzionario considerato il “padre della patria”. Esule negli Stati Uniti dopo l’accusa di tradimento da parte del governo spagnolo, Martí teorizza la costruzione della nazione cubana a partire dal basso, conciliando rivoluzione e democratizzazione. Con questo scopo fonda nel 1892 il Partito rivoluzionario cubano, basato su un programma indipendentista e nazionalista, in un quadro di lotta anticoloniale e di recupero dell’identità latinoamericana contro la tirannia statunitense. Muore nel 1895 durante la guerriglia che coordinava e a lui va riconosciuta la precoce e lucida consapevolezza circa le mire egemoniche degli Stati Uniti sulla sua terra. L’indipendenza di Cuba dal dominio coloniale spagnolo, infatti, fu il prodotto del nascente interventismo statunitense: l’evento decisivo fu la Guerra ispano-americana che scoppiò nel 1898 e si concluse in circa quattro mesi con la vittoria degli USA. Con il Trattato di Parigi, firmato il 10 dicembre, venne proclamata l’indipendenza cubana dal dominio spagnolo. 

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Il ben noto Emendamento Platt, inserito nella Costituzione cubana del 1901 e nel successivo Trattato permanente fra Cuba e gli Stati Uniti del 1903, segna il passaggio ufficiale dell’isola allo status di protettorato statunitense. Questo implicò fino al 1934 il diritto di intervento militare, la possibilità di installarvi basi navali e una serie di limitazioni alla sua politica estera. Il 20 maggio 1902 cessò ufficialmente l’occupazione militare statunitense, ma nel giro di pochissimo tempo gli investitori nordamericani ottennero il controllo economico di Cuba. Nei successivi 25 anni si alternarono cinque presidenti, più o meno soggiogati all’influenza statunitense, ma accomunati da scarso spessore politico e disinteresse per le questioni sociali.

L’insoddisfazione sociale e politica dell’esercito sfociò nella cosiddetta rivoluzione dei sergenti del 4 settembre 1933. Fulgencio Batista riuscì ad assumere la direzione degli insorti, si fece nominare colonnello e successivamente divenne capo di stato maggiore dell’esercito. Batista controllò la vita politica del Paese dal 1934 al 1959, alternando periodi di governo de facto (fino al 1940 e dal 1944 al 1952) all’esercizio effettivo, più o meno legale, del potere (1940-44 e dal 1952 al 1959). Dopo il colpo di stato del 10 marzo 1952 il regime prese una strada marcatamente dittatoriale: fu sospesa l’attività del Congresso, centralizzato il potere legislativo nelle mani del Governo e iniziò un rapido processo di abolizione delle libertà democratiche. L’esperienza autocratica si concluse il 1° gennaio 1959 con la presa del potere da parte di Fidel Castro, leader della rivoluzione cubana. 

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Il movimento 26 luglio, fondato da Fidel, aveva avuto le significative adesioni di Ernesto “Che” Guevara, Camilo Cienfuegos e Raúl Castro. Dopo la vittoria dei barbudos, il nuovo governo castrista mise in atto un programma ispirato a ideali marxisti e nazionalisti, seppur lontano dal comunismo sovietico.

Sul piano sociale la politica occupazionale e salariale si ispirò all’egualitarismo rivoluzionario. Degno di nota fu il progetto di universalizzazione dell’accesso all’istruzione pubblica e ai servizi sanitari. Di fatto però e al di là dei miti, la società cubana è una delle più gerarchiche al mondo, con una netta differenza tra il cittadino medio e la classe dirigente.

Per quanto riguarda l’aspetto strettamente politico, la democrazia popolare diretta immaginata dai castristi si trasformò facilmente, di pari passo con l’istituzionalizzazione della rivoluzione, in un regime socialista a tutti gli effetti (dove era totalizzante la presenza del partito unico e dell’ideologia di Stato). Questa trasformazione è evidente nella consolidazione del potere del PCC e nella Costituzione del 1976. Fidel fece ampio uso di meccanismi extra-costituzionali per costruire e mantenere il consenso della popolazione a fronte di crisi economiche e mancanza di libertà politica.

Organizzazione politica e sistema elettorale

Come riporta la Costituzione del 1976, Cuba è uno “Stato socialista dei lavoratori, indipendente e sovrano” in cui il potere è esercitato dal popolo direttamente o tramite le Assemblee del potere popolare. A tutti i cittadini è riconosciuto il diritto di combattere con ogni mezzo, compresa la lotta armata se necessario, per difendere l’ordine politico, sociale ed economico del Paese.

Il sistema elettorale si basa sul suffragio universale e prevede due tipi di elezioni: parziali (amministrative) ogni 2 anni e mezzo e generali (politiche/nazionali) ogni 5 anni. Nel secondo caso si eleggono, all’interno di liste approvate dal Partito, i 605 membri dell’Assemblea nazionale del potere popolare. Quest’ultima elegge il Consiglio di Stato, che la rappresenta quando non è in sessione (l’AN si riunisce due volte l’anno) e il cui presidente è capo dello Stato e del governo. Dal 1959 al 2006 tale carica è stata ricoperta dal líder máximo Fidel Castro. Nel 2006 in via ufficiosa, e poi dal 2008 ufficialmente, Fidel è stato sostituito dal fratello Raúl, che ha mantenuto l’incarico fino al 2018. Lo scorso anno, infatti, a seguito del rinnovo dell’Assemblea nazionale, è stato nominato presidente Miguel Díaz-Canel. Già leader dei giovani comunisti e vice di Raúl dal 2013, Díaz-Canel è il primo presidente non appartenente alla famiglia Castro e il primo dirigente nato dopo la rivoluzione senza avervi combattuto.

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Il sistema partitico è limitato all’esistenza del Partito comunista cubano, definito costituzionalmente come “la più alta forza dirigente della società e dello Stato”. Il PCC è considerato avanguardia della società ed espressione degli ideali rivoluzionari. Non essendoci una vera competizione elettorale il Partito controlla direttamente o indirettamente ogni aspetto della vita istituzionale e politica del Paese. 

Con la nuova presidenza, si corona il periodo di transizione iniziato con le dimissioni e la morte di Fidel Castro (2016). Lo scorso dicembre è stato approvato il testo di riforma costituzionale che sarà sottoposto a referendum popolare il prossimo 24 febbraio. Non mancano perplessità: Raúl, dopo aver di fatto scelto il suo successore, rimane capo delle forze armate (dal 1959) e segretario del PCC (dal 2011), carica che manterrà fino al 2021. Si pone un problema di conciliazione tra consenso e legittimità democratica del nuovo presidente. Se l’immaginario rivoluzionario ha sempre garantito consenso anche a fronte di un’evidente repressione delle opposizioni interne e di istituzioni sostanzialmente di facciata, non è scontato che l’assenza formale della famiglia Castro non influenzi tale equilibrio. 

Visione economica

Cuba ha sempre rifiutato di conformarsi al modello di crescita, adottato per esempio dalla Cina, basato sulla transizione al libero mercato e un marcato controllo dirigista statale. Le nazionalizzazioni messe in campo  dal regime castrista però non riuscirono a rendere l’isola autosufficiente in campo economico. Dopo l’embargo statunitense del 1961 Cuba fu costretta a integrarsi nel Comecon sovietico, mantenendo una forte dipendenza dall’URSS tramite ingenti prestiti e import/export a prezzi agevolati. Non a caso quello successivo alla caduta dell’Unione Sovietica prese il nome di “periodo speciale” durante il quale Castro cercò di incentivare gli investimenti esteri e aprire all’attività privata.

Dal 1990 esiste un sistema di doppia valuta: il peso – CUP (usato nel pagamento di pensioni e stipendi) è affiancato dal peso convertibile – CUC (equiparato al dollaro e usato nelle importazioni e nel mercato turistico). Il rapporto tra le due monete è di 1 a 25 e la riforma valutaria rimane una delle principali sfide del prossimo futuro. Sempre in merito, l’enorme disuguaglianza sociale derivata dal doppio sistema spiega la pura “formalità” delle recenti aperture di mercato apportate da Raúl: il cubano medio può ora possedere una casa, nuovi modelli di auto, un PC, un cellulare, ma è oggettivamente impossibilitato a farlo per mancanza di denaro. Negli ultimi 30 anni si è molto sviluppato il settore turistico e quello primario si è aggiornato con l’aumento della quota di proprietà cooperativa e individuale dei terreni. Le cooperative sono state autorizzate a rivendere sul mercato libero una piccola parte della produzione eccedente la quota ceduta obbligatoriamente allo Stato.

Altro nodo fondamentale è quello energetico: dall’avvento al potere di Hugo Chávez il Venezuela ha preso il ruolo dell’Unione Sovietica come principale partner economico di Cuba, mettendo fine ai continui apagones (blackout). La recente crisi venezuelana ha messo a rischio il sistema di esportazioni agevolate di greggio e la questione rimane critica per il futuro. 

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Politica estera e relazioni internazionali 

Cuba, nonostante le esigue dimensioni e risorse, è riuscita a sviluppare una politica estera influente su scala globale, basata sugli ideali rivoluzionari. Il castrismo ha adottato (e sfruttato) un approccio da Davide contro Golia: l’esperienza rivoluzionaria, pur esasperando le legittime pretese di autonomia verso gli Stati Uniti, è riuscito a resistere contro l’imperialismo nordamericano nella regione. Il processo di normalizzazione dei rapporti con gli USA si è aperto solo nel 2014 grazie all’impegno di Barack Obama (con la riapertura delle ambasciate e una mitigazione del bloqueo), ma rischia un’involuzione con l’attuale presidenza Trump. Dal 1961 alla sua dissoluzione, Cuba ha intrattenuto stabili rapporti di natura politica ed economica con l’Unione Sovietica e continua a relazionarsi sia con la Russia che con la Cina. Il legame con l’Unione Europea è stato rilanciato nel 2016 con l’accordo di dialogo politico e cooperazione.

Nel contesto regionale è molto stretta la relazione con i membri dell’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), l’organizzazione fondata insieme al Venezuela (Fidel e Chávez ne furono promotori) in opposizione all’ALCA e all’OAS, entrambe monopolizzate dagli USA. Il progetto di cooperazione politica, economica e sociale tra i Paesi caraibici e latinoamericani è fortemente anti-liberista, promuove la collaborazione sud-sud e si focalizza sulla lotta alla povertà e l’esclusione sociale. Per quanto riguarda i prossimi sviluppi, le parole pronunciate dal neo-presidente all’ONU lo scorso settembre sono significative: “Il cambio generazionale nel nostro governo non dovrebbe ingannare gli oppositori della Rivoluzione. Siamo la continuità, non una rottura”

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Bandiera

La bandiera di Cuba è stata adottata ufficialmente il 20 maggio 1902, ma risale al 1850. Vengono ripresi i colori e i disegni della bandiera statunitense: le tre strisce blu rappresentano l’antica divisione territoriale dell’isola, le due bianche invece la forza dell’idealismo. Il triangolo rosso ricorda il sangue e le guerre d’indipendenza e infine la stella bianca è il simbolo dell’autonomia e libertà rispetto alle altre nazioni.

Fonti e approfondimenti:

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