Ricorda 1961: L’invasione della Baia dei Porci

Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - @Rumlin - Wikicommons

Nella notte del 26 agosto 1960, alcuni ragazzi stavano passeggiando nella campagna di Homestead, in Florida. Erano diretti verso una fattoria con l’idea di fare uno scherzo a quelli che credevano fossero immigrati. In realtà, si trattava di guerriglieri anticastristi, che li accolsero a fucilate. Il governo statunitense riuscì a non far trapelare la notizia, ma trasferì i guerriglieri cubani in Guatemala, dove il loro addestramento poté continuare senza intoppi. Era il preludio dell’evento passato alla storia come sbarco alla Baia dei Porci negli Stati Uniti e battaglia di Playa Girón a Cuba.

Il contesto

Il generale Fulgencio Batista governava Cuba dal colpo di stato del 1952, con il sostegno politico ed economico degli Stati Uniti. Nello scenario dei primi anni della Guerra Fredda, l’isola giocava un ruolo fondamentale nella strategia del containment inaugurata da George Frost Kennan, che mirava a contrastare l’espansione del comunismo a tutti i costi. Per la potenza nordamericana, era necessario che un Paese così vicino restasse sotto la sua influenza. 

Quando il movimento rivoluzionario 26 de julio capeggiato dai fratelli Fidel e Raúl Castro, Ernesto “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos riuscì a spodestare Batista nel 1959, cambiò tutto. Nonostante alcuni timidi incontri tra l’allora vicepresidente Richard Nixon e il nuovo primo ministro di Cuba, Fidel Castro, la divergenza di opinioni era evidente. Di fronte alla nazionalizzazione di imprese e beni nordamericani nell’isola, gli Stati Uniti risposero annullando i contratti per l’importazione dello zucchero e del petrolio, due fonti d’ingresso vitali per i cubani. 

Nel 1961 arrivò lo strappo definitivo: il presidente statunitense Dwight D. Eisenhower ruppe le relazioni diplomatiche con Cuba e iniziò a preparare il piano che avrebbe portato all’invasione. 

Il piano

Eisenhower voleva che il ruolo degli Stati Uniti nell’operazione restasse segreto per impedire che l’Unione Sovietica reagisse a un attacco diretto contro uno Stato sotto la sua influenza. Per questo motivo, la Cia reclutò 1400 cubani in esilio, che portarono avanti la preparazione principalmente in Guatemala. Il gruppo prese il nome di Brigada 2506, numero di matricola di Carlos Rafael Santana Estévez, morto durante l’addestramento. 

Secondo il piano originale, gli anticastristi sarebbero partiti da Puerto Cabezas, in Nicaragua, alla volta di Trinidad, nel sud di Cuba. Sulle limitrofe montagne dell’Escambray si nascondeva la resistenza al governo comunista, che si sarebbe unita alle truppe degli invasori per iniziare una guerra di guerriglia simile a quella condotta dal Movimiento 26 de Julio contro Batista. Prima, 16 aerei avrebbero bombardato gli aerodromi cubani per facilitare lo sbarco. 

Con l’elezione di John F. Kennedy, l’operazione cambiò forma e si indebolì. Il neopresidente non era convinto dell’invasione, ma durante la sua campagna elettorale aveva rimproverato al suo predecessore l’approccio debole nei confronti del vicino. Accettò quindi di mandare avanti il piano, ma sotto una nuova versione. Invece di sbarcare a Trinidad, i 1400 militanti avrebbero raggiunto il suolo cubano attraverso la Baia dei Porci, che poi si rivelò essere un’insenatura di difficile accesso. Lì vicino c’era un aeroporto, dove gli aerei si sarebbero riforniti di combustibile. Con Kennedy questi passarono da 16 a otto, ridipinti in modo da spacciarli per aerei cubani e simulare un golpe interno

Le falle furono evidenti fin da subito: la segretezza dell’operazione venne messa più volte a repentaglio, soprattutto quando José Miró Cardona, l’uomo designato dagli Stati Uniti per sostituire Castro, rilasciò dichiarazioni al New York Times. L’amministrazione Kennedy dava per scontato l’appoggio dei cubani agli invasori, ma non sapeva quanto il leader comunista fosse popolare, soprattutto nelle prime fasi del suo governo. 

L’assedio

Gli otto aerei partirono all’alba del 15 aprile 1961 dal Nicaragua e bombardarono gli aerodromi di Santiago de Cuba, Ciudad Libertad e San Antonio de los Baños. Causarono sette morti ma non riuscirono a neutralizzare la flotta di Castro. Subito dopo, un aereo apparentemente cubano atterrò a Cayo Hueso, in Florida, dove il pilota si presentò come disertore delle forze armate comuniste. In realtà, si trattava di un tentativo di far passare l’attacco contro Cuba come una rivolta interna. Una volta percepiti i sospetti da parte dell’opinione pubblica sul ruolo degli Stati Uniti, Kennedy sospese il secondo bombardamento, previsto per il 16.

La Brigada 2506 si sentì abbandonata e portò avanti l’invasione via terra il giorno dopo, nella Baia dei Porci. Nel frattempo, Castro si era rivolto alla nazione con un discorso che rivelò chiaramente la natura socialista del suo governo. In più, aveva mobilitato 20.000 uomini in tutto il Paese, aspettando i nemici in tutti i punti di accesso all’isola. Nella mattinata del 17 aprile, i brigadistas persero rapidamente due delle sei barche e la metà della flotta aerea. Il 19, quattro istruttori di volo statunitensi partirono dal Nicaragua per salvare ciò che restava della Brigada, ma vennero abbattuti dai castristi. Senza un aerodromo dove poter rifornirsi di combustibile, i piloti erano costretti a riportare gli aerei in Centro America per poi dirigersi nuovamente verso Cuba, dove gli restava solo un’ora di autonomia. 

Nel pomeriggio, gli anticastristi si arresero. Secondo l’Associazione dei Veterani, nelle file dei brigadistas persero la vita 103 persone, 176 invece dal lato rivoluzionario. I 1200 che si salvarono finirono nelle prigioni cubane. La sconfitta era ormai ufficiale: un generale americano la definì la peggiore umiliazione dai tempi della guerra del 1812 contro il Regno Unito.

Il ritorno dei prigionieri

In molti credevano che gli anticastristi sarebbero stati fucilati, invece vennero condannati a 30 anni di prigione con cauzione fissata a 62 milioni di dollari per tradimento della patria. Le trattative per la loro liberazione e il rimpatrio negli Stati Uniti iniziarono subito dopo. Kennedy si affidò a uno dei migliori avvocati dell’epoca, James B. Donovan, già protagonista di uno scambio di prigionieri tra il suo Paese e l’URSS. Castro, però, reclamava un rimborso economico per le spese dell’invasione

Alla fine, l’accordo fu raggiunto: a Cuba andarono 53 milioni di dollari in medicine e alimenti che sarebbero stati ridistribuiti tra la popolazione locale. Il 23 dicembre del 1962, gli aerei della Pan American Airlines trasportarono i primi prigionieri a Miami, dove 10.000 persone li attendevano all’Orange Bowl di Miami. Lì, i superstiti consegnarono la bandiera della Brigada 2506 al presidente Kennedy, che fece loro una promessa: “Posso assicurarvi che questa bandiera verrà restituita a questa brigata in un’Avana libera”. Ancora oggi, Kennedy è considerato dai superstiti il gran colpevole del fallimenti dell’intera operazione militare.

Qualche anno dopo, un articolo del New York Times descrisse così l’invasione della Baia dei Porci: “La Brigada 2506 era la forza pateticamente coraggiosa e pateticamente inadeguata degli esuli cubani che nell’aprile del 1961 intrapresero il compito donchisciottesco di rovesciare il premier Fidel Castro per mezzo di una delle peggiori operazioni di intelligence militare concepite, pianificate ed eseguite nella storia moderna”.

Dalla crisi dei missili all’Operazione Mangusta

Per L’Avana si trattava della battaglia che consacrava la Rivoluzione, uno dei miti fondativi che continua a essere festeggiato anche oggi. Una vittoria di Davide contro Golia confermata anche dal successo delle trattative per la liberazione dei prigionieri. Tuttavia, restava una pedina critica della Guerra Fredda e gli Stati Uniti non abbandonarono l’idea di eliminare Castro con la forza o l’ingegno. Dal 1961 al 1975, la Cia portò avanti l’Operazione Mangusta, una serie di iniziative di sabotaggio delle infrastrutture economiche cubane che inclusero 638 tentativi di uccidere il leader rivoluzionario, dall’avvelenamento dei sigari alle conchiglie bomba. 

Proprio mentre ancora si cercava di digerire la sconfitta, scoppiò la crisi dei missili. In risposta al posizionamento di missili balistici Jupiter da parte degli Stati Uniti in Turchia, l’Unione Sovietica fece lo stesso con armi nucleari a Cuba. Una volta scoperti da un aereo spia, Kennedy ordinò il blocco navale sull’isola, dando inizio a 13 giorni di tensione che portarono il mondo a un passo da una nuova guerra mondiale. Dopo l’intervento del segretario delle Nazioni Unite U Thant, si giunse finalmente a un accordo: Mosca ritirò i missili e Washington promise di non invadere di nuovo Cuba. 

La Baia dei Porci fu la prima delle grandi sconfitte subite dalla potenza statunitense e minacciò le pretese di eccezionalità derivanti da una lunga serie di vittorie. Anche per quel motivo, l’entourage di Kennedy gli consigliò di rifarsi dedicandosi a un’altra guerra che segnò per sempre la storia del Paese, quella del Vietnam.

 

Fonti e approfondimenti

Il Post, L’invasione della Baia dei Porci, 60 anni fa, 17/04/21

Basosi, A 60 anni dalla Baia dei Porci: quando Cuba umiliò gli Usa, Micromega, 17/04/21

Hernández-Echevarría, Bahía de Cochinos, el fracaso de la CIA que apuntaló a Castro, La Vanguardia, 19/04/21

The New York Times, Failure Was the Word From the Very Start; THE BAY OF PIGS: The Leaders’ Story of Brigade 2506, 24/05/1964

Carlos Cueto, Cómo se gestó y fracasó la invasión de Bahía de Cochinos en Cuba hace 60 años, BBC Mundo 

Zaldívar Diéguez, La autorización presidencial que concluyó con la invasión por Bahía de Cochinos, Granma, 16/03/15

Grayston L. Lynch, Decision for Disaster: Betrayal at the Bay of Pigs di Grayston, 2000

 

Editing a cura di Elena Noventa

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