L’Altra America: Panama

Per illustrare la storia di Panama, così come il suo presente, si devono considerare innanzitutto la sua conformazione e la sua localizzazione geografica: una stretta lingua di terra a cavallo tra due oceani e schiacciata tra le masse continentali del Nord e Sud America. Queste caratteristiche le hanno attribuito importanza strategica e hanno determinato una costante mescolanza di culture nel suo territorio.

Il nome Panama potrebbe derivare da termini di diverse lingue indigene, significanti “abbondanza di pesci”, “terra di farfalle” e “abbondanza di alberi”, che testimoniano la ricca biodiversità del Paese.

Cenni storici

Prima dell’arrivo dei conquistadores, il territorio panamense era già un intreccio culturale: abitato da gruppi originari delle aree circostanti o sotto la loro influenza.

Nel 1510 venne fondata sull’attuale territorio dello Stato Santa Maria de la Antigua de Darién, il primo insediamento spagnolo sul continente americano. Sotto l’impero iberico, la giurisdizione dell’istmo oscillò tra i Viceregni limitrofi e il porto di Portóbelo divenne in uno dei principali attracchi per il commercio coloniale. Da lì venivano caricate le navi dirette in Spagna con l’argento di Potosì. Questa concentrazione di ricchezza attrasse numerosi pirati britannici, francesi e olandesi, che a varie riprese saccheggiarono le città dell’istmo.

Panama, insieme al resto dell’America centrale, ottenne l’indipendenza dalla Spagna nel 1821. Da subito, si unì alla Gran Colombia fino al suo scioglimento nel 1830 e in seguito rimase unita alla Colombia.

L’istmo riacquisì l’importanza dei tempi coloniali dopo la scoperta dell’oro in California in 1848. Lo stesso anno, gli Stati Uniti ottennero il permesso per costruirvi una ferrovia interoceanica, iniziando la loro ingerenza nella zona. All’inizio del XX secolo, il governo colombiano si oppose alle pretese statunitensi di scavare un canale. In risposta, l’oligarchia panamense, con l’appoggio militare di Washington, fomentò un movimento separatista che culminò nella nascita della Repubblica di Panama nel 1903. L’edificazione del nuovo Stato avvenne in un clima di pace tra il partito conservatore e quello liberale. Questa armonia è tuttora simboleggiata dalla bandiera del Paese, che circonda di bianco il blu dei conservatori e il rosso dei liberali.

 

Bandiera di Panama – Fonte: Wikipedia

 

L’indipendenza, o la dipendenza dal canale

Pochi giorni dopo la sua proclamazione, la neonata Repubblica firmava un trattato che cedeva a Washington la concessione in affitto di oltre 1500 km di territorio. Su quella striscia di terra venne ultimato il canale, determinante per la storia recente del Paese.

Panama, che già nel 1904 aveva adottato il dollaro statunitense, divenne una miniera per le grandi imprese nordamericane. Gli interessi di queste venivano periodicamente tutelati da interventi militari diretti dagli Stati Uniti e dai governi locali. Formati il più delle volte da esponenti delle grandi famiglie oligarchiche, i vertici dello Stato beneficiavano direttamente e cospicuamente delle relazioni con i nordamericani.

La riappropriazione del canale

Nel 1977, il presidente statunitense Carter e il capo del governo panamense Torrijos firmarono un Trattato che prevedeva la restituzione progressiva a Panama del controllo completo del canale entro il 31 dicembre 1999.

In questo contesto, nel 1983 si affermò al potere il Generale Noriega. Nonostante fosse un vecchio alleato di Washington, il Generale cambiò a poco a poco la rotta. In risposta, Washington decise di occupare la nazione centroamericana per destituire il dittatore. E così, nel dicembre del 1989, gli Stati Uniti mandarono 27 000 soldati a Panama. L’Operazione Giusta Causa causò oltre 300 – secondo alcune fonti fino a 3000 – morti e portò all’abolizione dell’esercito panamense. Noriega fu imprigionato per narcotraffico e Guillermo Endara, che aveva vinto le elezioni democratiche annullate l’anno precedente, prese il potere. Nel 1999, la zona del canale tornò sotto il controllo panamense e le truppe statunitensi si ritirarono dal territorio. 

Popolazione

Con poco più di 4 milioni di abitanti, di cui la metà vive nell’area metropolitana della capitale, Panama rappresenta un vero e proprio crogiolo di culture. 

La maggior parte dei cittadini panamensi sono meticci. I gruppi indigeni rappresentato oltre il 12% della popolazione, divisi in 7 culture diverse e vivono in territori semi-autonomi, le “comarche indigene”. Queste sono dotate di una giurisdizione speciale e di istituzioni proprie. Concentrate a ridosso delle coste, delle alte montagne o nelle foreste tropicali – che ricoprono oltre metà del territorio nazionale – le popolazioni indigene si dedicano per lo più all’agricoltura e all’artigianato. 

I gruppi afro-discendenti, che ammontano a quasi un quinto dei panamensi, sono arrivati a Panama in momenti diversi. I gruppi storicamente più radicati sono stati portati nei primi tempi coloniali per lavorare nelle piantagioni da zucchero. Con la costruzione della ferrovia interoceanica e in seguito del canale, ne arrivò un secondo flusso dalle Antille. La presenza di questi gruppi ha avuto un forte impatto nella cultura panamense, come mostra il ballo nazionale di origine africana: il Congo.

Le migrazioni recenti provengono soprattutto da Colombia, Repubblica Dominicana, Venezuela, Nicaragua e Cina. Tuttavia, negli anni, vi si sono installate comunità da ogni parte del mondo. Ciò è rispecchiato nella varietà di gruppi religiosi presenti nel Paese, che rimane comunque a maggioranza cattolica, e nel contesto linguistico. Infatti, nonostante lo spagnolo sia la lingua ufficiale ed esistano numerose lingue indigene, alcune delle numerose comunità straniere insediate nel territorio parlano ancora le loro lingue di origine.

Zonianos

Tra le lingue straniere, l’inglese è quella più corrente, oltre ad aver prestato molti termini allo spagnolo panamense. 

Infatti, decine di migliaia di statunitensi si stabilirono nella zona del canale per lavori legati all’opera ingegneristica. Conosciuti come zonianos, questi statunitensi vivevano separati dai panamensi, con scuole e negozi propri, in condizioni privilegiate rispetto ai locali. Ciò suscitò a varie riprese il malcontento dei locali e contribuì a forgiare la coscienza nazionalista panamense. Con il passaggio della zona sotto il controllo panamense, la maggior parte degli zonianos tornò negli Stati Uniti.

Economia

Rispetto agli altri Paesi dell’America latina, l’economia panamense rappresenta un’anomalia, dovuta al canale e alla sua attività. Di conseguenza, il settore primario, diversamente al resto della regione, partecipa limitatamente al PIL e occupa meno di un quinto della popolazione attiva. I primi beni esportati sono le banane e i prodotti ittici, ma in generale l’economia gira intorno alla logistica del canale. Inoltre, la zona libera di Colón costituisce la zona franca più grande del continente e la seconda più grande al mondo.

Il canale

Sin dall’appropriazione del canale nel 2000, Panama ha registrato una delle crescite più elevate al mondo, paragonabile a quello delle tigri asiatiche, Si è trasformato, insieme al Cile, nel Paese con il PIL pro capite più alto dell’America latina. Per di più, i recenti lavori di modernizzazione ed espansione del canale hanno permesso al flusso di container, e agli introiti, di aumentare ulteriormente.

Secondo la Costituzione panamense, il Canale è un’impresa pubblica che deve deporre nelle casse dello Stato quello che avanza dalle spese per il suo funzionamento e mantenimento. Questi eccedenti hanno permesso al Paese di investire nel proprio sviluppo, soprattutto a livello infrastrutturale. Nel territorio si sono installate numerose corporazioni internazionali e sono cresciuti i settori del trasporto, della logistica, dei servizi e del turismo.

La disuguaglianza

​Questa impressionante crescita, nonostante abbia provocato una diminuzione della povertà, non si è tradotta negli attesi miglioramenti a livello sociale e nella redistribuzione della ricchezza. Di fatto, la disuguaglianza, soprattutto quella tra aree urbane e rurali, rimane uno dei principali problemi del Paese. Le comunità più vulnerabili rimangono quelle indigene: mentre la povertà ammonta quasi al 21% a livello nazionale, presso le comunità native raggiunge oltre l’86% degli abitanti.

La politica

La corruzione, uno degli altri grandi problemi dell’istmo, è caduta sotto i riflettori internazionali nel 2016 con lo scandalo dei Panama Papers. Questo aprì la strada a tanti altri casi eclatanti, tra cui quello di Lava Jato. Questi avvenimenti hanno suscitato l’indignazione pubblica nei confronti dei rappresentati politici, che ha portato l’anno scorso alla vittoria elettorale di Laurentino Cortizo.

Il nuovo presidente ha preso in mano uno Stato dilaniato dai recenti scandali, dai debiti, dalla crescita della disoccupazione e dall’abbandono del settore agricolo.

Nonostante l’implementazione di politiche per provare a sanare questi problemi, il mandato di Cortizo è stato segnato da un susseguirsi di crisi e di stati di emergenza. Il coronavirus, i recenti uragani e la persistente siccità hanno di fatto frenato la crescita economica.

In questo contesto, l’operato del presidente è monitorato da una società civile stanca e disillusa dalla classe politica. Su questa base e vedendo le situazioni di proteste dei Paesi vicini, Cortizo ha chiamato da poco a un dialogo sociale tra i diversi settori della società per stipulare accordi trasparenti in materia di salute, educazione e sicurezza sociale.

Relazioni internazionali

Nonostante oggi Panama controlli il canale, persiste una contesa tra potenze straniere per ottenere trattamenti preferenziali. Infatti, la zona è uno dei teatri della “guerra commerciale” tra Washington e Pechino, i due principali usuari dell’infrastruttura. Mentre il presidente precedente si era avvicinato alla Cina, l’attuale capo di Stato si sta invece voltando ancora una volta verso Washington.

In generale, i rapporti con gli altri Paesi sono stati e continuano a essere principalmente determinati dal canale. 

Il passaggio interoceanico ha segnato le vicende panamensi. Gli introiti ad esso legati e lo skyline di grattacieli della capitale tendono a nascondere una realtà nazionale più disomogenea e vulnerabile, simile a quella del resto della regione. 

 

 

Fonti e approfondimenti:

Matteo Savi, Panama: passato e futuro dello Stato del Canale”, Lo Spiegone, 14/03/17.

Kevin Carboni, “Panama, canale e crocevia di ricchezze”, Lo Spiegone, 18/01/18.

“El Mundo Indígena 2020: Panamá”, IWGIA, 25/05/20.

Lucía Blasco, “Invasión de EE.UU. a Panamá en 1989”, BBC Mundo, 20/12/19.

 

 

Editing a cura di Giulia Lamponi

 

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