Avere le mestruazioni nel 2020

Nel Regno Unito, una ragazza su dieci dichiara di non potersi permettere gli assorbenti ogni ciclo mestruale. In Bolivia, si dice che le donne mestruate non debbano prendere in braccio un neonato perché questi, al contatto, potrebbe ammalarsi. In molti Paesi, le adolescenti non vanno a scuola durante il ciclo e, in India, il 23% finisce così con l’abbandonare presto gli studi. In Italia, il 38% delle donne dichiara di sentirsi a disagio durante i giorni del ciclo e molte preferiscono utilizzare altri termini per indicarlo – “quei giorni”, “indisposizione” e simili. Nel 2020, più di 500 milioni di donne nel mondo non hanno accesso alle misure igieniche necessarie durante il ciclo mestruale.

Un disagio silenzioso (o silenziato)

Tutto questo succede nel 2020, senza che si dia la dovuta attenzione a una questione che riguarda tutti, in tutto il mondo. Si portano avanti battaglie come quella contro la tampon tax, ma non si affrontano adeguatamente altri aspetti che, se non vengono risolti, fanno perdere significato a ogni conquista raggiunta. Se ancora oggi le mestruazioni sono legate a battaglie e ingiustizie, vuol dire che non stiamo affrontando la questione alla base, nella sua interezza. Capire che all’origine del problema c’è un disagio nel parlare di una tematica così naturale come le mestruazioni è fondamentale. Un disagio che può riguardare diversi aspetti e variare da una parte all’altra del mondo, ma da cui nessuna società è immune. Qualcuno potrebbe obiettare che ormai se ne sente parlare tantissimo, tra pubblicità di assorbenti sempre più “ardite” e discussioni sulla tassazione. Il problema è che forse non se ne sta parlando nel modo giusto. E trattare certi aspetti non necessariamente significa aver superato in toto la riluttanza sull’argomento. Discuterne in modo “professionale”, come una tassa o un congedo su cui dibattere in Parlamento, è universalmente accettato: chiedere un assorbente a voce alta in ufficio no. È su questo che dovremmo riflettere.

È inoltre diffuso il vizio di sminuire il problema, sia dalla parte degli uomini sia da quella delle donne stesse – magari dalle più fortunate, che non hanno mai sofferto forti dolori. È scientificamente provato che il ciclo mestruale possa essere tanto doloroso da debilitare una donna per un paio di giorni: si chiama endometriosi ed è riconosciuta come malattia già dagli anni Venti del secolo scorso. Secondo la Fondazione Italiana Endometriosi, sono almeno 3 milioni le donne che ne soffrono in Italia. Ma si viene considerate deboli se ci si ferma “per così poco”, allora ci si inventa una scusa qualsiasi pur di non dire che si hanno semplicemente delle mestruazioni dolorose. Perché, però, bisogna continuare a soffrire in silenzio?

Tutti complici di un grande tabù

Ci si stupisce spesso dei tabù sulle mestruazioni degli altri Paesi, senza rendersi conto che anche noi non ne parliamo così liberamente. Eventi e altri segnali che indicano un fermento intorno al tema sono sempre più evidenti – dalla campagna Blood Normal di Nuvenia all’istituzione di una “giornata internazionale per l’igiene mestruale” (Menstrual Hygiene Day) il 28 maggio – ma ci sembra sempre riguardino altri Paesi o altri contesti, lontani da noi. Così restiamo fermi a guardare, convinti che nel nostro piccolo mondo il problema sia stato superato da tempo. Non ne parliamo e inconsciamente diventiamo complici del rafforzamento di quell’aura di tabù che circonda le mestruazioni, che le rende qualcosa di cui vergognarsi.

Finché non potremo sventolare pubblicamente un assorbente prima di andare in bagno o chiedere ad alta voce chi ce ne può dare uno, sarà molto più difficile portare avanti tutte le battaglie collegate. Il primo passo per vincere è parlarne pubblicamente e liberamente. Se a lavoro non mi sento a mio agio nel dire al mio capo che oggi sto male perché ho il ciclo, è inutile battersi per un congedo mestruale. Il caso del Giappone è emblematico al riguardo: pur essendo il primo Paese al mondo a riconoscere il congedo mestruale, con una legge approvata nel 1947, sono rarissimi i casi in cui vi si ricorre. È tale la paura di essere stigmatizzate da parte dei colleghi uomini – o dal proprio capo rischiando addirittura di perdere il lavoro – che le donne preferiscono evitare o inventare altre scuse. In Italia la proposta di un congedo mestruale è stata presentata nel 2017 e bocciata, mentre alcuni Paesi asiatici lo prevedono per legge da tempo – Indonesia, Corea del Sud, Taiwan – così come lo Zambia in Africa. Ciononostante, la reticenza al ricorrervi è piuttosto diffusa ovunque e lo sarebbe anche in Italia, vanificando così l’esistenza di legislazioni all’avanguardia.

Quanto ci costa questo sangue

Oltre al congedo mestruale, periodicamente si riapre il dibattito sulla tampon tax, come di recente dopo che la Scozia ha approvato una legge che renderà gratuiti gli assorbenti. Senza nulla togliere all’innegabile passo in avanti che questa decisione costituisce, una sua eccessiva esaltazione può involontariamente rafforzare l’idea che sia quasi un favore quello concesso. Non è illuminato il governo scozzese, ma sono inconcepibili tutti quelli che tassano in modo spropositato un bene essenziale.  Il fatto che la decisione della Scozia ci stupisca deve farci riflettere su quanto siamo abituate a subire il torto di dover pagare caro il semplice fatto di essere donna.

Io in fondo sono una privilegiata, e posso permettermi gli oltre 5.000 euro che spenderò nel corso della mia vita in assorbenti. Ma ci sono donne che, in quei cinque giorni al mese, devono scegliere se mangiare o poter uscire di casa senza sanguinarsi addosso. Senza contare chi vive per strada e ha già difficoltà igieniche non indifferenti. Esistono punti di distribuzione di cibo per le fasce della popolazione più svantaggiate, dunque perché raramente si sente parlare di distribuzione gratuita di assorbenti? Durante la pandemia abbiamo assistito a un grande fermento di associazioni che si sono date da fare per portare aiuti alimentari alla popolazione che si è ritrovata senza lavoro da un giorno all’altro – il che è lodevole. Pochissime però hanno incluso gli assorbenti nella lista e in alcune città sono dovute intervenire organizzazioni femministe a ricordarne l’importanza e a colmarne la lacuna. Secondo un’indagine di U-Report che ha coinvolto 3.910 donne in 160 Paesi, una su quattro sta avendo gravi difficoltà a gestire il proprio ciclo durante la pandemia. Il 51% ha difficoltà economiche nel procurarsi i dispositivi igienici, il 23% afferma di non riuscire a comprare gli antidolorifici necessari. Fa strano considerarlo un bisogno essenziale, perché si può morire di fame ma non di mestruazioni. Una donna senza assorbenti però non può andare a lavorare, e si acuiscono così le disuguaglianze di genere.

Qualcosa forse sta cambiando

È vero che qualcosa sta iniziando a muoversi negli ultimi anni. Oltre che una giornata internazionale, Menstrual Hygiene Day, è anche una piattaforma online nata nel 2013 che riunisce oggi più di 500 organizzazioni in tutto il mondo che portano avanti battaglie associate alle mestruazioni. In India, la campagna Happy to Bleed nata nel 2015 ha riscosso successo in tutto il Paese, spronando ONG e società civile a fare di più per combattere discriminazioni e tabù. Il documentario “Period. End of Sentence” della regista iraniana Rayka Zehtabchi mostra un esempio di questi cambiamenti vincendo l’Oscar come miglior cortometraggio documentario nel 2019. In Giappone, il personaggio manga Little Miss P (P di Period, “mestruazioni”) creato nel 2017 affronta con ironia diverse tematiche legate al ciclo e il suo successo è stato tale da dar vita a un film nel 2019.  L’organizzazione SHE in Rwanda già nel 2010 era riuscita a portare la questione all’attenzione nazionale con la campagna Breaking the Silence; come conseguenza, il governo incluse come spesa pubblica sanitaria la distribuzione di assorbenti nelle scuole e introdusse l’educazione mestruale nei programmi scolastici. La campagna è stata ripresa da altri Paesi, attraverso le numerose reti di associazioni interessate al tema che si stanno moltiplicando negli ultimi anni. PERIOD è per esempio una no profit che cerca di creare rete e sostenere vari attori coinvolti in questa battaglia, o di fare pressione per un cambiamento attraverso azioni di advocacy. La sua fondatrice, Nadya Okamoto, ha raccolto i punti principali del movimento nel suo libro “Period Power: a Manifesto for the Menstrual Movement”.

Eppure, nel 2020, ancora il 51% di donne e ragazze nel mondo parla di mestruazioni solo con le persone più intime. Il 12% non riesce a parlarne con nessuno. Se non accompagniamo le nostre battaglie da un cambio di atteggiamento esse saranno vane. Il fermento degli ultimi anni è sicuramente un segnale positivo, ma bisogna fare attenzione affinché non si perdano di vista gli ostacoli più difficili da abbattere: silenzio e sottovalutazione del problema. Non è soltanto un argomento da discutere in Parlamento, poiché se viene affrontato solo da un punto di vista politico e legislativo difficilmente porterà i risultati e i cambiamenti sperati. Parliamone. Parliamo di tutti gli aspetti che lo riguardano, in ogni luogo e con chiunque. E parliamone bene.

 

Fonti e approfondimenti

UNESCO, Puberty Education & Menstrual Hygiene Management

Jessica L. Barnack-Tavlaris, Kristina Hansen, Rachel B. Levitt, Michelle Reno, Taking leave to bleed: Perceptions and attitudes toward menstrual leave policy, Health Care for Women International, 2019

Muskan Soni, Padmini Ram, Suffering in Silence. Information Asymmetry and Status Quo Bias in Menstrual Hygiene Market, Economic and Political Weekly, 24/10/2020

Plan International UK’s Research On Period Poverty And Stigma

 

 

Editing a cura di Giada S Deregibus

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