L’altra metà del cielo: la lotta ai tabù di Happy To Bleed in India

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@Yann Forget - Wikimedia Commons - CC-BY-SA 4.0

Nell’articolo precedente, abbiamo introdotto la questione femminista in India, ripercorrendone gli sviluppi e soffermandoci sulla Gulabi Gang, il primo movimento significativo sviluppatosi a livello nazionale. Qui, verrà presentato un movimento più recente, che ha riscosso successo in tutto il Paese: quello nato dalla campagna social Happy To Bleed (letteralmente, “felici di sanguinare”).

Nascita del movimento

Happy to bleed è nato nel 2015 in seguito a una dichiarazione pubblica di Prayar Gopalakrishnan, sacerdote del famoso tempio di Sabarimala in Kerala, che scatenò l’indignazione generale. Il 13 novembre di quell’anno, Gopalakrishnan aveva infatti ribadito il divieto per tutte le donne in età fertile di accedere al tempio, affermando che avrebbe cambiato le regole solo quando sarebbe stata inventata una macchina capace di effettuare scansioni sul corpo delle donne per decretare se siano nel periodo del mese adatto per poter entrare (ossia, quando non hanno le mestruazioni).

In India, le mestruazioni sono considerate causa di impurità, per cui in molti templi viene esplicitamente richiesto alle fedeli mestruate di astenersi dall’accedervi in quei giorni del mese. Il tempio di Sabarimala, però, ha deciso direttamente di vietare l’ingresso a tutte le donne fra i 10 e i 50 anni d’età, per non rischiare di trovarsi a contatto con delle fedeli che non rispettano il divieto.

La dichiarazione di Gopalakrishnan ha provocato la reazione di diverse studentesse universitarie che, riunite sotto la guida della ventenne Nikita Azad, hanno deciso di lanciare una campagna online per manifestare la propria rabbia nei confronti di tali affermazioni discriminatorie e sessiste. Con l’obiettivo di lottare contro i  pregiudizi e di smascherare ogni tabù, ragazze da ogni parte dell’India hanno iniziato a postare foto di assorbenti usando come hashtag #HappyToBleed, rendendo virale la campagna in poche settimane.

A sua volta, questa iniziativa ha spinto altre associazioni a sposarne la causa, inventando nuovi hashtag e ampliandone gli orizzonti. Ad esempio, #SmashPatriarchy è stato creato da un gruppo di ragazzi per manifestare il supporto e l’impegno della componente maschile nella lotta contro le discriminazioni subite dalle donne.

Tuttavia, in una lettera inviata a Gopalakrishnan diventata virale in pochissimo tempo, Nikita Azad sosteneva che le dichiarazioni del sacerdote di Sabarimala l’avevano lasciata perplessa, dal momento che era convinta che il tabù del non recarsi al tempio durante le mestruazioni fosse una pratica rurale ormai superata dalla maggior parte della popolazione.

Chi appartiene agli strati più alti della società e ha livelli di istruzione superiori, come Azad, non si rende spesso conto della persistenza di certe credenze popolari e tabù nella restante parte della popolazione, dal momento che in India la distanza tra classi è abissale. La condizione in cui versano le donne più povere, abitanti delle zone rurali, è preoccupante.

Quando le mestruazioni sono un problema grave

Solo il 12% delle donne in età fertile utilizza regolarmente gli assorbenti durante il ciclo mestruale, mentre il restante 88% ricorre a stoffa, cotone e altri materiali non igienizzati. La causa di tutto ciò è, in parte, la scarsa conoscenza delle corrette norme igieniche (l’incidenza di infezioni è superiore del 70% rispetto a quando si utilizzano gli assorbenti). Ma è soprattutto il costo eccessivo di assorbenti e tamponi che li rende inaccessibili alla maggior parte delle donne indiane: oltre il 70% dichiara di non poterseli permettere.

Inoltre, il 60% delle abitanti delle zone rurali non possiede un bagno in casa, rendendo la gestione delle mestruazioni più complicata e ancora meno igienica. Ciò induce spesso le ragazzine a saltare la scuola nei giorni delle mestruazioni: con una media di 5 giorni di assenza al mese, molte rischiano di perdere l’anno scolastico. Il 23% di loro finisce con l’abbandonare la scuola dopo l’arrivo del primo ciclo mestruale.

A tutto questo si aggiunge la persistenza di tabù e credenze popolari legati allo stigma sociale: oltre a non prendere parte alle funzioni religiose, vi è il divieto di cucinare (o addirittura di mettere piede in cucina), mangiare certi tipi di cibo,  farsi la doccia e toccare gli uomini, fino ad arrivare all’obbligo per le donne di dormire in luoghi separati dal resto della famiglia.

Iniziata come una campagna online contro le dichiarazioni di un sacerdote, Happy To Bleed ha presto allargato il proprio campo d’azione per contrastare tutti questi tabù che riguardano le mestruazioni, di cui spesso non si parla apertamente poiché considerate un tema sgradevole da nascondere. Comprare assorbenti è considerato da molte donne motivo di imbarazzo. A lavoro o a scuola ci si nasconde durante le mestruazioni, e per molte ragazze parlarne con i membri maschili della propria famiglia è impensabile. Lo stesso termine “mestruazioni” viene solitamente evitato nelle conversazioni, preferendo utilizzare espressioni più vaghe come “quei giorni”.

Primi passi verso un cambiamento

Il successo di Happy To Bleed in India testimonia l’attualità del tema e l’urgenza di ottenere un cambiamento. L’eliminazione del concetto di impurità associato alle mestruazioni (e degli atteggiamenti sessisti che ne derivano) rientra tra le principali battaglie portate avanti dai movimenti femministi indiani in questi ultimi anni, a testimonianza di quanto le discriminazioni correlate a questo concetto siano sentite e sofferte dalla popolazione femminile.

Basta dare un’occhiata alle numerose ONG sul tema nate negli ultimi tre o quattro anni e alla quantità di eventi e manifestazioni da esse organizzati. Tra le numerose organizzazioni, ad esempio, Safe N’ Happy Periods incoraggia una discussione libera dall’imbarazzo e si dedica all’educazione sanitaria e riproduttiva, distribuendo gratuitamente assorbenti nelle aree più povere delle città. Menstrupedia, invece, è un blog che cerca di diffondere una migliore informazione sul ciclo mestruale, per trovare una risposta ai mille dubbi delle bambine cresciute tra miti e tabù.

Oltre alle campagne sui social network, ultimamente si sono intensificate le manifestazioni pubbliche, a testimonianza di una crescente disposizione della società indiana a parlarne apertamente. Il 12 aprile 2015, diverse associazioni si sono riunite per organizzare una lunga marcia a New Delhi dal titolo Vieni a vedere il sangue sulla mia gonna, che ha avuto un discreto successo.

La lotta per una maggiore apertura al dialogo sul tema delle mestruazioni accomuna tutte le donne del mondo. Molti altri Paesi stanno prendendo spunto dal successo delle azioni intraprese dalle femministe indiane, favorendo la diffusione di alcune loro campagne e blog oltre i confini nazionali. Anche la risposta del governo indiano non è tardata ad arrivare, con misure come l’introduzione nel 2016 di agevolazioni per l’acquisto di assorbenti, rivolte alle fasce più povere della popolazione. L’anno scorso è stato realizzato un film sulla questione, Padman. Resta solo da capire se, una volta passato il momento, le misure adottate saranno sufficienti ad apportare quel cambiamento fortemente voluto dalle femministe indiane di oggi: cioè che le nuove generazioni di donne vivano serenamente “quei giorni” del mese, libere da tabù, falsi miti e discriminazioni sessiste.

 

Fonti e approfondimenti

Nikita Azad, “‘A Young Bleeding Woman’ Pens An Open Letter To The ‘Keepers’ Of Sabrimala Temple“, Youth Ki Awaaz, 11/2015

Hemani, Bhandari, “Women are #HappyToBleed, then what’s the problem?“, India Express, 17/07/2019

Kounteya Sinha, “70% can’t afford sanitary napkins, reveals study“, Times of India, 23/01/2011

Sito internet Safe N’ Happy Periods

Sito internet Menstrupedia

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