I rapporti USA-Cina, verso la presidenza Biden

Joe Biden. Fonte: Wikimedia Commons

Dopo più di un mese dalle elezioni, la nomina di Joe Biden a presidente degli Stati Uniti è stata confermata il 14 dicembre con il voto complessivo di 306 grandi elettori.

Il 46esimo presidente USA sta ora lavorando per mettere insieme il suo Gabinetto, preparare una strategia per contrastare la pandemia di Coronavirus e tentare di risollevare l’economia del Paese. In generale, la sua presidenza si preannuncia complessa fin da subito e la nuova amministrazione si troverà ad affrontare diverse sfide. 

Il ritorno alla “normalità”

Una delle priorità di Biden, che desidera per il suo Paese una nuova era di respected leadership nel mondo, sarà quella di rimodellare la politica estera statunitense. Il presidente uscente aveva infatti adottato una ricetta inusuale, basata su guerre commerciali e allontanamento dai fora internazionali. Dopo quattro anni di amministrazione Trump, Biden dovrà sia ripristinare i legami con i tradizionali partner internazionali, sia stringere nuove alleanze.

Biden ha duramente criticato la scelta protezionistica di Trump, sostenendo che interrompere la cooperazione con alcuni partner strategici per gli Stati Uniti, come il Canada e l’Unione Europea, abbia reso il Paese non solo meno influente a livello globale ma, essendo isolato, più vulnerabile a eventuali minacce esterne.

Il presidente-eletto ha invece dichiarato di voler riportare gli Stati Uniti ad essere un attore di primo piano nelle organizzazioni internazionali, così da rilanciare il multilateralismo. Questo approccio servirà ad affrontare le nuove sfide globali, la cui multidimensionalità e complessità rendono eventuali tentativi “unilaterali” piuttosto inefficaci. Questo è il caso, per esempio, della crisi ambientale, che potrà essere risolta solo con uno sforzo collettivo della comunità internazionale. In questo senso, Biden desidera che il Paese rientri immediatamente nell’accordo di Parigi per il clima.

Sempre nell’ambito della politica estera, sarà necessario ripensare il rapporto degli USA con alcuni Paesi chiave, tra cui la Cina. Quest’ultima ha ricoperto un ruolo cardine nella strategia protezionistica del presidente Trump, che ha intrapreso fin dal primo giorno del suo mandato una guerra commerciale che molti hanno definito “antistorica”. Biden, nel delineare una nuova politica per migliorare i rapporti sino-americani, dovrà ora prendere in considerazione diverse problematiche, come cosa fare del complesso sistema di dazi – che ha definito tariffe dannose e sconsiderate – su circa 360 miliardi di dollari di importazioni cinesi voluto dal suo predecessore.

Una nuova strategia per la Cina

Al momento, non è chiaro come Biden voglia approcciare la questione cinese. In passato ha adottato una classica linea neoliberista, sostenendo che l’integrazione della Cina nel sistema commerciale globale avrebbe costretto Pechino a rispettare le regole internazionali, impedendo pratiche di “concorrenza sleale” a svantaggio degli Stati Uniti (ad esempio, tramite la svalutazione strategica del Renminbi). Come senatore nel 2000 ha votato a favore della normalizzazione dei rapporti commerciali tra Cina e Stati Uniti e questa decisione ha poi aperto la strada all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

In seguito, da vicepresidente dell’amministrazione Obama, Biden si è espresso a favore della cooperazione tra i due Paesi. Obama ha infatti tentato sin dall’inizio del suo primo mandato di tessere una robusta rete di relazioni con Pechino. Egli riteneva che le due maggiori economie a livello mondiale dovessero farsi carico delle più importanti problematiche globali, come la ripresa dell’economia dopo la crisi del 2008 e la lotta ai cambiamenti climatici.

Anche nell’era Obama la spinta al multilateralismo non è mancata ed è stata pensata proprio come parte integrante della strategia per la Cina. Un esempio concreto di questo tipo di politica estera sono stati gli sforzi per stringere un accordo commerciale tra 12 Paesi nel Pacifico (la Trans-Pacific Partnership, o TPP). In quel caso, gli Stati Uniti avevano sperato di fare nuovamente buon uso delle capacità attrattive del commercio con gli Stati Uniti per vincolare la Cina alle norme commerciali occidentali.

L’eredità di Trump

In un lungo saggio pubblicato su Foreign Affairs durante la sua campagna elettorale, Biden ha descritto la Cina come “una sfida speciale. Ho passato molte ore con i suoi leader e capisco cosa dobbiamo affrontare”. Il presidente si è detto consapevole che la Cina stia estendendo la sua influenza a livello globale, promuovendo il proprio modello politico e investendo nelle tecnologie del futuro.

Biden ha fornito pochi dettagli sui suoi piani per il futuro delle relazioni USA-Cina. Al momento, egli ha dichiarato di voler chiedere l’appoggio degli storici alleati statunitensi, come l’Europa e il Giappone, per fare pressione sul Paese asiatico. Sarebbe importante spingere la potenza orientale a intraprendere importanti riforme economiche, tra cui la creazione di norme che regolino la proprietà intellettuale, sempre nell’ottica del voler eliminare pratiche “sleali”. 

Gli Stati Uniti che hanno votato Trump nel 2016 lo hanno fatto anche per la sua promessa di “riportare il lavoro in America”. Biden si è ora impegnato a dedicare più risorse per il miglioramento della capacità produttiva, delle infrastrutture e dello sviluppo tecnologico americani. Una spinta in questa direzione, e non una guerra sui dazi, servirebbe a garantire che gli Stati Uniti non rimangano indietro nella competizione produttiva con la Cina, che investe ingenti somme in settori come le telecomunicazioni e l’intelligenza artificiale.

Non solo commercio

Su certi temi, come il cambiamento climatico, la non proliferazione e la sicurezza sanitaria globale, i due Paesi potrebbero trovare terreno fertile per collaborare. Biden dovrà però adottare una linea dura su alcuni fronti, come i diritti umani, se vorrà allineare gli interessi cinesi a quelli statunitensi. Infatti, un altro aspetto fondamentale della sua agenda estera è la volontà di rendere gli USA un “campione dei diritti e della democrazia” e, in questo ambito, il rapporto con la Cina sarà messo in difficoltà. 

Biden si proclama un forte sostenitore dell’idea di imporre sanzioni alla Cina per la sua repressione contro gli Uiguri, la minoranza musulmana cinese, e contro le proteste a Hong Kong. Questo approccio è coerente con la sua idea che Trump abbia abbandonato il tradizionale sostegno degli Stati Uniti ai diritti umani, che vorrebbe fosse ristabilito e rinforzato.

Durante la sua campagna elettorale, Biden ha duramente criticato la Cina su questi temi. In un convegno, è arrivato a definire il presidente cinese, Xi Jinping, “a thug” (un delinquente) e ha promesso di guidare una campagna internazionale per fare pressione, isolare e punire la Cina per i suoi record in termini di diritti umani. Inoltre, ha etichettato le azioni della Cina contro i musulmani nello Xinjiang un “genocidio”. Se per caso venisse formalizzata, questa dicitura avrebbe ripercussioni pesantissime in materia di diritto internazionale.

Cambio di paradigma

L’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina è cambiato. Biden non potrà utilizzare l’approccio che lui e molti dei suoi predecessori avevano precedentemente adottato nel tentativo di influenzare le pratiche economiche della Cina portandole nell’economia globale. In questo senso, sarà vincolato da un Congresso che è diventato molto più ostile alla Cina negli ultimi anni e che potrebbe rimanere sotto il controllo repubblicano – dipenderà dagli spareggi che si terranno in Georgia – e questo potrebbe limitare le sue decisioni. Inoltre, anche l’opinione pubblica statunitense è fortemente critica nei confronti della Cina, con nuovi record negativi dovuti, principalmente, alla pandemia di Coronavirus. 

Lo stesso Biden ha ora adottato dei toni duri nei riguardi di Pechino, soprattutto in tema di diritti umani. Diplomatici, analisti ed ex funzionari si aspettano però che, passata la fase di campagna elettorale, Biden adotti un tono più sobrio e che ponga un’enfasi sulla “concorrenza strategica” piuttosto che sul confronto diretto. Ci si aspetta quindi che il presidente adotti una sorta di compromesso: il mantenimento della diffidenza nei confronti della Cina di Trump, combinata con una certa cautela nella gestione delle questioni strategiche.

 

Fonti e approfondimenti

Biden H. R. Jr., “Why America Must Lead Again”, Foreign Affairs, marzo/aprile 2020

Joe Biden’s China policy will be a mix of Trump’s and Obama’s”, The Economist, 19/11/2020

Mclaughlin T., “Joe Biden Has a Barack Obama Problem”, The Atlantic, 17/11/2020

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

 

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