La strategia australiana in Antartide

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Circa 5475 miglia marittime dividono Hobart, capoluogo della Tasmania e porto più a meridione dell’Australia, dalla stazione scientifica antartica australiana di Mawson. Una distanza che sembrerebbe infinita se si pensa solamente al fatto che rappresenta circa ⅕ della circonferenza della Terra e cinque volte la distanza tra Roma e Londra. Ma che nell’ordine di grandezza del Circolo polare costituisce la via più breve e la porta per l’Antartide, permettendo a Canberra di fregiarsi del titolo di “Guardiano del Polo Sud”.

Il rapporto tra l’Australia e il Polo Sud ha origini antiche e risale ai primi del Novecento, quando in un’epoca di esplorazioni ambiziose, impavidi navigatori prendevano il largo dalla Tasmania sognando di raggiungere il Polo Sud. Missioni spesso folli in cui il coraggio umano sembrava voler sfidare impreparazione e pericoli con esiti spesso fatali per i partecipanti delle missioni. Da quel momento molto è cambiato con lo sviluppo delle tecnologie e l’avanzare delle rotte, e ormai il Polo Sud ha molti meno segreti. E come sempre è stato nella storia, quando le zone grigie scompaiono dalla carta, la cooperazione lascia spazio alla competizione tra gli Stati.

Cerchiamo di capire perché l’Antartide è così al centro delle attenzioni delle potenze terrestri, quali trattati ne regolano la giurisdizione e come si è sviluppato il ruolo dell’Australia in questo quadrante, anche in rapporto agli altri Paesi, in primo luogo Cina e Stati Uniti.

Le ricchezze dell’Antartide e la sua giurisdizione

L’Antartide rappresenta un tesoro incredibile di biodiversità e storia biologica, geologica e mineraria e proprio per questo larga parte delle attività sull’infinito continente ghiacciato australe sono di ricerca. Ma l’Antartide non ha solo questa tipologia di ricchezza, ve ne è un’altra molto più interessante per le potenze della Terra. Il sottosuolo del Polo Sud rappresenta un tesoro di minerali e idrocarburi unico al mondo. Studi e valutazioni (al ribasso) hanno infatti dimostrato la presenza di grandi giacimenti di terre rare e materiali preziosi, come oro, oltre a circa il 17% delle riserve di gas e petrolio del Pianeta.

Inoltre, alle risorse ben nascoste nel sottosuolo e protette sotto strati di pack, se ne aggiungono altre che in un mondo sempre più popolato come il nostro potrebbero presto superare in valore quelle minerarie ed energetiche. Le acque dell’Antartide nascondono infatti un tesoro alimentare, il krill, un minuscolo crostaceo di cui forse abbiamo sentito parlare nei documentari, essendo il principale nutrimento di balene, altri cetacei e pesci. Non sono solo questi esseri viventi, però, a potersi nutrire di questo genere di crostaceo, diventato nell’ultimo decennio oggetto di attenzioni crescenti di Paesi come Cina e India, che lo vedono come un possibile sostituto di fonti di proteine di allevamenti e coltivazioni più impattanti sui propri territori, come la carne e la soia.

L’ultima ricchezza dell’Antartide è rappresentata dall’elemento più presente e per questo più simbolico del quadrante: l’acqua. Il Polo Sud è la più grande riserva di acqua dolce al mondo, con circa il 70% bloccato all’interno dei suoi ghiacci. Un elemento che fa particolarmente gola ai Paesi che da decenni affrontano croniche siccità, come il Sudafrica, che nel 2019 propose di risolvere il problema idrico di una regione attraverso lo scioglimento di uno dei tanti iceberg che si staccano veleggiando verso le sue coste.

Tutte queste ricchezze hanno attirato l’attenzione delle grandi potenze, che guardano ormai all’Antartide come a una futuribile gallina dalle uova d’oro, ma che è veramente complesso da poter sfruttare fino in fondo anche per la particolare situazione giuridica vigente.

La regolamentazione sul continente è infatti molto stretta e vede la sua principale impalcatura sul trattato del 1961, di cui l’Australia è stata principale protagonista insieme alle potenze europee e alle superpotenze della Guerra Fredda. All’interno del trattato sono previste due tipologie di partecipazione. Da una parte i Paesi consultant divisi tra coloro che hanno rivendicazioni territoriali e non, ma che hanno diritto di voto sulle decisioni sul continente; dall’altra, i Paesi che fanno parte dell’accordo, ma che non detengono il diritto di voto, non avendo attività di ricerca o interessi su questo. Tra i primi troviamo tutte le grandi potenze mondiali come Cina, Stati Uniti, Russia, Germania, Francia e Inghilterra oltre chiaramente all’Australia, l’Argentina, Il Sud Africa, il Cile e la Norvegia che hanno anche richieste territoriali. Tra i secondi ci sono moltissimi altri Paesi: in tutto quelli aderenti al trattato nelle due forme sono più di cinquanta.

Le decisioni sull’Antartide vengono prese da consuetudine all’unanimità e il trattato proibisce nuove rivendicazioni territoriali e di altro tipo sul continente. A questo limite si è aggiunto un altro step fondamentale, rappresentato dal protocollo aggiuntivo firmato nel 1991 e entrato in vigore nel 1998, che proibisce l’estrazione mineraria e prevede che le attività nel continente ghiacciato siano esclusivamente devote alla scienza e alla pace.


La nuova geopolitica dell’Antartide e il ruolo dell’Australia


Una volta chiarito il quadro generale, la posta in gioco e le regole, possiamo addentrarci nel nuovo scacchiere geopolitico dell’Antartide. Va innanzitutto chiarito che non si tratta, attualmente, di un territoriogame changer” dal punto di vista strategico, nel senso che nessuna potenza può aumentare sensibilmente il proprio potere militare o la propria sicurezza attraverso il Polo Sud.

Solo l’Australia ha in campo interessi vitali. La Cina negli ultimi dieci anni ha raddoppiato la propria presenza in Antartide attraverso strutture di ricerca scientifica, così da giustificare il proprio passaggio negli oceani freddi. Una strategia principalmente usata per testare i propri mezzi militari a lungo raggio, ma che nell’ultimo periodo si sta trasformando in un’arma contro Canberra e in una base per provare a sfruttare le fondamentali risorse precedentemente citate. Nel caso in cui Pechino dovesse rafforzarsi particolarmente nei mari del Sud, l’Australia verrebbe schiacciata tra due fuochi, un’eventualità che il Primo ministro Morrison vuole assolutamente evitare. Per questo motivo, Canberra ha cominciato a negare spazi di attracco in Tasmania alle navi cinesi, così da rendere più difficoltoso il loro viaggio verso l’estremo Sud.

Le mire cinesi non più nascoste, vista la continua pesca del krill nei mari davanti alle coste congelate, e le richieste di intraprendere un percorso di riforma del protocollo ambientale rappresentano un’arma di propaganda nelle mani di Canberra. Morrison è già riuscito a far convergere sulla propria posizione anti-cinese la Nuova Zelanda di Jacinda Ardern, la quale nonostante mantenga canali aperti con Pechino non può cedere sui temi ambientali, pena il rischio di perdere il suo status di paladina del progressismo globale.

Agli occhi di Canberra l’Antartide rappresenta un modo per accreditarsi in funzione anti-cinese con gli Stati Uniti. La strategia del containment (contenimento) cinese, ormai in piedi dai tempi del “Pivot to Asia” di obamiana memoria, vale a tutte le latitudini e chi collabora è ben accetto alla corte di Washington. Questo il Primo ministro australiano lo sa bene e pertanto vuole rendersi il più utile possibile affinché Biden scordi le sue relazioni profonde con le industrie più inquinanti al mondo. Allo stesso tempo, con i cittadini australiani sempre più attenti al cambiamento climatico, la battaglia per la protezione dell’Antartide rappresenta per Morrison un ottimo strumento di greenwashing della propria azione.

Tutta questa impalcatura si pone davanti a punti interrogativi globali che potrebbero cambiare le carte in tavola nell’area. L’Australia da sempre si oppone alla modifica del protocollo ambientale per le estrazioni minerarie, ma se non fosse la Cina a chiederne la modifica ma gli Stati Uniti, attirati dalle terre rare ormai monopolio di Pechino? Cosa farebbe Canberra in quel caso? A queste due domande se ne aggiunge una terza che riguarda il possibile cambiamento di prospettiva che arriverà con l’innalzarsi delle temperature e il conseguente scioglimento dei ghiacci. Navigare verso Sud è sempre più facile: e se, per ragioni di convenienza, la nuova porta per l’Antartide diventasse il Sudafrica o il continente sudamericano, Canberra come reagirà? Solo il futuro ci dirà quali saranno le risposte.



Fonti e approfondimenti

Genovesi M., “Australia’s Key Role in Antarctica, in Defence of Its Environment”, Ispi Online, 18/07/2019.

Petroni F., “Alla conquista dell’antartide”, Limes, Dicembre 2020.

Stewart R. P., “The Landmark Antarctic Treaty Turns Sixty, Facing Its Biggest Test: Climate Change”, World Politics Review, 09/12/2019.

 

Editing a cura di Elena Noventa

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