Dall’Argentina al Guatemala: la resistenza contro l’estrazione mineraria

No a la mina
Dipartimento di Huehuetenango, Guatemala - @AntillaFürst

Quello che è successo negli ultimi mesi del 2021 nel dipartimento di Izabal a nord-est del Guatemala e nella provincia patagonica di Chubut in Argentina è alquanto simile. Le popolazioni locali si sono ribellate contro progetti minerari giganti e hanno ottenuto rivisitazioni giuridiche – anche se con esiti diversi.

Un retaggio coloniale

È proprio la ricchezza mineraria e naturale che si estende dal Messico fino alla Patagonia ad aver determinato le sorti di questa parte del continente. Infatti, l’opera di conquista e colonizzazione da parte della Spagna fu motivata soprattutto dal ricavo di metalli preziosi. Da allora si è instaurato un modello politicoeconomico che fomenta le attività di estrazione delle risorse naturali per venderle sul mercato internazionale. Questo sistema è conosciuto nella regione come “estrattivismo”.

Le sue modalità fanno sì che i costi di estrazione, e dunque le relative tecnologie e tutele adoperate, siano ridotti al minimo. In tal modo, i guadagni aumentano, di pari passo con la depredazione e lo sfruttamento. Infatti, i costi socioambientali ricadono sulle popolazioni che abitano nei territori interessati dall’attività mineraria. Si tratta soprattutto di gruppi vulnerabili, spesso indigeni. Tuttavia, sono quelli che più si pronunciano per la difesa dell’ambiente, delineando in tal modo una lotta da Davide contro Golia, quest’ultimo rappresentato dagli interessi del grande capitale internazionale.

Il controverso settore minerario

Per alcuni, le miniere rappresentano la perdita delle proprie terre ed ecosistemi di sussistenza, con effetti nefasti soprattutto sulle risorse idriche. Per altri, invece, sono fonti di guadagno e di sviluppo. I secondi sono di solito i governi, gli investitori stranieri, le imprese nazionali legate all’estrazione mineraria e alcune autorità o lavoratori locali che ottengono benefici economici.

L’attuale sistema economico, e ancor di più la sua tendenza alla de-carbonizzazione e all’uso di energie alternative, sono dipendenti dal settore minerario. Oltre ai modelli di consumo, a essere problematiche sono le dimensioni dei progetti del settore minerario, i suoi frequenti ricorsi alla corruzione e il disinteresse per le realtà socioambientali. Inoltre, è tuttora persistente la dipendenza dei Paesi latinoamericani dall’esportazione di prodotti primari.

Il contesto regionale

Il Centro e Sud America ricevono i maggiori investimenti al mondo per lo sfruttamento di risorse naturali. Fatta eccezione del Cile, le miniere sono ormai ovunque di proprietà di imprese private transnazionali. Il primo finanziatore è il Canada, seguito da Regno Unito, e il capitale cinese è in forte crescita nel settore. Nella regione vi sono i maggiori produttori al mondo di rame, argento e litio.

Tali primati fanno dell’America latina la zona al mondo con più conflitti socioambientali legati allo sfruttamento minerario. Questo anche perché vi è un aumento nella criminalizzazione e repressione delle proteste contro tali attività, ma anche delle minacce, persecuzioni, sequestri, condanne, violenze e uccisioni contro gli attivisti ambientali nel continente.

Il caso argentino

Nella provincia di Chubut, la dipendenza dall’estrazione del petrolio ha generato una recente crisi socioeconomica che ha portato i vertici regionali a scommettere sullo sfruttamento di altre risorse.

Dopo un iter giuridico iniziato nel 2020 e interrotto a più riprese da manifestazioni, il 15 dicembre scorso è stata approvata nel Parlamento provinciale una legge mineraria a favore della società canadese Pan American Silver. Questa disposizione avrebbe consentito l’estrazione di argento, rame e piombo nella zona centrale – nonché più povera – della provincia, in uno dei giacimenti immacolati più grandi al mondo. Tuttavia, dopo 6 giorni di massicce proteste, incendi di edifici istituzionali, blocchi stradali e repressione da parte delle autorità, la legge è stata abrogata.

I precedenti

Già nel 2003, un’altra compagnia mineraria canadese voleva iniziare a operare nella stessa provincia. Anche allora fu l’organizzazione dal basso a frenarla: un gruppo di residenti della località di Esquel si mobilitò e riuscì a far convocare un referendum sulle attività minerarie nella regione.

Anche se la natura del plebiscito non era vincolante, vinse il No con l’82%. Da lì nacque il movimento di No a la mina a livello nazionale, che si è fatto valere più volte. Come conseguenza venne anche ratificata la Legge 5001. Questa disposizione proibisce l’attività mineraria a cielo aperto e con l’utilizzo di cianuro nella provincia di Chubut. È l’unica esistente in Argentina. Tuttavia, permette di identificare determinate aree interne al territorio della provincia che sono esentate dai suddetti divieti, come è stato sancito con la legge approvata il mese scorso.  

L’opposizione alla mina

L’argomentazione principale dei manifestanti sono i danni ambientali legati alla miniera, tra cui risalta il rischio di peggiorare lo stress idrico e l’inquinamento già fortemente presenti nell’area. La maggiore fonte d’acqua, il fiume Chubut, non riflette più il suo significato in lingua nativa tehuelche: “trasparente”.

Anche se la Pan American Silver non usa il cianuro, i suoi oppositori sostengono che si avvalga di altre sostanze altrettanto nocive. Inoltre, è stata messa in questione la legittimità della norma emessa il 15 dicembre tramite due ragionamenti. Il primo sottolinea che la zonizzazione sancita dalla legge 5001 aveva una scadenza di 120 giorni dalla sua ratificazione. Il secondo critica la votazione della medesima disposizione, che non era nell’ordine del giorno ed è stata introdotta all’ultimo, di notte.

È stata subito attaccata anche la decisione del governatore della provincia Mariano Arcioni di convocare a breve un referendum vincolante sull’attività mineraria. I manifestanti sostengono infatti di aver già espresso la loro opinione a riguardo. Inoltre, il governatore, la cui campagna elettorale era esplicitamente contro l’attività mineraria, ha ormai perso la fiducia dei cittadini.

Il caso guatemalteco

Dall’altra parte del continente, due giorni prima della ratificazione della contestata legge chubutense, sono stati pubblicati i risultati della consultazione comunitaria avvenuta riguardo all’estrazione di nichel nel Municipio di El Estor, in prossimità del lago Izabal, una delle aree con maggiore biodiversità del Guatemala. Si tratta della prima consultazione relativa al settore minerario portata avanti nel Paese.

Gli accordi sono arrivati dopo anni di ricorsi, iter processuali, scontri e repressione, non esenti da morti. In questo caso, il contestato processo ha avuto come esito la continuazione dell’attività mineraria.

Il ricorso

Nel 2019, la Corte costituzionale guatemalteca ha finalmente accolto l’istanza presentatagli dall’Unione dei pescatori artigianali del lago Izabal e da alcune comunità indigene q’eqchi’ che abitano l’area di incidenza dell’attività mineraria. Dopo aver constatato tracce di inquinamento nel lago, la loro fonte di sostentamento primario, tali gruppi hanno fatto ricorso. Si sono appellati all’illegalità della licenza di estrazione della Compañía Guatemalteca de Níquel, sussidiaria del Solway Investment Group svizzero, che opera con capitale russo.

La licenza era stata concessa dal governo nel 2006, senza aver precedentemente consultato le suddette comunità indigene e senza i dovuti studi di impatto ambientale. Tali condizioni sono previste dal Convegno 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui Popoli Indigeni e Tribali in Paesi Indipendenti, che il Guatemala ha firmato nel quadro degli Accordi di Pace del 1996.

La sentenza

Dietro decisione della Corte costituzionale, le dimensioni del poligono minerario sono state altamente ridotte, passando da quasi 250 km a poco più di 6, in corrispondenza dell’area in cui erano stati portati a termine studi di impatto ambientale. Inoltre, la miniera è stata tenuta a sospendere le sue attività fino al compimento della consultazione. Tuttavia, ha adempiuto a tale obbligo solo a febbraio del 2021, mentre l’impresa affiliata di processazione del nichel ha continuato a operare.

La miniera a cielo aperto, in cui la sicurezza e le tutele per i lavoratori sono inesistenti, si difende dalle accuse di inquinamento del lago e sostiene che l’acqua che utilizza non viene canalizzata verso il lago, nonostante esista un canale diretto tra le sue infrastrutture ed esso.

Il processo di consultazione

Iniziata a settembre scorso, la consultazione ha sin da subito riacceso il malcontento in quanto non sono state incluse le istanze che hanno presentato il ricorso.

Di conseguenza, i quattro consigli ancestrali maya q’eqchi’ e le loro comunità hanno risposto il 4 ottobre scorso bloccando per ben 18 giorni l’accesso dei camion alla miniera. Dopo di che, la resistenza è stata rimossa con la forza e la zona è stata militarizzata. Solo due giorni più tardi, il governo di Giammattei ha decretato lo Stato d’assedio per 30 giorni, restringendo il diritto di manifestazione e quello di libera circolazione in tutto il Municipio di El Estor.

Approfittando della situazione, le forze dell’ordine, l’esercito e il Pubblico ministero hanno perseguitato e minacciato i capi della resistenza, gli attivisti e i giornalisti comunitari. Inoltre, hanno sfrattato comunità q’eqchi in altre zone della provincia. È stato questo il contesto in cui è stato portato avanti il processo di consultazione. L’esercito, le cui modalità hanno riacceso i ricordi nefasti di una guerra civile genocida, si è parzialmente ritirato solo con l’annuncio dell’approvazione dell’attività mineraria.

Una resistenza secolare

Il territorio in cui opera la compagnia di estrazione di nichel è abitato da secoli dai maya q’eqchi’. Purtroppo, come per le altre 21 popolazioni indigene del Paese, la loro storia è quella di costanti depredazioni, tra cui la sottrazione delle loro terre da parte dello Stato guatemalteco a favore di interessi privati. Per contrastare il diritto violato alla loro terra, si sono spesso installati nei territori dei loro antenati gravati da titoli di proprietà privata. Tale situazione ha provocato sfratti violenti e si è intrecciata con la conflittualità causata dall’attività mineraria a El Estor.

Sia il governo argentino di Fernández che quello guatemalteco di Giammattei sostengono fermamente lo sviluppo del settore minerario. Questo continua a espandersi nella regione anche grazie alla permissività e alla corruzione che vi trova. Infatti, il recente scandalo che ha coinvolto il Pubblico ministero guatemalteco è legato anche a indagini relative alla ricezione da parte del presidente Giammattei di cospicue somme di denaro nella sua residenza da parte di impresari russi legati al settore minerario.

Anche se non tutte le forme di resistenza allo sfruttamento minerario si trasformano in vittorie, rendono conto di un movimento transfrontaliero di rivendicazione dal basso.

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Chubut: un río de la cordillera al mar”, La Tinta, 05/01/2022.

Coronado, “La conflictividad minera en El Estor explicada en cinco puntos clave”, Plaza Pública, 05/11/2021.

Dannemann, “América Latina: riqueza minera y conflicto social”, Deustche Welle, 11/09/2019.

Toro, “Las grandes mineras rusas y su ambicioso plan de expandirse en Guatemala”, Mongabay, 15/11/2021.

 

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

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