Le ragioni della rigidità australiana sul clima

@Max Phillips - Flickr - CC BY 2.0

Tra il 31 ottobre e il 13 novembre, a Glasgow si è tenuta la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop26). Posticipato di un anno a causa della situazione pandemica, il vertice era atteso con grandi aspettative, dopo che nel mese di agosto l’ultimo rapporto dell’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change – aveva suonato l’ennesimo, inquietante, campanello di allarme sulle sorti di un Pianeta sempre più surriscaldato. Tuttavia, al termine delle due settimane scozzesi, la promessa di un reale cambio di passo nell’atteggiamento degli Stati nei confronti della sfida climatica è stata innegabilmente tradita. 

Uno dei Paesi che più ha ostacolato l’azione della comunità internazionale è l’Australia. Il governo conservatore guidato da Scott Morrison non ha mai fatto mistero di considerare le fonti fossili uno dei pilastri del sistema economico nazionale, riflettendo in realtà una tendenza di lungo corso nel non approccio australiano alla conversione ecologica. Per comprendere le ragioni di questa rigidità si deve guardare, in particolare, ai rapporti di forza su cui si fonda il sistema energetico australiano. 

Il regno del carbone

Il futuro del carbone è assicurato ben al di là del 2030”. A parlare è il ministro delle Risorse e dell’Acqua, Keith Pitt, che solo pochi mesi fa annunciava la volontà da parte dell’Australia di rinnovare la scommessa sulla risorsa simbolo della Prima rivoluzione industriale. 

Dai tempi di James Watt – l’ingegnere scozzese che ha perfezionato la macchina a vapore – l’acqua non passa più così bene sotto i ponti, mentre lo stesso modello infrastrutturale che ha sostenuto la moderna espansione energetica è radicalmente messo in discussione da un angolo all’altro del globo. Ciononostante, l’isola continente si conferma tutt’oggi, e con ogni probabilità ancora (troppo) a lungo, il regno del carbone

In Australia, infatti, i combustibili fossili e in particolare il carbone sono oggetto di una decisa e convinta tutela politica, come evidenziato dalle parole del ministro Pitt, e assicurati contro tutti gli inviti degli scienziati. Proprio uno degli esiti più deludenti della conferenza di Glasgow, tra l’altro, si è registrato sul fronte del carbone. 

Se in un primo momento l’accordo tra i Paesi partecipanti avrebbe dovuto prevedere il prossimo abbandono di questa fonte energetica, alla fine è stata trovata un’intesa solo sulla “riduzione” del suo utilizzo, un obiettivo ben più moderato e che, per questo, non è stato esente da critiche. La principale autrice del colpo di scena nelle infiammate giornate scozzesi è stata l’India, ma la sceneggiatura a Canberra non è affatto dispiaciuta. 

Nell’economia australiana il carbone ha un ruolo vitale. Basti pensare che il Paese ne è il primo esportatore globale (il terzo se si considerano tutti i combustibili fossili), con un flusso in uscita che continua a crescere, passando dai 400 milioni di tonnellate del 2020 ai 439 previsti per l’anno in corso

Come documentato in un recente rapporto della Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty Initiative, gli investimenti nei combustibili fossili non accennano minimamente a diminuire. Anzi, il governo australiano prevede addirittura un aumento del 4% nella produzione di carbone, del 12% nella produzione di gas e del 32% nella produzione di petrolio fino al 2030

Sebbene siano emerse forti preoccupazioni nel dibattito pubblico nazionale, i progetti che vedono protagonisti i combustibili fossili continuano a fiorire in diverse aree del Paese: secondo lo stesso ente di ricerca, in questo momento tra i maggiori se ne contano 72 per quanto concerne il carbone, 44 per gas e petrolio

I fili del regno 

La situazione australiana è doppiamente paradossale. Non soltanto perché politica ed economia spingono nella direzione opposta rispetto a un imperativo non più prorogabile come quello della sostenibilità, ma perché ciò avviene in uno Stato che avrebbe un immenso vantaggio strategico nel puntare con forza sulla transizione ecologica. 

In ragione dell’enorme potenziale del settore eolico e solare, da un lato, e della folta presenza di risorse minerarie indispensabili per le tecnologie verdi come il nichel e il litio, dall’altro, il rifiuto del governo Morrison di rivedere al ribasso le emissioni in vista del 2030 è una nota stonata su uno spartito già rovesciato. Al tempo stesso, questo non dovrebbe sorprendere. 

Secondo il ricercatore dell’Università di Wollongong Adam Lucas, la debolezza della performance australiana in tema di cambiamenti climatici è dovuta alla pervasiva influenza dell’industria dei combustibili fossili sulla classe politica Paese. 

Da molti decenni a questa parte, i centri di potere economico operanti negli Stati e nei territori (le due suddivisioni amministrative dell’Australia) del Paese hanno coinvolto nella propria rete le prime forze politiche – tanto i laburisti quanto la coalizione liberal-conservatrice -, riuscendo a costruire un ampio consenso a sostegno dei propri interessi. 

Le tattiche fanno leva su un fiume di finanziamenti che sbocca nelle casse dei partiti e sul fenomeno delle “porte girevoli”, per cui gli stessi dirigenti politici e manager aziendali occupano a turno le posizioni più importanti dell’uno e dell’altro sistema, in una spirale tipica del paradigma neoliberista. Nei soggetti compresi in questo circolo troviamo, tra gli altri, AGL Energy, Santos e Shell Australia. 

In Australia non è illegale finanziare un’attività politica, a patto che le donazioni siano effettuate nei limiti disegnati dalla normativa a livello federale e statale. Si tratta però di modalità di controllo che permettono ai grandi enti privati di investire il proprio capitale per esercitare un potere particolarmente incisivo sull’intero assetto sociale, ricavandone inoltre somme importanti sotto forma di agevolazioni fiscali e sussidi. 

Per un esempio significativo, si pensi alla Export Finance Australia, l’agenzia di credito all’esportazione facente parte del dipartimento degli Affari Esteri e del Commercio, che tra il 2009 e il 2020  ha fornito finanziamenti per 1,6 miliardi di dollari australiani (più di un miliardo di dollari) a progetti legati ai combustibili fossili. Quello che si viene a determinare nel contesto australiano è così un duplice costo per la collettività, che attiene tanto alla dimensione economica quanto a quella ambientale. 

Il regno del carbone e la Cop26: un bilancio scontato

Quello attualmente governato da Scott Morrison è uno dei pochi Paesi che vede costantemente ampliare il proprio “divario di produzione”, ovvero la differenza che passa tra le proiezioni dei governi sulla produzione dei combustibili fossili e i livelli di produzione concordati a livello internazionale per frenare l’aumento delle temperature. 

Le cifre non parlano quasi mai da sole, ma il fatto che l’Australia sia il sesto produttore globale di combustibili fossili quando sul suo territorio abita meno dello 0,3% della popolazione mondiale è forse di per sé una spiegazione sufficiente dell’inerzia mostrata anche nell’ultima conferenza dal regno del carbone. O, per meglio dire, dai regnanti del carbone. 

 

Fonti e approfondimenti

The Australia Institute (2021). Fossil Fuel Subsidies in Australia

Cave D, “In Australia, It’s ‘Long Live King Coal’“, The New York Times, 21 ottobre 2021.

Daley, F. (2021). “The Fossil Fuelled Five“, Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty Initiative.

Ha J, Reeve A, “Coal plants are closing faster than expected. Governments can keep the exit orderly“, The Conversation, 23 novembre 2021. 

Hannan P, “Cop26 will make life harder for Australian fossil fuel industry, NSW treasurer predicts“, The Guardian, 14 novembre 2021. 

Lucas, A. (2021). Investigating networks of corporate influence on government decision-making: The case of Australia’s climate change and energy policies. Energy Research & Social Science

Mcdonald J, “Australia Disappoints at COP26The Diplomat, 17 novembre 2021. 

The Hon Keith Pitt MP Media Releases, “Coal industry has a strong future in Australia“, 6 settembre 2021. 

The Production Gap: 2021 Report

Yee-Fui, N. (2021). Regulating money in democracy. Electoral Regulation Research Network

 

Editing a cura di Elena Noventa

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