Il personaggio dell’anno: Rupert Murdoch

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“Vi ho portato dove mio padre non ha neanche sognato di potervi portare”. Queste parole si dice le abbia pronunciate Alessandro Magno rivolgendosi ai suoi uomini che, stanchi di marciare, si ribellarono all’ordine di valicare l’Hindukush, dopo aver costruito un impero che mai si era visto sulla Terra.

Probabilmente una frase del genere la dirà ai suoi figli anche Rupert Murdoch quando, stanco e morente in un letto all’interno del suo sconfinato regno immobiliare, risponderà alle proteste della sua progenie che vorrà sapere chi sarà l’erede del più grande colosso privato nella storia dei mass media. Non sappiamo ancora come finirà la storia, ma sappiamo con certezza che Rupert Murdoch ha costruito un impero che suo padre, Keith Murdoch, non aveva neanche lontanamente immaginato.

L’influenza di Murdoch

Il vecchio e scaltro Keith sicuramente non avrebbe mai creduto che quasi cento anni dopo aver permesso a Joseph Lyons di diventare Primo ministro dell’Australia, grazie al suo piccolo giornale di Adelaide da 25 mila copie, ben due ex Primi ministri australiani avrebbero consegnato un rapporto di quasi 3000 pagine su suo figlio.

Soprattutto, non avrebbe mai pensato che Rupert Murdoch con il suo impero avrebbe rappresentato la più seria minaccia non solo alla democrazia in Australia, ma addirittura in tutto il mondo. Nel 2019, infatti, Kevin Rudd e Malcom Turnbull, ex  capi di governo separati da una rivalità storica, hanno consegnato un rapporto al Parlamento australiano che metteva nero su bianco quello che altre centinaia di politici, attivisti e giornalisti avevano già denunciato.

Attualmente la News Corporation, società che cura gli interessi della famiglia e del magnate, possiede media in tutto il mondo, infiltrandosi nel profondo di alcune delle principali democrazie occidentali.

Fanno parte del paniere della famiglia il noto canale televisivo americano “Fox News”, il “Times” e il “Sun” britannici insieme ad altre innumerevoli media company in giro per il mondo. Tuttavia, è in Australia, la sua terra natia, che il potere di Rupert sembra essere più concentrato e farsi più arrogante. Infatti, ben il 65% delle testate cartacee nazionali possono essere ricondotte alla holding, senza contare gli interessi che la famiglia Murdoch mantiene in altri fondi e che quindi può usare per influenzare proprietari differenti.

Non ho mai chiesto niente a un Primo ministro”: questa è la frase che più spesso ripete Murdoch nelle interviste. Certo, “chiedere” non fa parte del galateo del potere. Se sei più forte non bisogna prostrarsi: si pretende e in fondo questa è sempre stata una pratica comune in casa Murdoch. Il padre glielo aveva già mostrato a poco più di un anno, quando nel 1931 fece eleggere Joseph Lyons. Alla domanda di un suo collaboratore che gli chiese che cosa avrebbe voluto in cambio della sua elezione, egli rispose: “Il potere di poterlo buttare giù”; dunque il potere di vita e morte (politica).

Murdoch ha recepito con grande chiarezza la lezione ed è per questo che nei suoi 90 anni di vita ha trasformato la sua influenza sulla vita politica nella sua professione principale. Per lo stesso motivo, il “Newsweek” britannico negli anni ‘70 scelse di appoggiare Margaret Thatcher, così da avere il placet del suo governo all’acquisizione di Murdoch del “The Times of London” e renderlo il principale monopolista della carta stampata in Inghilterra negli anni ‘70; salvo poi esercitare senza alcuna remora il potere che il padre si voleva tanto assicurare.

I giornali di Murdoch furono infatti fondamentali per portare John Major a Downing Street, sostituendo la lady di ferro e battendo la concorrenza del suo avversario Neil Kinnock. Un cambiamento che fu immediatamente messo in discussione, non appena si delineò l’ascesa di Tony Blair, al quale il “The Times” dedicò una copertina emblematica.

Se in quel frangente Murdoch cavalcò la “Terza via”, più tardi furono i neo conservatori in tutto il mondo occidentale, Australia compresa, a rendersi più utili agli interessi del Gruppo. Così comparvero i vari Bush, David Cameron e Malcolm Turnbull. In questa collezione di vittorie elettorali, gli ultimi cavalli vincenti sono stati di pregio e sempre più schierati a destra: Donald Trump a Washington, Boris Johnson a Londra e Scott Morrison a Canberra.

Le svolte dell’impero

Sul muro di casa Murdoch sono tanti i tesori di caccia (politica) a essere esibiti. Non è però sempre andato tutto alla grande nell’universo di Rupert e la crisi dell’editoria ha richiesto un cambiamento radicale anche al più grande degli imperi mediatici. Sono state tante le piccole rivoluzioni che Rupert Murdoch, quest’anno novantenne, ha dovuto superare.

Quando ha preso il timone della nave di famiglia, il mondo si fondava sui titoli dei quotidiani, sulle onde medie e basse delle radio e sulle prime televisioni in bianco e nero. Oggi il mondo è un altro, ma anche di fronte al profondo cambiamento che la società ha attraversato da allora, l’influenza del magnate non è affatto venuta meno. Il primo salto è stato sicuramente la televisione su larga scala, seguita poi dal digitale e dai social media.

Sarebbe un errore però leggere le innovazioni di Rupert Murdoch solo come un adattamento alle svolte tecnologiche Infatti, la sua principale innovazione è stata permettere a questi strumenti di “prendere parte”, di diventare apertamente partigiani.

Questo fattore, insieme alla sua tendenza alla competizione più subdola e al monopolio informativo, ha permesso non solo di farlo sopravvivere a questi cambiamenti ma di rendere devastante il suo impatto sull’opinione pubblica. Tanto da diventare, senza ombra di dubbio, il principale pericolo per le democrazie occidentali, una persona capace di sedersi con i più pericolosi presidenti e Primi ministri del mondo salvo poi garantirsi sempre la possibilità di alzarsi comodamente per scegliere una nuova posizione.

L’ultimo esempio di questa minaccia è rappresentato dalla campagna contro il cambiamento climatico che i media di Murdoch in Australia hanno costruito durante la più grande tragedia climatica del Paese: gli incendi del 2019. Un fuoco di fila di fake news ed esperti capaci di negare il riscaldamento globale, legittimando il potere di Scott Morrison e dell’industria di carbone, che come Murdoch è ramificata nel potere australiano.

Cercare di capire Murdoch senza pensare al potere è inutile: così, come adesso vanno di moda gli investimenti sostenibili nella finanza, anche il vecchio Rupert sembra essere pronto all’ennesima giravolta. Si profila infatti anche l’ultimo dei cambi di poltrona: è di pochi mesi fa la notizia che all’interno degli uffici della media company sia girata una nota del presidente che invita ad aprire alla lotta al cambiamento climatico, mettendo da parte le tendenze negazioniste degli ultimi anni.

E se Murdoch avesse capito che la sua prossima arma di influenza politica sarà proprio l’ambiente? A 90 anni, l’uomo più pericoloso per le nostre democrazie potrebbe decidere di salvare il clima per conquistare ancora una volta l’anima della nostra democrazia e il potere su di essa?

 

Fonti e approfondimenti:

Jonathan Mahler and Jim Rutenberg, How Rupert Murdoch’s empire of influence remade the world, New York Times, 4 marzo 2019

Alex Barker in London, Anna Nicolaou and James Fontanella-Khan Rupert Murdoch at 90: Fox, succession and ‘one more big play’, Financial Times, 1 Marzo 2021

Mark Sweney, Rupert Murdoch at 90: what now for the media mogul?, The Guardian, 10 Marzo 2021.

 

Editing a cura di Emanuele Monterotti

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