L’Australia contro Google e Facebook

Australia contro Google e Facebook
L'Australia contro Google e Facebook, Fonte: Stock Catalog via Flickr, CC BY 2.0

Su impulso del governo australiano, il 31 luglio 2020 la Commissione australiana del consumatore e della competizione (ACCC), l’autorità antitrust del Paese, ha presentato un disegno di legge che ha sollevato non poche polemiche. La proposta, chiamata News Media Bargaining Code, aveva lo scopo di tutelare la sostenibilità del giornalismo introducendo una serie di obblighi per le grandi aziende digitali che condividono contenuti sulle loro piattaforme.

Nella prima versione discussa in Parlamento, veniva introdotta la possibilità per le organizzazioni media di contrattare – individualmente o collettivamente – con Google e Facebook un pagamento per gli articoli scritti. Inoltre, nel documento veniva stabilito  un compenso che i colossi del web avrebbero dovuto versare per poter includere i contenuti nelle loro piattaforme.

La controversia con Google e Facebook

Per giungere alla versione definitiva della legge si è dovuti passare attraverso un lungo processo di discussione tra Google e Facebook, l’ACCC e il governo di Canberra. Quest’ultimo ha presentato al Parlamento, nel dicembre 2020, il Treasury Laws Amendment Bill, basato sul precedente disegno di legge. Le modifiche apportate sono state invece frutto delle forti reazioni delle società digitali, in particolare Google, alla proposta.

I cambiamenti principali riguardavano la figura dell’arbitro nominato dal governo, il cui intervento era previsto in caso non venisse raggiunto un accordo tra le parti. La richiesta di Google consisteva nel modificare il contesto dell’arbitrato, che avrebbe dovuto tenere in considerazione non solo i bisogni dei servizi media ma anche quelli della piattaforma. Inoltre, è stato limitato il numero di casi previsti dal Codice nei quali le aziende digitali avrebbero dovuto comunicare modifiche all’algoritmo ed è stato specificato che le piattaforme non avrebbero dovuto fornire dati sull’interazione degli utenti.

Nonostante le rettifiche applicate alla legge, alla vigilia del voto del Parlamento le controversie non erano ancora risolte. Secondo Facebook, il codice “fraintende la base della relazione tra la nostra piattaforma e gli editori che la utilizzano”, così a inizio 2021 i toni sono tornati a inasprirsi. Il social di Zuckerberg, in un atto di ritorsione, ha deciso di bloccare la condivisione di notizie sulla propria piattaforma per gli utenti e per le pagine in Australia.

La risoluzione

Nel frattempo, Google ha firmato un accordo con l’australiano Rupert Murdoch, magnate dell’editoria e fondatore di un conglomerato economico che si occupa di mezzi di comunicazione di massa, la News Corporation. L’intesa triennale tra il gigante della Silicon Valley e la “News Corporation riguarda anche testate parte dello stesso impero operanti in altri Paesi, come il Wall Street Journal”, il “Times”, il “Sun” e il “New York Post”. I termini prevedono, tra l’altro, che Google corrisponda un pagamento al gruppo Murdoch per l’indicizzazione dei suoi contenuti su Google News nella sezione showroom.

Google si è mosso poi per stringere accordi anche con altri editori australiani, come Nine Entertainment, con il quale ha previsto un’intesa quinquennale da 30 milioni di dollari australiani l’anno. Non si tratta di una novità per il gigante di Mountain View, che nel 2020 si è accordato con altri gruppi editoriali come lo Spiegel Group tedesco e il Diarios Associados brasiliano. Le somme pattuite erano comunque minori rispetto a quelle stipulate in Australia, per via dell’assenza di una legge specifica in quei Paesi. Per questo motivo, Google ha firmato la lettera di intenti con Nine Entertainment a due settimane dall’uscita della legge, sperando di limitare i danni.

La disputa tra Canberra e Facebook è diventata un caso internazionale. Ha suscitato particolare scalpore il blocco, oltre alle pagine di testate giornalistiche, di organizzazioni che condividono informazioni istituzionali: dalla lotta al cancro, ai servizi di emergenza in caso di disastri naturali. Il social network ha poi ritirato questi ultimi blocchi definendoli un errore.

A fine febbraio Facebook e il governo australiano hanno trovato un accordo, mettendo fine alla disputa. La piattaforma si è impegnata a rendere di nuovo condivisibili i contenuti giornalistici, ma il compromesso ha portato a ulteriori emendamenti alla proposta di legge originaria.

L’obbligo di pagamento nei confronti degli editori è stato mantenuto, ma è stato introdotto un più ampio margine di contrattazione per il social network. Di fatto, le modifiche applicate potrebbero permettere a Facebook di evitare gli obblighi più gravosi.

I diversi approcci di Google e Facebook alla controversia australiana sono derivati dalla presenza o meno di competitors nel mercato di riferimento. Quando Google ha minacciato di oscurare il proprio servizio, Microsoft si è fatta avanti con il suo motore di ricerca Bing, utilizzato per il 2,46% delle ricerche a livello globale, contro il 92,41% di Google. Se il gigante della Silicon Valley si fosse ritirato, ci sarebbero state altre piattaforme pronte a sostituirlo. Lo stesso non si può dire di Facebook, che non ha concorrenti diretti, dato che ogni social network è specializzato per tipo di utenza e contenuti, e di fatto ha più potere contrattuale.

Una battaglia vinta dalle piattaforme?

Il 24 febbraio 2021 è stato così approvato il News Media Bargaining Code con le modifiche dettate dai colossi del Web. Questi interventi hanno aumentato l’incertezza del processo, sia concedendo maggior potere contrattuale alle due parti che aggiungendo nuove fasi alla sua applicazione. In particolare, alcune testate, come Promarket, hanno evidenziato come alcuni emendamenti potrebbero sbilanciare la relazione tra il governo e le aziende digitali.

Se una piattaforma, secondo il governo, “ha dato contributi significativi alla sostenibilità dell’industria giornalistica australiana” può essere esclusa dall’applicazione della legge. Nello specifico, le modifiche richiedono che vengano tenuti in considerazione precedenti accordi commerciali tra le piattaforme e gli editori prima che venga deciso di applicare la legge, con un preavviso di un mese.

Inoltre, se le aziende digitali dimostrassero al governo di aver già raggiunto un compromesso soddisfacente con gli editori, potrebbero evitare completamente il News Media Bargaining Code. Anche la modalità di intervento dell’arbitro, nominato dall’agenzia governativa ACMA (Autorità australiana della comunicazione e dei media), è stata modificata. Infatti, è stato introdotto un periodo di mediazione di due mesi in caso le parti non riuscissero a trovare un accordo, successivo ai tre già previsti nella negoziazione.

Le piattaforme hanno poi mantenuto la possibilità di bloccare i contenuti giornalistici, semplicemente non condividendoli. In questo caso, la legge non verrebbe applicata: di fatto, viene creata una scappatoia sempre valida nel caso le organizzazioni media volessero sottrarsi al codice.

Infine, le piattaforme potranno stringere accordi commerciali con gli editori, offrendo loro pagamenti differenti sulla base di vari criteri – come l’ordine di apparizione su un motore di ricerca – senza controllo esterno. Campbell Brown, vicepresidente dei partenariati sulle notizie di Facebook, ha dichiarato che gli emendamenti permettono alla piattaforma di sostenere gli editori scelti da loro, compresi piccoli editori locali.

I rischi per la diversità e per il Web

La necessità di una normativa deriva dall’impatto che i colossi del Web hanno avuto sulla stabilità finanziaria dei gruppi editoriali di tutto il mondo. Nel 2019, Google e Facebook hanno assorbito il 60% dei ricavi della pubblicità online negli Stati Uniti, mentre agli editori è andato il rimanente 30%. Si è così fatta strada l’idea di regolare la relazione tra i due enti per correggere lo squilibrio, in uno scontro tra interessi pubblici e privati.

Tuttavia, la legge australiana comporta dei rischi per l’editoria, in particolare per   piccoli e medi editori. Secondo “The Conversation”, il 90% del denaro delle piattaforme finirà nelle mani delle grandi organizzazioni mediatiche, un problema non solo per la sopravvivenza delle realtà più piccole ma anche per la diversità del panorama informativo.

Una prova in questo senso viene dalla Spagna. Quando nel 2014 Google ha oscurato le notizie nel Paese iberico, si è registrato un calo del consumo di notizie online pari al 10%. Tuttavia, non tutti sono stati colpiti allo stesso modo: se i media meno mainstream hanno subito un calo molto importante, i siti dei giornali più affermati hanno visto un aumento delle visite. Ma l’importanza del gruppo editoriale non sempre corrisponde a una maggiore qualità dell’informazione. Ad esempio, lo scorso anno le testate australiane del gruppo Murdoch hanno contribuito alla condivisione di notizie false sugli incendi boschivi, smentendo la connessione tra il fenomeno e il cambiamento climatico.

Del resto, la legge richiede la soddisfazione di alcuni requisiti da parte dei gruppi editoriali per poter negoziare coi colossi del web, tra cui ricavi di almeno 150mila dollari australiani. La preoccupazione, dunque, è che solo i grossi gruppi editoriali, come quelli sotto Murdoch, potranno usufruire dei vantaggi del codice. Per Johan Lidberg, professore di giornalismo all’Università Monash, se i patti verranno stipulati solo con i principali editori, il governo dovrà prendere in considerazione l’arbitrato obbligatorio.

Secondo Tim Berners-Lee, sarebbe in gioco l’identità stessa della Rete. Il co-creatore del Web ha espresso preoccupazione per la norma del Codice che prevede che siano corrisposti dei pagamenti anche in caso di linking delle notizie – sezione 52B(1) del codice. Oltre a esporre maggiormente gli utenti a possibili tentativi di truffa, questa costituisce infatti un’enorme limitazione per uno dei principi fondamentali dello spazio digitale.

Altri Paesi seguono il modello australiano

Nel febbraio 2021, il governo canadese ha annunciato un piano per stipulare una legge che obblighi Google e Facebook a pagare per la condivisione dei contenuti, sul modello australiano. Brad Smith, il presidente della Microsoft, ha invitato anche altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti e i membri dell’Unione europea, ad adottare un codice simile per “rafforzare la democrazia”.

L’Australia ha creato un precedente che troverà, probabilmente, seguito: rimane da capire quali saranno le vere conseguenze sul mondo dell’informazione e di Internet.

Fonti e approfondimenti

Choudhury S., “Australia passes new media law that will require Google, Facebook to pay for news”, CNBC, 24/2/2021.

Chiusi F., “Perché la legge australiana che costringe le piattaforme a pagare gli editori è sbagliata, pericolosa e ci riguarda tutti”, Valigia Blu, 2021

Hill S., “The free press versus Facebook and Google”, Open Democracy, 17/3/2021.

Wahlquist C., “Australia’s proposed media code could break the world wide web, says the man who invented it”, The Guardian,19/1/2021.

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